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23 febbraio 2018

Il conflitto di interessi. Di nuovo

Per anni al centro del dibattito pubblico, il virus non è stato debellato. Anzi, si è trasformato e oggi torna in forme più insidiose. Attraverso le piattaforme digitali e grazie all'assenza di leggi

Conflitto di interessi, siamo ancora lì? Già: 23 anni dopo il partito-azienda e dopo l’arrivo in parlamento di Silvio Berlusconi, l’Italia non ha una legge sul conflitto d’interessi capace di prevenire le situazioni più a rischio. Da Maria Elena Boschi ad Antonio Angelucci, passando per il caso di Renato Soru e l’intricata questione Casaleggio, appare evidente come il conflitto di interessi sia diventato pervasivo, proliferi nella debolezza dei partiti politici e, allo stesso tempo, ne è causa perché alimenta la sfiducia degli elettori. Fatevi gli affari vostri, in Italia si può

Per vent’anni il dibattito pubblico italiano si è concentrato sul conflitto di interessi del Cavaliere, ma oggi nessuno sembra preoccuparsi altrettanto di quello di Davide Casaleggio. L’associazione Rousseau di cui è presidente è proprietaria dell’omonimo sistema informatico su cui si svolgono le votazioni dei 5 Stelle, il cuore pulsante dell’attività politica interna al Movimento. Chi la controlla controlla tutto. Quel sistema però non è né sicuro, né trasparente né orizzontale. Intanto la sinistra ammutolisce di fronte a questa nuova forma di controllo. Perché fatica a capire la rivoluzione della democrazia in Rete. Nessun girotondo intorno a Rousseau

Così anche i think tank sono diventati veicoli di interessi. E in Italia, dove non hanno obbligo di trasparenza, si trasformano nel braccio operativo dei singoli politici. Daniele De Bernardin, analista politico di Openpolis, ci spiega proprio come le fondazioni «stanno diventando attori sempre più importanti nel racconto delle dinamiche politiche italiane» e che «il motivo sta proprio nel fatto che ci sono meno vincoli sui finanziamenti e sulla trasparenza rispetto a quelli esistenti per i partiti politici». Urge una legislazione che li regolamenti. Di lobby e di governo

Facebook, Amazon e Google sono i protagonisti del più grande conflitto di interessi della storia. Da una parte abbiamo un servizio di pubblica utilità,  dall’altra una funzione che trasferisce determinate informazioni all’interno della piattaforma e può stimolare gli utenti, ma in linea con il modello di business che la piattaforma ha costruito. Dicono di voler migliorare il mondo, ma ci rinchiudono in una bolla e guadagnano con i nostri dati. La verità è che non gli piaci abbastanza

«Angela Merkel, Emmanuel Macron, Mariano Rajoy non hanno conflitti di interessi e se è per questo non li aveva neppure Margaret Thatcher. Un magnate dei media come Rupert Murdoch non potrebbe mai diventare primo ministro del Regno Unito, non sarebbe candidabile», ci racconta il politologo e accademico italiano Gianfranco Pasquino, allievo di Norberto Bobbio e Giovanni Sartori. La politica lo studioso l’ha esperita anche sugli scranni di Palazzo Madama e non ha dubbi nell’identificare «l’inizio visibilissimo del conflitto d’interessi in Italia con Silvio Berlusconi. Dopo di lui, un altro caso chiaro è l’ex ministro Maria Elena Boschi». Il sonno dei partiti genera mostri

Purtroppo è un tema che non tocca solo politica e informazione. Ancora oggi, nonostante da decenni si parli di trasparenza, è difficile verificare con certezza finanziamenti, donazioni, sponsorizzazioni di congressi e compensi di diverso tipo alle organizzazione sanitarie. E spesso, per l’intermediazione di terze parti come agenzie di comunicazione o società per la formazione continua in medicina, non sono tracciabili né le attività specifiche a cui sono destinati i fondi, né il destinatario ultimo del supporto economico. L’invenzione delle malattie

Gli Usa hanno abolito il principio di uguaglianza nella fruizione di contenuti e servizi via Internet. Con conseguenze drastiche per l’economia digitale e per l’utilizzo di Internet da parte dei consumatori. E l’attività online di milioni di americani cambierà radicalmente. Un regalo alla lobby dei provider. E l’ennesima prova che lasciare le decisioni a chi è già caratterizzato da conflitti di interesse può essere dannoso per tutti. Net neutrality, ultimo atto

 

SOMMARIO

Fatevi gli affari vostri, in Italia si può | Samuele Cafasso

Nessun girotondo intorno a Rousseau | Gabriella Colarusso

Di lobby e di governo | Cecilia Attanasio Ghezzi

La verità è che non gli piaci abbastanza | Federico Gennari Santori

Il sonno dei partiti genera mostri | Barbara Ciolli

 

DAL NOSTRO ARCHIVIO

L’invenzione delle malattie | Roberta Villa

Net neutrality, ultimo atto | Federico Gennari Santori

 

Foto in apertura di Christopher Anderson / Magnum Photos / Contrasto

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