18.09.2014 @ 05.37

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La scienza economica tra rigore e fede nelle convenzioni

La scienza economica tra rigore e fede nelle convenzioni
A volte il rigore degli economisti si manifesta soprattutto nel rigoroso rispetto delle convenzioni

La settimana scorsa è stato pubblicato su una rivista scientifica di economia un saggio molto importante, con una storia particolare che merita di essere raccontata. Perché rappresenta bene alcuni dei guai che tormentano la ricerca in campo economico, che a volte si trasmettono sulle scelte di politica economica dei governi, influenzando la vita quotidiana di tutti noi.

Sulla Reinhart and Rogoff controversy è stato detto già tutto, e gli addetti ai lavori saranno ormai stufi di sentirne parlare. Per il pubblico invece può essere utile una breve sintesi. Nel maggio 2010, Carmen Reinhart e Kennet Rogoff (R&R) della Harvard University pubblicarono nei Papers and Proceedings dell’American Economic Review un saggio, “Growth in a Time of Debt” (letteralmente “La crescita ai tempi del debito”), che in breve tempo sarebbe diventato molto famoso.

 

Attraverso l’analisi della performance di finanza pubblica e crescita economica di 44 paesi nel corso di 200 anni, R&R “dimostravano” che livelli troppo elevati di debito pubblico (maggiori o uguali al 90% del Pil) frenano significativamente la crescita. Negli anni successivi alla pubblicazione, il paper di R&R è stato spesso citato, non solo dagli economisti ma anche da giornalisti e politici – a volte a sproposito – come una autorevole base teorica a fondamento delle politiche di austerità europee.

 

Finché, nell’aprile 2013, Thomas Herndon, Michael Ash e Robert Pollin dell’Università di Amherst, nel Massachusetts, hanno pubblicato un saggio - “Does High Public Debt Consistently Stifle Economic Growth? A Critique of Reinhart and Rogoff” – che “dimostrava” (stavolta il termine è più appropriato) come i risultati ottenuti dai colleghi di Harvard fossero viziati da debolezze metodologiche decisive (tra cui alcuni errori curiosamente banali nell’uso di un foglio di calcolo). Lo studio di R&R è stato notevolmente ridimensionato, e dopo tre anni di onorata carriera si è trasformato in un caso internazionale che ha messo in serio imbarazzo i suoi autori e più in generale una parte della comunità scientifica degli economisti, la cui popolarità era stata già duramente provata dalla crisi.

 

Soltanto beghe tra accademici? Non proprio, visto il modo in cui le politiche di austerità condizionano una miriade di aspetti della nostra vita di tutti i giorni. Fin qui, comunque, niente di nuovo.

 

La novità è che il paper di Herndon e colleghi è uscito, la settimana scorsa, sulla versione cartacea del Cambridge Journal of Economics (CJE), dopo essere stato accettato per la pubblicazione nel novembre dell’anno scorso ed essere stato pubblicato nella versione online della rivista a dicembre. Chiaramente è una buona notizia, ma… c’è sempre un “ma”.

 

Il CJE è una buona rivista che a volte pubblica dei saggi illuminanti, per gli addetti ai lavori e non solo. Ma non è l’outlet più ambito su cui gli economisti mirano a “piazzare” i loro lavori. Perché, come ha opportunamente sottolineato Francesco Bogliacino su Sbilanciamoci.info, una pubblicazione su CJE non è considerata, in gergo, career making, almeno nella maggior parte delle università. Se sei un ricercatore, pubblicare lì non ti cambia la vita insomma.

 

Per dare un’idea di quanto invece sia decisivo per la carriera di un economista pubblicare sull’American Economic Review (AER), basti la battuta ricorrente di un mio caro amico e collega, che quando gli dico che vorrei sottoporre un paper ad AER mi risponde: “Se pubblichi lì puoi anche smettere di lavorare!”
La maggior parte degli economisti, in effetti, considera l’American Economic Review il top, insieme a sole quattro altre riviste: pubblicando su tali “riviste top” il ricercatore segnala a tutta la comunità scientifica il suo talento e la sua padronanza dei metodi, creando le premesse per l’assunzione a tempo indeterminato in una buona università. Perché AER (e le sue “sorelle”) sono note per una selezione molto dura dei saggi che gli vengono proposti e per un controllo rigoroso sulla loro qualità. E pubblicano contributi che spesso sono destinati non solo a influenzare e innovare la letteratura scientifica, ma anche a orientare il dibattito pubblico.

 

L’aspetto curioso è che, secondo quanto ha riportato ieri Jakob Kapeller (Università di Linz) nell’Heterodox Economics Newsletter, i colleghi di Amherst hanno provato a sottoporre il loro saggio all’American Economic Review, ottenendo però una desk rejection. Che vuol dire che il paper è stato immediatamente rifiutato per la pubblicazione, senza nemmeno essere sottoposto a valutazione (processo che generalmente richiede tra sei mesi e un anno, salvo casi fortunati).

 

L’editor di AER ha “rigettato” il paper perché conteneva la risposta a un saggio, quello di R&R, pubblicato nella serie dei Papers and Proceedings of the Annual Meeting (la conferenza annuale organizzata dall’American Economic Association, AEA), che viene pubblicata ogni anno nel numero di maggio della rivista. Gli articoli contenuti in questa serie non sono sottoposti a “referaggio” (cioè a valutazione da parte di referee anonimi), bensì sono “invitati” per la pubblicazione dal presidente designato dell’AEA (che all’epoca della submission di R&R era Robert E. Hall, Stanford University) su suggerimento di un comitato di esperti.
I ricercatori di Amherst, non avendo ricevuto alcun invito, hanno necessariamente inviato il paper per la pubblicazione tra i “regular articles”, per i quali invece è previsto il referaggio.

 

Kapeller interpreta il comportamento dell’editor in questo caso come un esempio dei ciechi automatismi che affliggono la ricerca economica. Nel senso che a volte il rigore degli economisti si manifesta soprattutto nel rigoroso rispetto delle convenzioni, anche quando tali convenzioni ostacolano lo sviluppo del pensiero critico e l’elaborazione di risposte credibili ai problemi dell’economia.

 

Fabio Sabatini su Twitter | Facebook | Social Capital Gateway

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