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4 aprile 2018

Gattopardi alla sudcoreana

Quattro ex presidenti in carcere, così come i vertici delle grandi multinazionali del Paese. L'intreccio tra economia e politica nella Repubblica asiatica è stato svelato e punito. Ma non è cambiato

Cecilia Attanasio Ghezzi

Questa è una storia che comincia con un’immagine indimenticabile. La mattina del 10 marzo 2017, poco più di un anno fa, la giudice della Corte costituzionale sudcoreana Lee Jung-mi è chiamata a esprimersi sull’impeachment dell’allora presidente Park Geun-hye. La tensione è così alta che il magistrato si presenta di fronte a giornalisti e fotografi di tutto il mondo con ancora i bigodini rosa tra i capelli. La Casa Blu è travolta da uno scandalo che non ha precedenti: Park è ufficialmente la prima presidente democraticamente eletta costretta ad abbandonare la carica prima che si sia concluso il mandato. È accusata di abuso di potere e di una serie di favoritismi di cui non si vede la fine. Tanto che – e si torna ai giorni nostri – a un anno di distanza continuano a cadere teste. Il 22 marzo scorso, infatti, anche Lee Myung-bak, un altro ex presidente, viene arrestato. È il quarto capo di Stato della giovane Repubblica che finisce dietro le sbarre. L’accusa è aver preso tangenti per circa 10 milioni di euro mentre era in carica. Tra l’uno e l’altro evento cadono, sotto i colpi della magistratura, il delfino del colosso tecnologico Samsung Lee Jae-yong, due agenti segreti e il presidente del conglomerato Lotte Shin Dong-bin. Mai come oggi è chiaro che quei conglomerati aziendali a conduzione familiare noti come chaebol e che hanno permesso al Paese di diventare la quarta economia asiatica devono attraversare una trasformazione radicale.

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Consigliera e sciamana

E pensare che tutto era partito dal ritrovamento, avvenuto il 29 ottobre 2016 in circostanze mai del tutto chiarite, di un tablet. Al suo interno, mescolati tra documenti e foto personali, ci sono i discorsi della presidente. Il dispositivo viene ritrovato dall’emittente locale Jtbc e i suoi giornalisti ci mettono molto poco a risalire alla legittima proprietaria: si tratta di Choi Soon-sil, che viene accusata di aver usato l’amicizia con la presidente per influenzarla politicamente,per aver accesso a documenti riservati e  per distribuire così favori e mazzette.

Quella tra le due donne non è un’amicizia qualunque. Choi è entrata in politica nel 1994, alla morte del padre Choi Tae-min, fondatore di una setta che aveva avvicinato Park quando era ancora in giovane età, subito dopo l’assassinio della madre della ragazza nel 1974, convincendola di poter entrare in comunicazione con la defunta. Il padre di Park era in quel momento presidente e lo sarebbe rimasto fino al 1979, quando fu a sua volta assassinato dopo aver tenuto il potere per 18 anni. Documenti diplomatici del 2007 riportano un funzionario dell’ambasciata statunitense sostenere che «si dice che il pastore sia riuscito a controllare completamente corpo e mente della Park quando era ancora nell’età dello sviluppo e che il risultato siano le enormi ricchezze accumulate dai suoi figli».

 

Il domino delle chaebol

Insomma, forte della sua influenza spirituale, la Choi avrebbe consigliato la presidente Park Geun-hye su tutto: dagli indumenti da indossare ai discorsi politici da pronunciare in occasioni importanti. E avrebbe usato il suo rapporto personale per spingere importanti aziende coreane a donare decine di milioni di dollari alla sua fondazione e a riservare un canale preferenziale per garantire l’ingresso di sua figlia in una delle migliori università del Paese. I nove chaebol più importanti della Corea del Sud vengono sentiti dai giudici in una seduta congiunta e si difendono descrivendo una «realtà coreana» in cui non è possibile opporsi quando è il governo stesso a chiedere le donazioni. Accusano la presidente di scaricare su di loro le sue responsabilità. Chiedono di costituirsi come vittime, ma è troppo tardi. Ormai il vaso di Pandora è scoperchiato. Lee, il capo de facto di Samsung, viene condannato a cinque anni. Il fondatore 95enne della Lotte a quattro anni, il presidente a 30 mesi. Si ribalta e si mette in discussione la commistione tra potere economico e politico che ha contraddistinto la storia della Corea del Sud degli ultimi cinquant’anni, tanto da far parlare in molti della fine dell’era chaebol.

 

Ma il potere economico non cambia

I chaebol, letteralmente «ricca élite», sono stati i simboli dello sviluppo economico sudcoreano da quando, poco dopo il colpo di stato del 1963, Park padre si era fatto alfiere di uno sforzo di modernizzazione attraverso quello che è stato rinominato «capitalismo guidato». Aveva così scelto alcune aziende a cui affidare i principali progetti di sviluppo del Paese, spesso aiutate da prestiti garantiti dallo stesso Stato. Quelle si sono arricchite e si hanno gestito la successione ai vertici come fosse un affare di famiglia. Oggi nel Paese ci sono 45 conglomerati che possono essere definiti chaebol, ma i 10 più grandi equivalgono da soli al 27 per cento del totale degli asset sudcoreani ed è chiaro che vantano rapporti privilegiati con il governo. Inoltre gli azionisti di maggioranza, o i proprietari, non hanno mollato il controllo dei loro conglomerati nemmeno dopo le rispettive condanne. E forse hanno fatto bene. Il vicepresidente della Samsung Lee Jae-yong è ricorso in appello e nell’attesa la sua condanna è stata sospesa. È uscito di prigione il mese scorso e non ha mai smesso di guidare la più famosa multinazionale sudcoreana.

 

[Foto in apertura Getty Images]

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