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2 marzo 2018

L’ultima volta dei diritti civili

Sono spariti dai discorsi e dai programmi dei partiti, a destra e a sinistra. E la loro assenza potrebbe aumentare l'astensione. Manconi, grande escluso dalle liste, racconta i timori per la legislatura che verrà

Samuele Cafasso

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Quando a cavallo dello scorso Natale la legge per lo ius soli naufragò contro gli scogli del numero legale al Senato, Gianni Cuperlo e un manipolo di parlamentari del Pd proposero di chiedere al presidente della Repubblica Sergio Mattarella l’allungamento della legislatura per una manciata di giorni ancora. C’entrava il desiderio di non buttare via tutto il lavoro fatto e lavare via l’onta degli scranni vuoti per le vacanze natalizie, certo. Ma c’era anche un senso di urgenza, un adesso o mai più che ha accompagnato tutto il quinquennio: dal testamento biologico (approvato) alla legge di riforma del sistema penitenziario (sul binario morto), ogni passaggio parlamentare sui diritti civili è stato accompagnato dalla sensazione di essere di fronte all’ultima occasione.

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Fuori dalle liste e dai programmi

Una volta pubblicati programmi e liste elettorali dei partiti, la sensazione è stata confermata. C’è un mondo che oggi rimane alla finestra aspettando giorni migliori per i diritti civili e che potrebbe alimentare il bacino dell’astensionismo. Nel programma del centrodestra i diritti civili sono assenti mentre alcune componenti minacciano di smontare la legge sulle unioni omosessuali e introdurre nuove rigidità nel sistema di accoglimento dei migranti. Il Pd ha sì inserito lo ius soli nel programma e aggiunto la riforma del sistema delle adozioni per aprire ai single, ma senza farne più punti qualificanti della sua piattaforma, mentre dalle liste sono assenti uomini e donne simboli come l’ex Arcigay Sergio Lo Giudice, la già sindaca di Lampedusa Giusy Nicolini, Mario Marazziti (Comunità di Sant’Egidio), Ermete Realacci, Luigi Manconi. LeU e + Europa hanno programmi più avanzati e candidature fortemente evocative, ma la sensazione di essere finiti in una “ridotta” è forte.

Ne abbiamo parlato con uno dei grandi esclusi dalle liste, Luigi Manconi, per sapere cosa sono stati questi anni per lui − «luci e ombre» − e cosa si aspetta dalla prossima legislatura. «Non molto. Vedo i rapporti di forze elettorali, vedo all’orizzonte una maggioranza conservatrice assai ampia», è la risposta non esattamente confortante. Oggi più che mai, sembra che siamo ancora fermi ai diritti sociali contro i diritti civili, con questi ultimi soccombenti nell’era del populismo imperante: «Un ragionamento attraversato da una sottile tonalità classista. C’è un preconcetto ideologico che, pur talvolta presentato come di sinistra, è profondamente reazionario, ovvero l’idea che i diritti civili, le garanzie individuali, le prerogative della soggettività siano beni di lusso e risorse superflue che possono interessare solo chi ha già soddisfatto abbondantemente i propri bisogni materiali. Solo a quel punto ci si può concedere il privilegio di interessarsi anche del benessere emotivo e spirituale, del proprio pezzo di felicità».

«È un pregiudizio classista − continua Manconi − che vede il popolo, gli strati più sfruttati, la classe operaia come sostanzialmente una materia bruta, una bocca da sfamare, un reddito da garantire, un corpo da coprire con un tetto e nulla più. Questo argomento è stato usato nei primi anni Settanta per squalificare la lotta per il divorzio, e poi l’aborto, come diritti borghesi. Quasi che il povero, lo sfruttato, l’operaio, non vivessero una esistenza emotiva, una vita di relazioni, l’aspirazione a una coniugalità e genitorialità più felici, quasi che per definizione il proletario fosse sempre un eterosessuale e le unioni civili riguardassero solo la borghesia, magari quella cosmopolita e decadente. Faccio un esempio a cui tengo molto: la lotta contro il dolore non necessario, prodotto dalle gravi patologie, riguarda tutti. Ma non perché tutti siamo uguali, perché non lo penso, ma riguarda tutti perché il fondamento dell’essere umano risiede nella persona e nella sua dignità, e nel diritto a non vederla sfigurata dalla sofferenza».

 

Passi avanti e stop

La lista delle riforme approvate in questi anni è tanto lunga quanto quella delle occasioni mancate: l’Italia si è dotata di una legge sulle unioni civili attesa da almeno 25 anni e che, pur mancando l’obiettivo della piena parità, ha segnato un fondamentale punto di svolta. Sono stati chiusi definitivamente gli ultimi ospedali psichiatrici giudiziari, istituita una legge sul “dopo di noi” a sostegno delle persone disabili e alle loro famiglie, approvato il reato di tortura, seppur con un testo molto diverso da quello della Convenzione Onu del 1984, il che rende la legge poco efficace. Infine, a pochi mesi dalla fine della legislatura e in modo inaspettato, ha avuto il via libera la norma sulle direttive anticipate di trattamento, ovvero il biotestamento.

«Il risultato che abbiamo raggiunto sul testamento biologico è tanto più rilevante perché lo si riteneva impossibile. Ci siamo arrivati con grande ritardo e notevole affanno, ma ci siamo arrivati». C’è una cosa, però, che impedisce a Manconi di brindare come, forse, vorrebbe fare: «Lo dico con un filo di imbarazzo: certamente in quelle settimane di fine legislatura è come se, e sottolineo come se, si fosse realizzato una sorta di scambio tra l’approvazione del biotestamento e la mancata approvazione dello ius soli. Non sto dicendo che c’è stato un baratto, ma in qualche modo nel negoziato parlamentare la rinuncia di uno e la promozione dell’altro hanno avuto un loro peso. Per me questo è intollerabile».

 

Politica e consenso

Manconi in realtà sfuma molto il racconto di quei giorni: lo ius soli fu spedito su un binario morto perché ritenuto tema troppo impopolare, come dopo è successo per la riforma penitenziaria. La legge sul testamento biologico fu ripescata un po’ sull’onda del caso di Dj Fabo, un po’ per bilanciare lo stop sui diritti dei nuovi italiani. Ma è proprio questo appiattimento sui presunti umori della maggioranza che Manconi contesta: «L’ostilità delle gerarchie ecclesiastiche e di alcuni movimenti cattolici nei confronti del biotestamento rappresentavano un possibile ostacolo all’approvazione della legge, non so dire se più grande o meno di quello che avrebbe incontrato lo ius soli. In un caso la politica si è assunta la propria responsabilità, e il biotestamento è stato approvato, nell’altro no. Il movimento delle opzioni morali, delle idee, delle culture nel determinare il consenso politico è più vivace di quanto si creda. La politica deve contare su questo, non lasciarsi bloccare dai preconcetti: i processi mentali delle persone sono rapidi, le identità si trasformano, mutano gli stili di vita. La politica deve contare su questo, non sui pregiudizi culturali».

Di tutto questo, adesso Manconi si occuperà da fuori del Parlamento. «Essere candidati non è un diritto e non mi sottraggo alle domande personali: credo di aver lavorato bene, lo dico senza falsa modestia e senza iattanza. Ma il segretario del Pd ha scelto un’impostazione delle liste molto ispirate alla fedeltà e io, pur comportandomi sempre lealmente e dichiarando a viso aperto il mio dissenso, non sono mai appartenuto all’area renziana. Ho 70 anni, faccio politica da quando ne avevo 15 anni, per la maggior del tempo fuori dalle istituzioni e continuerò a farlo. Ho patito moltissime sconfitte e ho ottenuto rare vittorie, ma questo mi ha fatto innamorare ancor più della politica. A determinate condizioni, penso ancora che possa essere il mestiere più bello del mondo».

 

Foto in apertura di Rocco Rorandelli / TerraProject / Contrasto

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