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12 aprile 2018

Pedalando verso Bruxelles

La sentenza di Torino sul caso Foodora è uno stop per gli sfruttati della Gig economy. Ma in Europa qualcosa si sta muovendo: l'obiettivo è distinguere le piattaforme di puro "match-making" da quelle che forniscono servizi e assoldano lavoratori

Samuele Cafasso

La sentenza del tribunale di Torino con cui è stato negato a sei ex rider di Foodora l’inquadramento come dipendenti della piattaforma di consegne di pasti a domicilio potrebbe essere un duro colpo per le ambizioni dei lavoratori della Gig economy italiani di vedersi riconoscere un minimo di diritti per il lavoro che compiono ogni giorno, malpagato e senza coperture sanitarie e assicurative.

E tuttavia, in attesa di conoscere le motivazioni della sentenza e tenendo conto del ricorso già annunciato dai legali dei sei fattorini che non avevano più ricevuto incarichi dopo la partecipazione alle proteste del 2016, va detto che nel resto dell’Europa qualcosa si sta muovendo. Soprattutto, alcune iniziative della Commissione Ue e dell’Europarlamento e pronunciamenti della Corte di Giustizia europea stanno portando a riconsiderare il ruolo delle piattaforme di condivisione: quando smettono di essere semplicemente tali e diventano, invece, fornitori di servizi che devono sottostare a regole ben precise, incluse quelle sul lavoro e i contratti applicati ai loro collaboratori?

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Piattaforma o qualcosa di più?

Come spiega Antonio Aloisi, dottorando alla Bocconi ed esperto dei temi della tutela dei nuovi lavoratori, la Commissione ha mosso un primo passo in questo campo con la Comunicazione 356 del 2016 in cui viene ribadita l’importanza della “sharing economy”, si ricorda che limiti all’esercizio delle attività devono essere giustificati dall’interesse pubblico e limitati al minimo, ma anche viene spiegato che non tutto può essere classificato come “sharing economy”. Una piattaforma di sharing economy pura fa semplicemente incontrare domanda e offerta in un determinato campo. Se esiste un “servizio sottostante”, invece, siamo in un altro campo, che va regolamentato secondo le singole legislazioni nazionali, comprese quelle sul lavoro.

Solo match-making?

Semplificando un po’: Foodora mette semplicemente in contatto fattorini, ristoranti e clienti affamati che agiscono indipendentemente oppure crea un nuovo servizio? Parliamo di nuovo servizio, spiega la Commissione, se la piattaforma si occupa di fissare i prezzi, definire i termini contrattuali del servizio, e se possiede i mezzi con cui il servizio viene offerto. Tutte e tre le condizioni assieme si verificano molto raramente e quindi, da questo punto di vista, la Comunicazione è poco efficace.

Chi decide veramente quando lavorare?

Però il documento Ue dice anche altro, ovvero che per definire l’esistenza di un rapporto di lavoro bisogna rifarsi alla definizione della Corte di Giustizia europea: “Una persona che per un certo periodo di tempo fornisce un servizio sotto la direzione di un’altra persona ricevendo in cambio una ricompensa”. In questo caso, diventa determinante capire se il lavoratore della piattaforma può organizzare liberamente il suo lavoro oppure no, e infatti questo è stato uno dei temi al centro del processo di Torino e sarà interessante leggere le motivazioni della sentenza per capire, ad esempio, come vanno interpretati l’esistenza di algoritmi che penalizzano chi gestisce meno consegne e gli “inviti” rivolti da chi gestisce la piattaforma ai rider per non “bucare” giorni di lavoro particolarmente intensi.

Il pilatro sociale europeo

Un altro passo importante è stato il lancio del cosiddetto “Pilatro sociale europeo”, un’iniziativa che al momento non ha effetti vincolanti per i singoli Stati ma dove vengono enunciati linee guida molto precise a tutela delle condizioni di lavoro “in tutte le sue forme”, una formula usata appunto per includere anche i lavoratori della Gig economy. L’Europarlamento, in una risoluzione adottata sulla base dell’European pillar of social rights, ha esplicitamente citato il lavoro intermediato dalla piattaforma digitali come un settore dove intervenire per definire meglio quando si può parlare di lavoro autonomo e quando no, a tutela appunto delle forme di impiego più precarie.

La parola ai giudici (europei)

In questo senso, a fare da battistrada sono le sentenze che riguardano Uber, la piattaforma finora più ostacolata dalle autorità perché lavora in un settore – quello del trasporto pubblico – pesantemente regolato in tutti i Paesi europei. In particolare una sentenza della Corte di giustizia europea del dicembre 2017 ha rilevato come UberPop, il servizio “low cost” di Uber, non possa essere considerato una semplice piattaforma, o servizio di intermediazione, bensì un servizio di trasporto vero e proprio perché c’è una tariffa fissata, un passaggio di soldi intermediato attraverso la piattaforma stessa tra cliente e guidatore e un controllo sulla qualità del servizio offerto. Uber, in altre parole, si caratterizza più per il servizio di trasporto offerto che per la piattaforma digitale. Per certi versi, anche senza la piattaforma digitale, Uber esisterebbe lo stesso come fornitore di servizi di trasporto, anche se con un funzionamento più difficile. Se questo ragionamento è valido – o almeno lo è per la Corte di Giustizia europea – non è forse applicabile anche ad altre realtà, come quelle di consegno di pranzi a domicilio? Al di fuori di Torino, qualcosa si muove.

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