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2 marzo 2018

Non chiamateli indifferenti

Fine delle appartenenze, ignoranza e sfiducia: l'astensione è protagonista di queste elezioni. Ma siamo sicuri che non andare a votare sia sempre un male? Indagine sulle ragioni di chi resta a casa

«Credo che nei confronti dell’astensione sia necessario un atteggiamento laico, secolare», sostiene Roberto D’Alimonte, politologo esperto di sistemi elettorali e direttore del Centro italiano studi elettorali. Il fattore principale dell’astensione è senza dubbio la «delusione, l’insoddisfazione nei confronti dell’offerta politica», ma dentro il mondo degli astenuti ci sono ragioni differenti, diversi gradi di consapevolezza e soprattutto non si tratta di un fenomeno irreversibile, ma «mobile e razionale». Contro il voto a tutti i costi

Dallo sciopero del voto dei pastori sardi alla denuncia che questo sistema elettorale non garantisce «un voto libero, uguale e che conti davvero», passando per il rifiuto della classe politica. Cresce il fronte di chi, per diverse motivazioni, vuole sottolineare che l’astensionismo è una forma di voto, non una spia di indifferenza. E c’è persino chi arriva a mettere in discussione la «democrazia rappresentativa elettorale». Non voto, quindi esisto

C’è poi tutto un mondo che oggi rimane alla finestra aspettando giorni migliori per i diritti civili. Nel programma del centrodestra sono completamente assenti. Addirittura alcune componenti minacciano di smontare la legge sulle unioni omosessuali e introdurre nuove rigidità nel sistema di accoglimento dei migranti. Il Pd, dal canto suo, ha sì inserito lo ius soli nel programma e aggiunto la riforma del sistema delle adozioni per aprire ai single, ma senza farne un punto qualificante della sua piattaforma. E nelle sue liste pesa l’assenza di uomini e donne simbolo di queste lotte. Manconi, uno degli esclusi eccellenti, racconta i timori per la legislatura che verrà. L’ultima volta dei diritti civili

In conclusione, come mostrano gli ultimi sondaggi sulle intenzioni di voto, difficile aspettarsi un’affluenza superiore al 70 per cento. Sono numeri allarmanti secondo molti, a cominciare dal capo dello Stato Sergio Mattarella. Sono parecchi a sostenere che l’allargarsi della platea dell’astensionismo vada di pari passo con l’impoverimento della democrazia. Come siamo arrivati al suffragio universale

E se fosse arrivato il momento di dare il voto ai sedicenni e ai diciassettenni? In alcuni Paesi questa eventualità è già realtà. Tommy Peto, dottorando presso il Dipartimento di Scienze Politiche a Oxford, ha studiato il fenomeno. E sostiene che «la maggior parte dei teenager non si occupano di politica proprio perché molta parte della politica non si occupa di loro. Prova ne è che quando il sistema politico si impegna a coinvolgere i più giovani, questi si fanno coinvolgere dalla politica». Tutte le ragioni per dare il voto ai sedicenni

Ultimo ma non per questo meno importante, uno strumento per capire meglio l’evoluzione storica del fenomeno. Ecco la fotografia del disamore degli italiani per le urne, dopo anni di enorme impegno. L’affluenza in Italia, in tre mappe

 

SOMMARIO

Contro il voto a tutti i costi | Gabriella Colarusso

L’ultima volta dei diritti civili | Samuele Cafasso

Non voto, quindi esisto | Cecilia Attanasio Ghezzi

Come siamo arrivati al suffragio universale | Lorenzo Mantelli

L’affluenza in Italia, in tre mappe | Alberto Bellotto

 

DAL NOSTRO ARCHIVIO

Tutte le ragioni per dare il voto ai sedicenni | Marco Filoni, Pietro Intropi

 

Foto in apertura di Rocco Rorandelli / TerraProject / Contrasto

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