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16 marzo 2018

Così giovani e già così poveri

La crisi degli under 40, le diseguaglianze in crescita, il restringimento dei patrimoni causato dal declino del mercato immobiliare. Radiografia della (non) ricchezza degli italiani

Samuele Cafasso

L’Italia è una Repubblica democratica fondata sui patrimoni. Che, però, si stanno erodendo. L’indagine sui bilanci delle famiglie italiane della Banca d’Italia consente finalmente di ragionare sui temi dell’impoverimento del nostro Paese basandoci su dati certi e approfonditi che indicano due tendenze significative. La prima è lo spostamento del baricentro della povertà sulle famiglie più giovani, la seconda è la crescita delle diseguaglianze. Si tratta di una tendenza di lungo periodo e che, tuttavia, potrebbe in parte essere attutita dalla ripresa iniziata nel 2016 e che la ricerca di Via Nazionale intercetta solo in parte, poiché non ci sono rielaborazioni disponibili sul 2017.

Pagina99 ha rielaborato graficamente alcuni dati dell’analisi Bankitalia svolta su 7 mila nuclei familiari. Il primo grafico riportato qui sopra visualizza l’andamento dei redditi e della ricchezza media delle famiglie italiane rispetto ai valori del 2006 (=100).

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Se ci concentriamo sulle due righe blu e azzurre (ovvero, rispettivamente, il reddito medio equivalente,  cioè il reddito rapportato al numero di componenti di ogni singola famiglia per renderle confrontabili tra loro, e il reddito medio famigliare) notiamo innanzitutto che siamo molto lontani dai redditi su cui le famiglie italiane potevano contare solo 10 anni fa. Il reddito medio equivalente è sì cresciuto del 3,5% nell’ultimo biennio (2014-2016), ma è comunque di 11 punti sotto il livello del 2006. Se guardiamo invece ai patrimoni, il picco è stato raggiunto nel 2010 ma, da allora, c’è stata una caduta verticale che continua ancora adesso.

La ricchezza netta media e mediana degli italiani (nel grafico qui sopra riportiamo la ricchezza media anche per fasce d’età) nell’ultimo biennio è andata ancora giù di cinque e nove punti percentuali, una caduta riconducibile quasi interamente ai valori immobiliari e che, per questo, pesa più sulle famiglie povere che su quelle ricche, avendo queste ultime una maggiore capacità di diversificare gli investimenti oltre alla tradizionale proprietà della prima casa.

La crescita delle diseguaglianze, però, non è solo una questione di patrimoni. Anche nei redditi la forbice tra ricchi e poveri si è molto allargata a causa della crisi del lavoro, come dimostra l’indice di Gini, misura standard delle disparità. L’indice di Gini riferito al reddito equivalente è salito al 33,5% dal 33% del 2012 e del 2014. Crescono anche la percentuali di famiglie a rischio povertà, ovvero quelle che hanno un reddito equivalente inferiore al 60% di quello mediano: siamo al 23%, cioè quasi una famiglia su quattro.

«L’incidenza di questa condizione – spiega Bankitalia – è più elevata tra le famiglie con capofamiglia più giovane, meno istruito, nato all’estero, e per le famiglie residenti nel Mezzogiorno. Nei dieci anni precedenti, seguiti alla crisi finanziaria globale, il livello della disuguaglianza, misurato dall’indice di Gini, è aumentato di 1,5 punti percentuali riportandosi in prossimità dei livelli toccati alla fine degli anni novanta del secolo scorso (34,3 per cento); per effetto della prolungata caduta dei redditi familiari, il rischio di povertà è più elevato rispetto a quel periodo, ma inferiore per i nuclei il cui capofamiglia ha più di 65 anni o è pensionato».

La questione generazionale è la grande novità dell’Italia post-crisi, incapace di aggiornare la propria rete di protezione al mutato contesto economico. Il grafico qui sopra indica, divise per fasce d’età, le famiglie a rischio povertà – ovvero il cui reddito è inferiore del 60% al valore mediano – e le famiglie finanziariamente povere. Quest’ultimo valore indica la capacità di far fronte a momenti di difficoltà grazie ai risparmi detenuti in attività finanziarie. Una famiglia si considera finanziariamente povera se, anche liquidando tutte le attività finanziarie, non ha risorse per evitare il rischio di povertà per almeno tre mesi. Bene: se nel 2006 il rischio di povertà e le famiglie finanziariamente povere avevano una consistenza percentuale simile tra gli under 40 e gli over 65, nel 2016 è esploso il disagio dei più giovani in entrambe le categorie, soprattutto a causa della caduta dei redditi da lavoro non compensata da adeguati strumenti di welfare. Il 29,5% delle famiglie under 40 è in condizioni critiche sia a livello di redditi che di patrimoni. La percentuale scende al 12,5% tra gli over 65.

Un altro modo per guardare al problema capitale del Paese – ovvero la caduta dei redditi da lavoro – è attraverso il grafico qui sopra che calcola la ricchezza delle famiglie suddividendo tra dipendenti, autonomi e pensionati. Questi ultimi accusano i cali minori, mentre gli autonomi hanno sofferto soprattutto negli ultimi anni – ma si trovano comunque a livelli ben sopra la media – e i dipendenti solo adesso iniziano a frenare la caduta della crisi, grazie a una lieve ripresa dei redditi da lavoro, l’unica su cui le famiglie più povere hanno potuto fare affidamento.

«Tra il 2006 e il 2016 – nota Bankitalia – la ricchezza finanziaria è divenuta più concentrata: la quota di attività finanziarie posseduta dalla metà delle famiglie con ricchezza netta più bassa è scesa di circa cinque punti percentuali, a poco meno dell’11 per cento; quella detenuta dal 10 per cento più abbiente è salita di quasi 5 punti, a poco meno del 53 per cento».

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