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13 aprile 2016

La caduta dei designer, elogio del fallimento al Salone del Mobile

Da Sottsass a Rossi, Failures racconta flop e incompiuti di grandi progettisti. Celebrando l’errore come fonte di innovazione. Un percorso atipico che guarda più alla narrazione che al mercato.  Articolo tratto dallo speciale sulla kermesse milanese in edicola con pagina99. L’autrice, insieme al direttore editoriale Emanuele Bevilacqua, sarà giovedì 14 aprile, alle 18.00, alla libreria Les Mots di Milano per incontrare i lettori
LUCIA TOZZI

 

Non si può dire che i Raumplan, gruppo (anzi, piattaforma) di architetti/pensatori/designer milanesi, non abbiano il senso del titolo. Parlare del fallimento al Salone del Mobile è molto intelligente, si nota come un feltro di Beuys in una spianata di oggettistica pop giapponese. La spianata è l’entusiasmo in cui si viene immersi ogni anno per celebrare il trionfo di sgabelli, tappeti, poltrone della fiera milanese. E quindi una mostra Failures approntata nello scenario della Cascina Cuccagna, il luogo delle torte bio e dei mercatini di autocostruzione, pare una mosca bianca, un invito alla riflessione critica.

In realtà, Failures è sicuramente una mostra di ricerca e non solo un display della bravura di una manciata di designer, ma non contiene critiche al sistema design: anzi, mette in scena la produttività del fallimento, la necessità dell’errore ai fini dell’innovazione. Qualsiasi progetto creativo, ma in special modo quello del design e soprattutto quello industriale, procede a suon di cantonate, di ripensamenti, di svolte casuali e grazie all’intelligenza di chi da questi inceppi sa imparare, evolvere e nei casi migliori riesce a mettere a frutto proprio il fallimento.

Sono questi scatti di intelligenza del processo a costituire il nucleo centrale della mostra, un inno colto e raffinato alla buona innovazione. Non a caso tra gli sponsor dell’evento troviamo Zanotta e DePadova, mentre Alessi e Kartell partecipano con i loro “fallimenti” più nobili. Per esempio le sedioline di Marco Zanuso e Richard Sapper, il cui successo fu determinato dall’impilabilità: una delle poche cose che i progettisti non avevano progettato. O i fallimenti di Aldo Rossi, Sottsass e Mendini con l’Alessi, vale a dire una sedia, delle coppe per hotel e un vaso che, vuoi per lo scarso risultato, vuoi per la bocciatura last minute del potenziale mercato, restarono allo stato di prototipi: inezie rispetto al numero di caffettiere o apribottiglie che poi gli stessi hanno fatto vendere al brand.

La parte più bella è probabilmente quella che esplora l’archivio di Giovanni Sacchi, modellista di Castiglioni e Luca Meda per capirsi, o l’Atelier di Blumer and Friends, che si occupano in maniera più franca della felicità del processo di prototipazione, della sapienza sporca e artigiana nella costruzione e della realizzazione di un’idea. E del resto i Raumplan avevano iscritta già nel nome ispirato a Adolf Loos questa passione per l’aspetto processuale, per la complessità costruttiva di un progetto.

Il limite evidente di questa narrazione risiede in una grande omissione storica: certo, è verissimo e affascinante che ogni percorso creativo innova sbandando tra i propri fallimenti, oggi come sempre, ma non si può parlare di questo tema nell’ambito del design del prodotto oggi senza menzionare che rispetto agli anni Sessanta attualmente la produzione si trova in una situazione di difficoltà proprio sul fronte del rapporto tra innovazione e mercato. Tramontata l’idea del progetto di qualità alla portata di tutti (perché il design è tutto costoso oramai, e ha rinunciato a raggiungere le masse che comprano cinese o nel migliore dei casi Ikea), le industrie di settore si reggono sulla vendita massiccia di una ristretta fascia di prodotti storici, mentre editano ogni anno nuovi prodotti, nella maggior parte dei casi destinati a uscire dal catalogo dopo pochi mesi.

Per carità, è un sistema anche questo, che va affrontato senza moralismi, ma è chiaro che il fallimento “innovativo” qui ha un peso diverso. Perché se il nuovo metro di giudizio non è più la quantificazione delle vendite, ma la mole di comunicazione prodotta, tutte le nuove creazioni possono essere considerate alla pari: più che di innovazione reale, c’è bisogno di innovazione virtuale, di puro storytelling. Che è poi il motivo per cui tutti vanno a studiare alla Design Academy di Eindhoven, dove si insegna soprattutto a raccontare.

La risposta probabilmente ha a che fare con lo specifico del settore design, perché se si passa di scala, nel circuito dell’urbanistica, dell’architettura e dell’arte il discorso viene affrontato in modo più critico e sperimentale. Forse l’esempio più straordinario di un’elaborazione felice dei fallimenti urbani resta Incompiuto siciliano di Alterazioni video, un gruppo di artisti/cineasti che ha ricercato e montato in più di un film tutte le presenze sul territorio di quello che definisce «un vero e proprio stile dell’architettura italiana» – e non solo siciliana –, l’incompiuto.

Analisi meno spiritose, ma molto penetranti dell’urbanesimo contemporaneo attraverso le sue défaillances si trovano su Failedarchitecture.com, uno dei siti più frequentati dagli intellettuali fuori dagli schemi dell’architettura contemporanea. Sulla sua schermata allignano foto di Scampia o della Nakagin Capsule Tower, ma anche ragionamenti sul riuso e sulle svolte potenziali che questi fallimenti offrono e impongono.

Ma forse il contributo più eccezionale alla critica del fallimento è un libro di Douglas Murphy, scritto nel 2012 e tradotto da Postmedia l’anno dopo: L’architettura del fallimento è un saggio che getta uno sguardo completamente antiretorico sulla storia passata e recente, rileggendola come un susseguirsi di Failures, ma spostando l’attenzione dai luoghi comuni (il modernismo maturo, fonte di tutti i guai) a due periodi storici eccentrici: il primo modernismo, quello dei palazzi di ferro e vetro, del Crystal Palace e delle prime esposizioni universali, e le correnti iconiche e decostruzioniste degli ultimi decenni, frutto di un uso opportunista ma anche consequenziale delle ideologie radical degli anni Sessanta. La sua lettura di quelli che sono annoverati come i maggiori successi dell’architettura recente, dal Pompidou di Rogers e Piano al Riverside Museum Glasgow di Hadid, come altrettante tappe nella storia dei fallimenti del pensiero critico in architettura, è una delle visioni più lucide e innovative che si possa reperire nel panorama internazionale.

[Foto in apertura di Archivio Giovanni Sacchi]

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