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16 febbraio 2018

Ciò che eravamo, ciò che volevamo

Nel 2011 i trenta-quarantenni pensarono di cambiare le regole della produzione culturale. Nacque TQ, che crebbe e si spense rapidamente. Cortellessa, Pacifico e Ostuni ne ripercorrono storia, fallimenti ed eredità

Luigi Cruciani

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Nel 1993 uno splendido quarantenne diceva che Roma, trent’anni prima, era una città bellissima. Molti non sanno, non c’erano, ma vallo a contraddire, Nanni Moretti. Nel 2011, solo tre anni dopo l’odiosamata stagione veltroniana, sarebbe stato più complicato sentire qualcuno pronunciare un giudizio altrettanto spassionato. Eppure, per altri splendidi quarantenni o quasi (ma anche per chi, più giovane, rincorreva forse con pigra ingenuità il modello intellettuale da loro incarnato), quello è stato un anno di grande fermento culturale, l’anno del Teatro Valle Occupato, del Cinema Palazzo. E di TQ, la Generazione trenta-quaranta.

Il 18 aprile 2011 Il Sole 24 Ore pubblicò un articolo firmato dagli scrittori Mario Desiati, Nicola Lagioia e Giorgio Vasta, dall’allora ufficio stampa della casa editrice minimum fax Alessandro Grazioli e dal linguista Giuseppe Antonelli. I cinque ritenevano fosse giunto il momento «per una generazione di intellettuali» di «uscire dall’angolo» e porsi alcune domande fondamentali riguardo la produzione e la promozione della cultura. Ma «tutti insieme», in un «orizzonte comune», in modo da tentare risposte condivise a questioni professionali, operative, di engagement e incisione sulla realtà. Esisteva un sottinteso politico, ma non era esplicitato.

Undici giorni dopo si tenne presso la sede romana di Laterza un seminario che coinvolse un centinaio di operatori culturali tra scrittori, giornalisti, professionisti dell’editoria. Si mantenne la sigla generazionale, nacque TQ. Il collettivo assunse subito un’anima politica, i confini si restrinsero lasciando fuori molti aderenti della prima ora (tra cui Antonelli e Desiati), si produssero manifesti e altri documenti. Si sollevarono, tentando sempre l’equilibrio su un terreno condiviso, discussioni relative ai diritti dei lavoratori, all’utilizzo degli spazi pubblici, al degrado informativo e formativo, all’industria editoriale.

Il punto, centrale ed emozionante a molti occhi, fu la riscoperta dell’impegno collettivo; la proposta di una rinnovata visione della cultura. Si voleva combattere «il diffondersi del neoliberismo come nuova epidemia dell’Occidente», «la concentrazione nelle mani di pochi grandi gruppi editoriali»; si parlava di «bibliodiversità», «ecologia culturale» (come riequilibrio nella produzione libraria capace di premiare la qualità) e riappropriazione degli spazi pubblici. Si voleva mappare un intero sistema e provare a suggerire azioni per correggerne le storture. Quel movimento di trenta-quarantenni infervorò rapidamente la stampa, che altrettanto rapidamente se ne disamorò. Con quasi la stessa velocità si allontanarono molti firmatari e presto il gruppo si sciolse, lasciando solo uno dei suoi più vivaci animatori, il poeta ed editor di Ponte alle Grazie Vincenzo Ostuni, a chiedersi nel 2013: Che fine ha fatto TQ?.

Una domanda che forse è opportuno porre nuovamente. Non solo per ricordare cosa quel collettivo è stato e indagare i motivi della sua parabola discendente. Ma pure per capire se quel fermento, il cui valore intellettuale e politico infiammò molti, sia ancora capace di dialogare con il presente. Questioni a cui nessuno meglio di tre TQ può tentare di rispondere. Perché magari di un TQ 2.0, con gli anticorpi dei suoi fallimenti, avremmo bisogno anche oggi.

 

ANDREA CORTELLESSA

Professore universitario e critico letterario, collabora con riviste, quotidiani e i programmi culturali di Rai Radio 3

«TQ nacque in circostanze estreme da un mondo, prevalentemente editoriale e romano, unito sotto una sigla generazionale. In molti condividemmo quelle istanze, ma l’iniziativa ci sembrava carente di concretezza progettuale e politica. Si generò allora un’ampia discussione, un momento molto stimolante che mai avevo vissuto. Sul piano politico il movimento assunse posizioni fortemente anti-neoliberiste e pensò di circoscrivere la sua azione al campo professionale di molti di noi. Il fatto di poter osservare da vicino le cose che non ci andavano bene era di sicuro un punto di forza in epoca post-sindacale, anche se poi si è rivelato un fattore di debolezza per l’incapacità di uscire dal confine della letteratura».

«Oggi di TQ non è rimasto niente. Nessuno di noi è tornato su quella vicenda. Alcune realtà, come quella di Piccoli maestri (scuola di lettura per ragazzi tenuta da scrittori, un’idea di Elena Stancanelli ispirata agli esperimenti di Dave Eggers e Nick Hornby, ndr), sono andate avanti, così come sono sopravvissute alcune idee individuali germogliate in quel contesto, ma quella rete capace di mettere insieme persone diverse è venuta completamente meno. Per prima cosa, si confidò troppo nei mezzi di comunicazione e nella virtualizzazione della discussione. Aleggiava già lo spirito del web 2.0, era il periodo delle primavere arabe qui germogliate, che come nel nostro caso hanno dimostrato di non durare. La battaglia virtualizzata all’inizio è più forte e incoraggiante: i media infatti diedero una grande risonanza a TQ, ma poi questo approccio ci si è rivolto contro. Anche perché è poco impegnativo; arriva a un certo punto l’attrito con la realtà che tutti cerchiamo di evitare, l’unico che però risulta fertile. L’elemento territoriale, il posizionamento locale in senso non solo geografico, l’esperienza concreta delle persone sono politicamente fondamentali. L’altro grande difetto del movimento fu che, alla fine, la maggioranza delle persone non volle sputare nel piatto in cui mangiava. Nel frattempo, nella contestazione delle prassi concrete del lavoro, i media che ci avevano portato alla ribalta ci abbandonarono».

«Le istanze e le questioni poste nel 2011 sono ancora valide. Basti pensare all’utilizzo degli spazi pubblici o alla produzione dell’offerta culturale, temi che affrontammo all’interno dei documenti di TQ. Soprattutto a Roma si sono susseguite fino a oggi le retoriche politiche sulla riqualificazione delle periferie, abbandonate dalla sinistra, conquistate dai fascismi e oggi dal M5S. Qui non esiste alcuna forma di partecipazione pubblica e le iniziative culturali sono state calate dall’alto senza comunicare con gli abitanti della zona (cosa che invece fece Nicolini negli anni ’70). Ciò ha condotto in questi territori a una disaffezione per la politica e a una perenne guerra tra poveri».

«Per quanto riguarda invece le strutture proprietarie che gestiscono l’offerta culturale, con il dominio del web non esiste quasi più retribuzione per gli operatori di settore. Una dinamica oggi ancora più estremizzata: la sostenibilità della cultura online, portata avanti grazie a un fondamentale narcisismo di chi ne è protagonista, dovrebbe essere al centro di ogni discussione seria. Oggi la cultura possono farla soltanto le persone con uno stipendio assicurato, che per passione riescono a operare gratuitamente, o i figli di papà».

 

FRANCESCO PACIFICO

Scrittore e traduttore, collabora a numerose riviste e fa parte del comitato che dirige Il Tascabile

«Quella di TQ è stata un’esperienza molto emozionante perché ho sperimentato per la prima volta la potenza di organizzarsi tutti insieme. Avevamo già capito che le promesse nate dalle nostre aspirazioni e dai nostri studi non erano state mantenute. All’epoca mi resi conto che i lavoretti e le varie attività con cui rincorrevamo i nostri desideri non ci permettevano di guardarci intorno e ritrovarci. Con TQ la nostra fatica individuale divenne cosa condivisa».

«A seconda di come la vedi, TQ ha due finali. Il primo è quello incarnato da Chiara Valerio come responsabile del programma di Tempo di Libri 2017 e da Nicola Lagioia come direttore del Salone del Libro di Torino. Una delle istanze di TQ dichiarava che noi avremmo realizzato le cose con un altro spirito, e loro lo hanno fatto alla luce di un’esperienza professionale capace di procedere in un modo frugale e molto bello, ma sempre all’interno del mercato. L’altro finale, quello se vuoi giocatosi su una impasse fallimentare, si situa nel momento in cui è diventato insormontabile il contrasto tra gli anticapitalisti radicali e quelli che, pur critici nei confronti del mercato, in quel sistema cercavano la gloria personale ed erano allergici alla pur indispensabile logica di sezione».

«Mi chiedi se è stato lo slancio anticapitalista a uccidere TQ, ma io potrei risponderti che invece è stato lo slancio verso il mercato: la maggior parte di noi era socialdemocratica e non voleva distruggere lo status quo; altri invece andavano in questa direzione. Trovare la giusta distanza tra accettazione dell’esistente e utopia è uno dei problemi della storia, soprattutto nell’Italia cattocomunista e del compromesso storico: due anime inconciliabili che sembrano congiungersi perfettamente, ma non lo fanno, e ciò alla fine costituisce sempre un ostacolo insormontabile. Così è stato per noi».

«TQ si organizzò in gruppi di monitoraggio dei diversi ambiti della cultura, che vennero mappati e al cui interno si sollevarono alcune questioni fondamentali. L’azione del movimento, che si tradusse soprattutto in un’immensa mole di confronti vissuti prevalentemente per posta elettronica, era qualcosa di necessario ma infine infattibile. Questo perché secondo me, a parte personalità proprio come quelle di Andrea Cortellessa e Vincenzo Ostuni, che per capacità intellettuale e passione erano in grado di sopportare il carico, il livello di chi partecipava all’azione del movimento era basso. Ricordo una volta in cui un tizio manifestò in rete il suo disaccordo verso TQ: ci furono molte mail che lo prendevano in giro storpiandone il nome, una cosa infantile e tipicamente fascista».

«Credo che il modello TQ sarebbe molto più fertile oggi rispetto ad allora. Venivamo dai primi anni di ubriacatura per la banda larga, producemmo una grande mole di materiale attraverso la comunicazione virtuale, ma per movimenti di questo tipo è necessario vedersi concretamente in dei posti e discutere. Oggi mi sembra di respirare un’aria in cui è più naturale stare insieme, formare un collettivo. Penso allo spirito aleggiante sulle riunioni per il Salone del Libro di Torino: uno spirito compatibile con il mercato e allo stesso tempo diffidente. Solo il tempo dirà se si tratta di zone temporaneamente autonome o di nuovi paradigmi».

Per quanto riguarda la mia esperienza professionale, le questioni poste da TQ sono valide ancora oggi. Il traduttore dovrebbe ricevere una percentuale sulla vendita, il redattore dovrebbe avere un mensile fisso, per l’editor andrebbe abolita la partita Iva. A proposito degli scrittori, invece, penso sia tutto un altro discorso: sono un incrocio tra una geisha e un ninja, e non hanno cittadinanza nel mondo».

 

VINCENZO OSTUNI

Editor di saggistica e narrativa per Ponte alle Grazie, poeta, animatore culturale e attivista delle CLAP, Camere del Lavoro Autonomo e Precario

«TQ costituisce un grande rimosso collettivo per chi ne ha fatto parte. Fu un’esperienza di un certo successo, ambiziosa, fuori dall’ordinario per la risonanza che ebbe e il lavoro prodotto. Dopo la prima fase si decise di aprire il gruppo a qualunque lavoratore della conoscenza: se all’inizio quindi fu un collettivo di intellettuali attivo nella politica culturale contro una logica liberista, divenne poi un movimento aperto. Questa fu certamente una trasformazione positiva dato che rispondeva all’aspirazione democratica, antielitista di TQ e alle sua modalità di lavoro ampiamente collegiali. Con un risvolto negativo, anche se non è stato questo il motivo della fine: l’espansione non fu organizzata o fu organizzata male; quando il movimento aprì le sue membrane cellulari successe un po’ di tutto, arrivarono apporti interessanti, però il livello intellettuale inevitabilmente si abbassò. Questa fu una scommessa persa, ma giusta e inevitabile».

«Da più parti arrivarono critiche di intellettualismo elitario. A parte che TQ fu un movimento che si scagliava contro l’elitismo, la taccia di intellettualismo è uno degli stigmi della nostra epoca, tipico del populismo che rifiuta la mediazione dell’intellettuale. Cosa che invece noi rivendicavamo con forza».

«Dal mio punto di vista i motivi del fallimento sono stati, con pesi diversi, soprattutto due. Il primo è di ordine organizzativo e corrisponde all’eccessiva ambizione, all’aspirazione a costruire proposte concrete su tutti gli ambiti della produzione culturale. Per mesi l’attività fu estremamente sostenuta e fino all’ultimo tante persone dedicarono parte della loro giornata a questo. Una dinamica insostenibile, soprattutto senza retribuzione. Il motivo profondo però è di carattere politico. Quasi subito la piega presa dal movimento fu estrema nel suo anticapitalismo e statalismo; una lancia più appuntita di quanto la maggior parte fosse in grado di sostenere. Questo rivela che all’interno di TQ molti dimostrarono poco coraggio politico, un’effimera radicalità, ma anche una vera incapacità di pensare un’alternativa all’esistente».

«Per quanto concerne il settore editoriale, TQ costruì istanze e proposte di vario tipo. Da una parte, ovviamente, ci furono quelle di ordine lavoristico, volte a immaginare un quadro normativo più protettivo contro l’epidemia delle partite Iva e dei contratti precari. Una lotta che personalmente oggi porto avanti come membro delle Camere del Lavoro Autonomo e Precario. Dall’altra, il gruppo portò avanti un discorso sulla qualità editoriale, che evocò il terrore panico della chiusura in torri d’avorio, ma che rivendico come uno dei punti più coraggiosi: ritengo infatti necessario che la qualità entri all’interno della pratica pubblica tanto nella produzione libraria quanto nella lettura. Ad esempio, proponemmo l’istituzione di una Commissione del libro, ente già attivo in molti Paesi come la Norvegia: un comitato pubblico volto alla selezione di testi e relativo finanziamento per l’acquisto di copie riservate alle biblioteche. Pensammo anche alla creazione di un premio letterario nazionale completamente pubblico per la promozione e diffusione di libri qualitativamente meritevoli».

«Se si rileggono i documenti redatti da TQ ci si è accorge che non è cambiato assolutamente niente: le analisi rimangono del tutto condivisibili e le storture denunciate sono sempre viventi. Quella forma di estesa collaborazione intellettuale fu, per le sue caratteristiche, una cosa inedita. Oggi vedo maggiore disponibilità a collaborare in imprese collettive perché è cambiata l’antropologia intellettuale. Al netto di tutte le criticità, TQ è stata un’esperienza positiva, oggi rinnovata in altri settori culturali e, ne sono convinto, destinata a ripetersi nei prossimi anni».

 

Foto in apertura  Martin Parr / Magnum Photos / Contrasto
Milano, 1989

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