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9 marzo 2018

L’ultima mutazione della democrazia

Dall'Uomo Qualunque al non partito, con la convinzione positivista che bastino competenze specifiche per governare. Mentre l'orizzontalismo divora l'autorità. L'analisi post voto di Urbinati

Cecilia Attanasio Ghezzi

«Attenzione, siamo entrati in una nuova era, quella del post-partiti-organizzati», mette subito in guardia Nadia Urbinati, docente di teoria politica alla Columbia University e intellettuale che sulle forme della democrazia si interroga da sempre. «È un fenomeno di straordinaria importanza per tutto il modo occidentale, va osservato e studiato, anche se ancora fatichiamo a decifrarlo. E, come sempre, l’Italia è uno straordinario laboratorio di sperimentazione politica, nel bene e nel male».

L’analisi del voto del 4 marzo ha restituito l’immagine di un Paese spaccato a metà: la Lega al Nord e il Movimento 5 stelle al Sud. Resiste qualche microscopico feudo Pd in regioni storicamente di sinistra, ma sono strascichi di un passato che non tornerà. Almeno non nella maniera in cui siamo abituati a conoscerlo. «È un processo di lunghissima durata», prosegue la politologa. «Nasce più di 50 anni fa con la disgregazione delle ideologie, ma oggi è una realtà matura. Internet, la rivoluzione tecnologica che stiamo vivendo, crea un’orizzontalità che decostruisce le tradizionali forme di autorità, sia politiche che culturali. Che ci piaccia o no, le nostre democrazie stanno cambiando, e siamo arrivati a un punto da cui non si torna in più indietro».

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La fine delle ideologie

L’excursus di storia contemporanea e teorie politiche con cui la professoressa motiva il suo punto di vista parte dal 1960, quando il sociologo Daniel Bell, che si definiva «socialista in economia, liberale in politica e conservatore nella cultura», pubblica La fine dell’ideologia. Il saggio teorizza come la stabilità delle società capitaliste e democratiche avesse eroso la ragion d’essere delle ideologie. I partiti che le sostenevano, se non volevano scomparire, dovevano quindi allargare il proprio elettorato stemperando i loro principi più caratterizzanti a favore di un consenso più generale e meno identitario. «Paradossalmente, il sistema elettorale è stato il primo attore che ha contribuito all’erosione delle ideologie», sottolinea l’autrice del La società orizzontale (Feltrinelli, 2017). Ma certo, non è avvenuto tutto d’improvviso.

Un punto di svolta, questa volta storico, è stato segnato dalla crisi energetica (1973-1979). Proprio in quegli anni si è iniziata da noi la cosiddetta “politica di austerità” con i problemi legati al debito pubblico crescente e la contrazione graduale dello stato sociale, con l’espansione del ruolo del mercato nella sfera dei servizi e la dipendenza dal mercato globale sempre meno governabile a livello statale. Fino a quel momento, ci ricorda ancora Nadia Urbinati, la sinistra democratica aveva svolto per il proletariato una funzione emancipatrice atta alla costruzione delle democrazie e delle società del Dopoguerra, ma da allora in poi non ha più avuto la forza di includere nuovi classi sociali.

«Prova ne è che la sinistra ormai rappresenta la classe media e i professionisti: molti di loro sono i figli degli operai degli anni Cinquanta che ha contribuito ad emancipare. Ma ai poveri di oggi promesse non ne fa più. Il Pci vinceva nelle borgate  romane; il Pd vince ai Parioli. Al limite i marginali e i poveri sono oggetto di panacee monetarie (poche e umilianti) che non infondono progetti di realizzazione individuale e non parlano il linguaggio del riscatto sociale e della dignità. Si capisce bene come questi ‘ultimi’ cerchino altri per essere rappresentati».

 

L’Uomo Qualunque

Prosegue, Urbinati, con l’analisi del voto: «Non è un caso che i 5 Stelle non stravincano dove c’è più occupazione e ricchezza, bensì nelle aree più vulnerabili e di precarietà cronica, dove i diseredati e chi vive di espedienti non da ieri sentono di non poter contare sui partiti tradizionali di centro-sinistra». Ce l’aveva già dimostrato Guglielmo Giannini, che nel primissimo Dopoguerra stravinse al Sud presentandosi così nel primo numero del suo settimanale satirico: «Io sono quello che non crede più a niente e a nessuno. Io sono l’Uomo Qualunque». Era il 27 dicembre 1944. Neanche due anni dopo il suo movimento aveva 30 deputati eletti nell’assemblea Costituente.

A sentire il suo fondatore – che ben presto si trasformò nell’animatore e nel punto di raccordo e riferimento di quei «nuclei qualunquisti» che spontaneamente andavano nascendo per l’Italia – lui ebbe solo il merito di ascoltare e raccogliere «il grido di dolore» espresso dalla borghesia del Paese. «Mettiamoci al lavoro e cerchiamo di risolvere noi i problemi del nostro Paese, senza fuoriusciti di ritorno, senza professionisti politici, senza mestieranti di chiacchiere». Né di destra né di sinistra, il Fronte dell’Uomo qualunque era convinto che per governare bastasse «un buon ragioniere, non rieleggibile per nessuna ragione». Fu una pagina della storia d’Italia breve, ma che oggi ritorna in un contesto storico molto più fertile.

 

Orizzontalità ed eterno presente

«Ecco infatti apparire il non-partito, regolato da un non-statuto che, in soli 10 anni e senza politici di professione è in grado di conquistare metà del territorio nazionale e di rivendicare una leadership nella maggioranza e dunque nel governo». I 5 stelle non riconoscono né i partiti né le ideologie, rivendicano di esser gente comune, «cittadini con il diritto di conoscere i dati, una specie di neopositivisti che pensano che per governare uno Stato basti avere le competenze tecniche specifiche a risolvere i singoli problemi».

Per Urbinati sono l’epifenomeno della trasformazione informatica e tecnologica che stiamo attraversando. D’altronde se l’universo può essere ridotto in algoritmi perché non applicare la stessa sintesi alla politica. «Siamo di fronte a un orizzontalismo totalizzante che poggia su un eterno presente e che cancella memoria e appartenenze. Non è un caso che la politica reagisce creandone di nuove. Ed ecco spiegato anche il proliferare di ideologie nazionaliste e xenofobiche. Sono la retroguardia, la reazione di pancia a un modello di società che distrugge ogni forma di identità politica di tipo strutturato».

 

La campagna elettorale perenne

La politologa ricorda come la nostra epoca sia piena di esempi di forze politiche più o meno populiste che arrivano al potere riducendo lo scontro sociale al confronto, spesso violento, tra chi è dentro le istituzioni e governa e chi ne sta fuori. Criticare la casta e fare fronte comune contro l’establishment diventa l’ideologia vincente della nostra contemporaneità. Urbinati cita le parole di Donald Trump, pronuciate al discorso inaugurale il 20 gennaio del 2017: non sono io qui, ma è il popolo che celebra oggi attraverso di me. Ecco, «il populismo è una fucina di propaganda, una perenne campagna elettorale» atta a dimostrare che chi gestisce lo Stato fa ancora parte del popolo che rimane fuori dai palazzi.

Per questo si cerca continuamente di indebolire i partiti, la stampa e tutti quei corpi intermedi che limitano il rapporto diretto tra chi governa e i cittadini. Il conflitto deve essere sempre a due: noi contro loro, il fuori contro il dentro, i cittadini contro la classe dirigente. Senza possibilità di mediazione o di sintesi: «Ecco il collante ideologico del nostro tempo, siamo tornati allo scontro tra i patrizi e la plebe, tra chi hai privilegi e chi non ha altro che la forza del numero e il risentimento».

L’ultimo ciclo della democrazia

Ma c’è un punto su tutti che preoccupa Nadia Urbinati, ed è l’idea che compito della politica sia la trasparenza per consentire sorveglianza come promettono i 5 Stelle. «Altro che democrazia diretta, ci si prospetta un popolo che osserva e giudica. E se il popolo si trasforma in pubblico, chi è al governo diventa attore di professione. E gli attori agiscono proprio per incontrare il favore del pubblico, da cui dipende il loro sostentamento». E ci spiega ancora: «È quella che tecnicamente si chiama democrazia dell’audience: non ci sono più cittadini attivi, ma giudici che hanno sempre bisogno di osservare e giudicare un confronto diretto. Siamo nella fase finale della trasformazione delle democrazie: la democrazia del pubblico ha sostituito quella dei partiti». Alla domanda su cosa viene dopo, la professoressa non sa rispondere. O forse sì.

«Aristotele ha teorizzato un ciclo dei governi costituzionali scandito da cinque fasi. L’ultima è quella dei demagoghi, ovvero quando i capi riescono a portare l’assemblea dalla loro parte. È questo il momento in cui si chiude il ciclo. Poi c’è la tirannia». E continua: «Per analogia si potrebbe ipotizzare che il populismo, ovvero la democrazia dell’audience, è la fase con cui si chiude il ciclo delle nostre democrazie».

 

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