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2 marzo 2018

Non voto, quindi esisto

Ci sono i pastori sardi che hanno restituito le schede. Quelli che distribuiscono kit su come comportarsi al seggio. E chi prova a invalidare la consultazione. Prove (disordinate) di astensionismo attivo

Cecilia Attanasio Ghezzi

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C’è chi è stufo di dover scegliere il male minore, abbassando l’asticella ogni elezione che passa, e chi denuncia una legge elettorale che non permette di votare liberamente e secondo coscienza. C’è chi è semplicemente contro il sistema e chi crede che sia arrivato il tempo per la democrazia elettiva di ripensare se stessa. Ancora, c’è chi manifesta il disagio di non appartenere più a niente e chi sceglie lo sciopero del voto come strumento di lotta. Ma un filo comune lega questi differenti stati d’animo, espressione, a loro volta, di diversissimi gruppi sociali: l’astensione attiva, ovvero la volontà che il proprio “non voto” venga contato e messo a verbale con le sue ragioni. Perché non si tratta di disaffezione e protesta generica. Ma di voglia di incidere sul presente in un altro modo. Nel bene e nel male…

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Qualcuno ha praticato l’astensionismo attivo prima ancora del giorno delle elezioni: lo hanno fatto nell’entroterra sardo i pastori di una cinquantina di comuni. Sono gruppi spontanei che hanno restituito in blocco le tessere elettorali, intorno al dieci per cento degli aventi diritto di ogni comune che abbiamo sentito. Lo chiamano lo «sciopero del voto»: lamentano ritardi dal 2015 dei premi comunitari, nessuna politica specifica per il loro territorio e l’inadeguatezza degli strumenti utilizzati da Bruxelles per valutare le aree del territorio adibite a pascolo. In pratica si sentono lasciati soli, scomparsi dal radar della modernità.

«Siamo arrivati al punto di rinunciare al diritto di voto», ci spiega Tonino Siotto, pastore Ollolai, il centro più importante della Barbagia, provincia di Nuoro. «La politica ci ha abbandonato, sono 20 anni che Roma ha smesso di tutelarci, nessuno porta all’Unione europea le nostre istanze e le banche non ci fanno più credito È normale arrivare a un punto in cui non ce la facciamo più e questa è la forma di protesta legale più estrema che ci è venuta in mente».

Nel suo comune, su 1.002 persone aventi diritto, in 116 hanno riconsegnato la tessera elettorale; di lì, la protesta si è sparsa a macchia d’olio su tutto il territorio. Vincenzo Coseddu, sindaco di Benetutti e presidente della comunità montana di Goceano in provincia di Sassari, ci dice che solo nel suo comune hanno riconsegnato 236 schede su 1.632 potenziali elettori, ma che nonostante «la protesta sia più che ragionevole» sta valutando di rispedirle via posta ai legittimi proprietari. «La rinuncia al voto è un’azione che ferisce soprattutto gli amministratori di buona volontà, perché viene spalmata equamente su tutte le forze politiche senza danneggiarne nessuna in particolare. Ma certo – continua – c’è da considerare che ormai siamo al limite della rivolta».

Il primo cittadino racconta che si è confrontato con buona parte dei sindaci della zona, e «non possiamo far finta di non essere di fronte a un problema storico sociale che ci coinvolge tutti». Lamenta che la sua terra ha perso un terzo della popolazione in 30 anni, che ovviamente ad andarsene è stato il segmento più giovane e spiega come questo metta in pericolo l’intero ecosistema. «La pastorizia qui è il baluardo contro il dissesto idrogeologico. Se la gente emigra, inoltre, calano gli introiti dell’erario pubblico e l’emorragia demografica diventa in pochi anni economica. Il Paese ci ignora da anni e problematiche gravi e profonde vengono lasciate all’iniziativa e alla fantasia dei singoli sindaci». Coseddu voterà, ma solo perché lo richiede la carica che ricopre.

 

Il kit per l’astensione attiva

«La loro è solo una lotta per la difesa della categoria», minimizza Enrico Eruli, professore di Didattica e pedagogia speciale dell’università di Cagliari, che assieme ad altri ha dato vita a Caap, Campagna Astensionismo Attivo Pubblico. «Noi invece vogliamo rendere pubblico e visibile l’astensionismo, un fenomeno comunque in crescita che viene sottovalutato. Vogliamo sottolineare che è una forma di voto, non una forma di indifferenza alla politica. C’è semmai una critica aperta ai partiti, e la voglia di mostrare che siamo in tanti a pensarla allo stesso modo».

Sul blog Astensionismoattivo si raccolgono testimonianze e si offre quello che chiamano il kit dell’astensione. Include il paragrafo 17.7 delle “Istruzioni per le operazioni degli uffici elettorali di sezione”, che regolamenta il caso in cui l’elettore recatosi al seggio rifiuti di ritirare la scheda o la restituisca prima di entrare in cabina, oltre un modulo prestampato con cui chiedere di mettere a verbale le ragioni di questa scelta. «Queste motivazioni dovrebbero essere lette in parlamento in seduta congiunta, ma ci sono una serie di negligenze da parte delle istituzioni su questo. Diciamo che non hanno alcun interesse a riflettere su questo dato, forse anche per questo motivo andrebbe istituito un quorum come per i referendum. L’astensione dovrebbe pesare quanto il voto ai singoli partiti». Secondo il professor Eruli, «votare significa oggi agire per automatismi, perché il potere politico non è più in mano al corpo elettorale».

Più prosaiche le motivazioni di altri gruppi che con gli stessi strumenti chiedono di mettere a verbale il rifiuto di questa classe politica per poi (ma questo sui loro siti non lo scrivono) sostituirla. Sono quelli che si muovono in rete dalle pagine Facebook di Walk of Change e Alba Mediterranea. Domenico Sancamillo, di  Walk of Change, sta girando le piazze d’Italia per «sensibilizzare la gente all’astensione e a sfruttare l’occasione di mettere a verbale che è un voto di protesta» con Orazio Fergnani . Con quale motivazione? «L’incostituzionalità di tutto il parlamento e dei governi». L’obiettivo è «contarsi per cominciare una serie di azioni di disobbedienza civile, come ad esempio non pagare le tasse» e infine confluire nella formazione politica di Alba Mediterranea che, usando le parole dello stesso Fergnani, si definisce una «destra sociale postindustriale» in cui «il soggetto umano non è arbitro di se stesso, ma si inscrive in un ordine che lo trascende» e «assume modelli precostituiti per non precipitare nel caos».

 

Il tentativo di invalidare il voto

Meno scioccanti, ma altrettanto populiste sono le ragioni che hanno spinto Federico Munerotto, candidato al Senato per il Movimento 5 Stelle nel 2013 e oggi critico sulla sua evoluzione, a fondare un “Comitato di rinascimento penta stellato” che consiglia l’astensionismo attivo mettendo a verbale che «nessuno dei partiti mi può rappresentare». «Siamo un folto gruppo di attivisti iscritti certificati al portale M5S», ci spiega Munerotto che però rifiuta di dirci quanti sono. E continua: «La retorica del voto utile questa volta non funzionerà, perché non ci sarà nessun vincitore. Noi ci asteniamo nell’attesa di far rivivere il Movimento delle origini, e andremo al seggio a certificare la nostra protesta».

«La mia cultura radicale mi insegna che la rabbia va tradotta in proposta di riforma», chiosa Mario Staderini. Ex segretario dei Radicali, assieme a Giuseppe Alterio e Paolo Breccia ha creato e messo online uno strumento che, oltre a rendere immediatamente accessibili i candidati di ogni collegio («conoscere per deliberare, diceva Luigi Einaudi»), supporta i cittadini che vorranno fare ricorso alla Corte europea per i diritti umani per contestare l’attuale legge elettorale. Per farlo, bisogna sempre quello di far mettere a verbale la propria astensione con la motivazione che «il sistema elettorale non mi garantisce un voto libero, uguale e che conti davvero, come garantito dall’articolo 48 della Costituzione, dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo e dal Patto internazionale sui diritti civili e politici».

Ci spiega che poiché con questa legge elettorale non è possibile il voto disgiunto, «il cittadino si può trovare nella situazione in cui la scelta di un partito nel proporzionale determina il voto a un candidato che è per lui invotabile. Più che sottolineare il dovere, rivendichiamo il diritto di voto e proprio per affermarlo dobbiamo far ricorso a quello che chiamo astensionismo intelligente».

L’obiettivo di Staderini è portare avanti un’azione giuridico-politica che, anche qualora venisse avallata dalla Cedu, avrebbe l’effetto non di annullare le elezioni ma di costringere lo Stato a cambiare la legge. Quando contestiamo che cambiare questa legge dopo le elezioni è l’unico punto su cui tutte le forze politiche in campo sono d’accordo, ci spiega che è arrivato il momento di mettere in discussione in maniera laica quella che chiama «democrazia rappresentatativa elettorale».

La tesi, un po’ edulcorata, è quella di David van Reybrouck in Contro le elezioni (Feltrinelli, 2015). «La percezione generale – motiva Staderini – è che il proprio voto non incida più né sull’interesse collettivo né sulla vita pubblica e che le elezioni siano ormai solo un gioco per la produzione di consenso delle forze politiche già in campo». E osa: «Bisognerebbe aprire il dibattito e sperimentare modelli altri, anche se oggi ci sembrano impensabili». Ad esempio? «La scelta dei rappresentati per sorteggio, non tutti magari, ma un 15 per cento a cui viene poi preclusa la possibilità di essere rieletto». Sarà, ma i tempi per il momento sembrano maturi solo per un eterno presente delle parole di Naomi Klein: «Our dreams don’t fit on your ballots», i nostri sogni non abitano le vostre urne.

 

Foto in apertura di Rocco Rorandelli / TerraProject / Contrasto

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