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19 marzo 2018

Quando la tecnica è diventata Dio

L'agonia della democrazia. La guerra tra forze che rischiano di sparire. La filosofia per arginare la prepotenza tecno-scientifica. Conversazione con Severino, gigante del pensiero contemporaneo

Gea Scancarello

Un fantasma si aggira per il mondo, ma il comunismo non c’entra niente. E, se per questo, ormai nemmeno più il capitalismo. Agisce sottotraccia, mentre usiamo tempo ed energie a parlare, spiegare, dare indicazioni. Mentre cerchiamo di capire dove vada la democrazia e come ripararla.
Sbagliando, per definizione. Perché, ripete da decenni Emanuele Severino, il più grande filosofo italiano vivente, l’idea di democrazia e della politica consolidate nel nostro immaginario sono erose quotidianamente, e da secoli, dalla tecnica con cui invece avrebbero dovuto dispiegarsi. E la conflittualità della nostra realtà altro non è che la consapevolezza da parte delle forze tradizionali – la politica, ma anche la religione – di stare per scomparire.

Se sembra complesso, è perché lo è. Più volte, nel corso della chiacchierata, il filosofo bresciano, ottantanovenne, accademico dei Lincei e disponibile come solo i veri intellettuali sanno essere, chiede: «Si capisce qualcosa di quello che ho detto?». Si capisce, perché il pensiero è chiaro e lucido: siamo noi a essere troppo allenati alle risposte semplici, e disabituati alla profondità.

Infatti Severino quasi si secca quando gli domandiamo la sua definizione di populismo: tema assai in voga, alle radice di analisi, libercoli ed editoriali disparati. «Guardi, si tratta di un gergo dei mass media, una superficialità rispetto a cose più serie di cui possiamo parlare», sancisce. Ma essendo gentile, e abituato da sei decenni a insegnare a chi ne sa meno di lui, prosegue: «Il populismo è proprio di ogni atteggiamento politico. Ogni democrazia intende elargire al popolo quello che chiede, o intende almeno mostrare di farlo. È questo il senso del populismo: il carattere peggiorativo è che l’aspetto “dimostrativo” è prevalente rispetto alla reale elargizione. Ma ogni politico è populista se vuole avere dei voti».

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Cosa genera la conflittualità in cui stiamo vivendo?
In questa fase la democrazia classica, in cui la vita dello Stato deve adeguarsi alle verità svelate dal pensiero filosofico o da quello religioso, agonizza rispetto alla forma di democrazia che stiamo praticando sempre di più in Europa, la democrazia procedurale, il cui scopo è la salvaguardia della situazione sociale in cui ogni cittadino ha il diritto di essere rappresentato da chi sceglie. 

E cioè?
Una democrazia in cui il vero, le verità su cui si basa lo Stato, sono il parere della maggioranza.Lo scontrarsi di questi concetti di democrazia crea grande conflittualità all’interno della democrazia stessa.

Con che conseguenze?
Chi sta per essere estromesso punta i piedi. E non è un caso che si facciano sentire di più le forze che stanno per essere portate al tramonto: il momento che stiamo vivendo è pericoloso. Da un lato c’è la tendenza della tecnica a prevalere, dall’altro c’è il tentativo di resistere a questa tendenza: la conflittualità è più grande di quanto si avverta.

Facciamo un passo indietro. Cosa sono la tecnica e le forze tradizionali?
Ogni forza si serve di un apparato tecno-scientifico per raggiungere il proprio scopo. Nel mondo feudale il signore, per realizzare le proprie politiche, cioè il proprio scopo, si serviva dell’economia (la tecnica, ndr). Nella rivoluzione industriale, l’economia prese piede e poco alla volta dettò legge alla politica, con un rovesciamento di ruoli.

Oggi?
Oggi c’è un terzo rovesciamento: l’economia capitalistica, oggi prevalente pur con qualche notevole eccezione nel capitalismo di Stato alla cinese, è costretta a difendersi dai nemici esterni ed interni – perché il capitalismo è concorrenza e quindi è essenzialmente conflittualità interna  – e per prevalere deve potenziare lo strumento che ha.

E cioè?
La prestazione tecnologica: per guarire la gente non va più in chiesa, non prega, ma va dal medico. A livello globale, i rimedi per l’esistenza, per la sopravvivenza, per l’allontanamento della morte sono dati dalla scienza moderna. Allora, ogni forza, per prevalere sulle altre, deve rafforzare il proprio strumento, cioè la tecnica guidata dalla scienza. Ma nel potenziare lo strumento, il mezzo finisce con il diventare lo scopo stesso.

Proviamo a tradurre. Per rafforzare la tecnica, cioè le prestazioni tecnologiche, che sono lo strumento del capitalismo, che a sua volta era uno strumento della democrazia, si finisce col rendere le prestazioni tecnologiche l’obiettivo ultimo?
Esatto. Se prima lo scopo era rafforzare il mondo democratico, con il rafforzamento del mezzo la dimensione dello scopo viene sempre più occupata dal rafforzamento del mezzo, e lo scopo originario va sempre più riducendosi. Cioè si riduce la democrazia stessa.

La democrazia quindi non è più nemmeno uno scopo.
Poniamo che io e lei confliggiamo perché il mio scopo è un mondo democratico mentre lei vuole un mondo totalitario. Se c’è una conflittualità che non è solo verbale ma pratica, allora a un certo punto è inevitabile che lo scopo sia progressivamente occupato dalla necessità di rafforzare il mezzo che deve rafforzare questo scopo.

Entrambi ci attrezziamo insomma per vincere la nostra battaglia, potenziando al massimo le nostre armi.
E nello scopo delle due forze confliggenti è inevitabile che si attenui lo scopo originario per cui una delle due – cioè la democrazia o il totalitarismo – si distingueva dall’altra.

Insomma, abbiamo confuso i mezzi con gli obiettivi e ora siamo in balia degli strumenti, cioè dell’apparato tecnico-scientistico?
È un processo che avviene sottotraccia, all’insaputa delle forze che pensano di potersi servire della tecnica. L’economia, la politica, persino la religione pensano di potere guidare la tecnica. C’è il solito slogan dell’uomo che si serve della tecnica e naviga verso il progresso… Il processo di cui stiamo parlando avviene sostanzialmente all’insaputa delle forze interessate, ma non è una novità.

Perché lo dice lei da tempo?
No, perché già quando Marx rilevava la crisi del capitalismo rivelava una crisi che avveniva nel sottosuolo del capitalismo. Attenzione, non faccio un discorso marxista, tutt’altro. Ma sa cosa è avvenuto nell’Urss?

Immagino di sì, ma credo che non sia quello che ha in mente lei.
È successo che per poter reggere la concorrenza con gli Usa, la dimensione ideologica costituita del marxismo − una grande filosofia, peraltro − ha dovuto farsi da parte per rendere possibile il potenziamento della frazione tecnologica in possesso dell’Urss, così da reggere la concorrenza rispetto alla frazione tecnico-scientifica degli Usa.

E…
Per sopravvivere il comunismo ha dovuto rafforzare la propria potenzialità tecnica e quindi ha assunto come scopo questa potenzialità. Ma così si è ritratto come forza ideologica che intendeva solo servirsi della tecnica. Il processo che oggi avviene sottotraccia è già esistito nello scontro tra capitalismo e comunismo.  

Le ideologie insomma sono morte di fronte al nostro concentrarsi sugli strumenti per realizzarle: dalla corsa allo spazio agli armamenti. Cosa ci aspetta dunque nel futuro?
Le litanie e i miserere che si sentono sull’uomo “funzione della tecnica” sono fuori luogo. Sin dal principio, l’uomo è sempre stato inteso come un centro cosciente e  − in quanto volente − potente. Un centro di forza, un centro capace di organizzare mezzi in vista della produzione di scopi. Ora, questa definizione di uomo è la definizione stessa della tecnica. La tecnica non fa che inverare e rendere autentico e completamente disvelato il carattere originario dell’uomo.

Riassumiamo di nuovo: stiamo sbagliando nel concentrarci sui problemi non essenziali.
Sa cos’è per i credenti Dio? È il luogo in cui l’uomo  propriamente si ritrova, l’autentica patria dell’uomo. Dio è il supremo rimedio: contro la morte, il dolore, la miseria. Quindi Dio è stato il primo tecnico. Ma se quello era Dio, la tecnica attuale è l’ultimo Dio.

Abbiamo una qualche speranza di invertire questo processo che sta erodendo religione, democrazia e tutte le forze tradizionali?
So che la politica, i politici e gli operatori economici puntano i piedi perché sostengono che la possibilità di invertire il processo, e dominarlo, e controllarlo c’è.

Ma
Un mese fa sono stato a una conferenza a Firenze con Emanuele Coccia, Giuliano Amato, Massimo Cacciari, Biagio de Giovanni: il tema era il destino della tecnica. Io ho detto cose dello stampo di quelle che sto dicendo a lei, e Coccia ha risposto: «Il capitalismo non cederà». Gli ho risposto: supponiamo un sistema in cui lo scopo è sia l’incremento del profitto del privato sia l’aumento della potenza di questo sistema. Consideriamo poi un altro sistema, chiamato sistema due, il cui scopo è unicamente l’incremento della potenza del sistema. Qual dei due è destinato a prevalere?  Lui non ha potuto che rispondere che è si tratta del sistema due. Lei è d’accordo?

Immagino di sì: è una questione di dispendio di energie.
Esatto. Se io mi propongo soltanto di aumentare la mia potenza è inevitabile che prevalga rispetto a chi usa la propria energia anche per aumentare il proprio profitto. Ho parlato di capitalismo, ma potremmo dire anche democrazia o nazionalismo e via dicendo: una forza vale l’altra. Allora è inevitabile che il sistema che abbiamo chiamato due sia destinato a prevalere, poi certo ci possono essere ondeggiamenti, come nella quotazione dei titoli in Borsa…ma il titolo globalmente è in ascesa, cioè il processo è irreversibile.

Irreversibile?
Non parlo di un’affermazione definitiva della tecnica, ma di un tempo probabilmente lungo in cui la tecnica si impone e domina. Non dico che d’ora in poi la vita dell’uomo sarà sempre e solo guidata dalla tecnica, ma per un lungo tempo sì.

Quali sono gli argini all’erosione di consapevolezza che traccia?
Bisogna parlare della filosofia, perché le forze della tradizione, comunque, esistono.  La Chiesa al capitalismo ha sempre detto:«Sei un mezzo di produzione della ricchezza migliore dei comunismo, ma il tuo scopo deve essere il bene comune». Detto altrimenti, ha specificato che non tutto quello che si può fare è lecito fare. Ma la tecnica come tale non può saper rispondere a questo ammonimento, perché la tecnica di cui parlo non è la tecnica tecnicisticamente e scientisticamente intesa, cioè quella di cui si parla comunemente. Bensì è una tecnica che ascolta la voce del pensiero filosofico.

In che senso?
Finché la voce filosofica è quella della tradizione che mette dei limiti alla tecnica, la potenza della tecnica è soltanto una pre-potenza. Un balbettio rispetto agli ammonimenti della sapienza tradizionale.

Quindi, la filosofia e un certo ragionamento sono la nostra speranza. Servono a mettere paletti.
Gli ultimi due secoli hanno però visto crescere un pensiero filosofico che ha travolto – anche in questo caso più nel sottosuolo che in superficie – il quadro grandioso della sapienza tradizionale: quella sapienza che ammonisce la tecnica nel nome dei grandi valori. Il pensiero filosofico è arrivato a sostenere che quei valori non ci sono: Nietzsche dice e fa vedere che Dio è morto. Quindi se la tecnica ascolta il pensiero filosofico degli ultimi duecento anni, bè allora è destinata al dominio. Ma se non li sente, il concetto di tecnica con cui ci confrontiamo è la tecnica di cui tutti parlano, che brancola tra l’essere potenza ed essere potenza di fatto, cioè pre-potenza.

Come dire: meno potente del pensiero, dei valori, della ragione.

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