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9 febbraio 2018

Spielberg della Libertà

Da Duel a The Post il regista ha indagato i cardini della democrazia. C'è chi lo critica e chi lo glorifica. Resta il genio di un cineasta che ha unito intrattenimento ed etica, cantando la libertà dell'individuo

Luigi Cruciani

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Steven Spielberg è il più grande storyteller vivente con la macchina da presa. Un suo film è paragonabile alla pizza, alla Nutella, allo zabaione con cui riempiamo un bisogno emotivo, come la coperta di Linus che restituisce sicurezza: è comfort cinema allo stato puro. Allo stesso tempo, miracolo dei grandi geni, la consolazione della grande narrativa non è mai disgiunta dallo spessore analitico, anche quando l’entertainment di archeologi o dinosauri sembra dominare. Presto consapevole di riuscire ad agganciare ogni tipo di pubblico, Spielberg ha iniziato, forse già nel 1985 con Il colore viola, a costruire una personale enciclopedia della storia a fini didattici, presto virata verso l’indagine dei fondamenti della democrazia con le sue ragioni e fragilità.

Nel documentario della Hbo a lui dedicato, passato recentemente su Sky, lo stesso Spielberg sostiene che «Amistad, Lincoln, Il ponte delle spie sono film che parlano dello stato di diritto». Su questa scia si inserisce The Post, appena uscito nelle sale cinematografiche, che racconta la diffusione da parte di Daniel Ellsberg dei Pentagon Papers, studio commissionato dall’allora Segretario della Difesa McNamara in cui si dimostrava l’impossibilità per gli Stati Uniti di vincere la guerra in Vietnam e come quattro presidenti decisero di rimanere nel Sud Est asiatico, mentendo ai cittadini, per non scalfire il prestigio americano. Ellsberg nel ’71 decise di passare le carte al New York Times e successivamente al Washington Post; il film rappresenta il processo che condusse Katharine Graham e Ben Bradlee, editrice e direttore del Post, a decidere di pubblicare i documenti dopo l’ingiunzione della corte suprema che aveva bloccato il Times, mettendo a rischio l’intera azienda editoriale.

Girata urgentemente in 6 mesi, Spielberg con questa pellicola torna a indagare un punto centrale della storia americana con lo sguardo ben rivolto al presente dominato da Trump e dalla post-verità (frutto di una gestione politica già conosciuta con la rappresentata amministrazione Nixon), riflettendo sul ruolo fondamentale dell’informazione a difesa del Primo emendamento e della democrazia. The Post, tuttavia, non è solo un instant movie dedicato alla grandezza della stampa, ma un’analisi della condizione femminile che come al solito Spielberg rende visivamente alla perfezione quando filma Kay Graham emarginata, divorata, sminuita dalla pletora di uomini che la circondano al tavolo delle riunioni o in Borsa, supportato dalla splendida interpretazione di Meryl Streep.

Nel film dedicato alla figura di Abraham Lincoln e alla sua battaglia per l’abolizione della schiavitù, il sedicesimo Presidente degli Stati Uniti pronuncia queste parole: «Diciamo solo di aver dimostrato al mondo che la democrazia non è caos. Che c’è una forza invisibile e grande in un popolo unito. Diciamo di aver dimostrato che un popolo può sopportare un grosso sacrificio e ciò nonostante unirsi. Questo non salverebbe almeno l’idea di una democrazia a cui aspirare?». The Post è considerato l’ultimo lavoro di un’ideale trilogia, che inizia appunto con Lincoln e passa per Il ponte delle spie, attraverso cui Spielberg scandaglia la genealogia costituzionale dell’America di oggi e la concezione democratica liberale che ne deriva. Eppure l’ex enfant prodige di Hollywood ha rappresentato il potere e le sue forme fin dagli esordi: se già da Incontri ravvicinati del terzo tipo traspariva la teoria del complotto generata dallo scandalo Watergate, tutta la produzione di Spielberg costruisce un discorso sulla complicata integrazione con l’alterità, sul contrasto tra la persona con la sua etica e la società/ragion di Stato con il suo dovere imposto (Salvate il soldato Ryan, Munich), sul senso della legge di fronte alle aspirazioni dell’individuo (The Terminal, Prova a prendermi). Ma viene da chiedersi cosa sia la democrazia per Spielberg, che nel documentario di Susan Lacy si autodefinisce «patriottico e idealista», alla luce di un profilo e un’indagine profondamente americani; e se questa visione sia troppo parziale e debole.

Così la pensa Mauro Resmini, assistant professor in Film Studies alla University of Maryland e autore di una recente monografia sul lavoro del regista di Cincinnati: «Le posizioni politiche di Spielberg sono sempre state all’insegna di un progressismo abbastanza convinto, anche se del tutto privo di slanci radicali o populisti. L’oggetto delle celebrazioni spielberghiane è, di base, il modello della democrazia rappresentativa liberale, di cui gli Stati Uniti sono forse l’esempio storico più importante e influente. In ogni caso, la democrazia che ritrae è sempre quella che esiste già e che si ritrova sotto attacco da parte di minacce in larga misura esterne, come a rafforzare la convinzione che l’impianto democratico americano è fondamentalmente sano e che il nemico può solo essere altro da sé. Diciamo che ne offre un’immagine dettagliata ma bidimensionale». Per Resmini, l’esperimento forse più audace è quello di Lincoln, «in cui però restano enormi problemi, tra cui il fatto che a dominare sia proprio la narrazione del white savior, con un bianco paladino della causa afroamericana: visione che occulta il contributo fondamentale offerto da intellettuali e abolizionisti neri come Frederick Douglass».

Diverso è il discorso se guardiamo all’altro grande filone cinematografico di Spielberg, quello fantastico, anch’esso spesso veicolo di un messaggio sul potere: «Qui secondo me accadono le cose più interessanti, perché accadono quasi senza che Spielberg se ne accorga. Minority Report, ad esempio, rimane una delle riflessioni più riuscite sul concetto di violenza perpetrata dallo Stato e sull’istituzione di una nuova idea di sorveglianza. Si tratta di un film che parlava direttamente all’America post 11 settembre, quella del Patriot Act varato dall’amministrazione Bush».

Su posizioni diametralmente opposte si pone il noto giornalista e critico cinematografico Roberto Silvestri, storica firma del Manifesto che da oltre 10 anni conduce Hollywood Party su RadioTre: «Spielberg non è il prototipo del banale patriota americano, in lui non c’è niente di sciovinista. Anzi, è un analista serio dei meccanismi politici senza alcuna visione binaria; parliamo del regista statunitense che, ad esempio, ha meglio osservato la tradizione politica democratica inglese, come dimostra Amistad. Uno dei territori più battuti da Spielberg è quello dell’individualismo democratico e in questo lui non fornisce una lettura piatta della Costituzione statunitense, ma la rappresenta come un meccanismo capace di evolversi e produrre nuove leggi quando si formano ostacoli alla protezione delle minoranze. La storia della sua comunità ebraica, intrecciata al periodo dell’infanzia in cui veniva spesso bullizzato per le sue radici religiose, sono in tal senso germinali; inoltre, non bisogna dimenticare le connessioni di Spielberg con il movimento radicale del ’68, portatore di istanze che lui ha riaggiornato nei decenni a seconda della situazione politica».

Secondo Silvestri, poi, lo Spielberg “politico” non è solo quello dell’ultimo periodo: «L’indagine sul potere e le sue forme inizia già nel 1971 con Duel, metafora dello schiacciamento dell’individuo da parte di una forza che esercita una violenza difficile da contrastare, il vecchio pallino della concezione democratica americana del “poco Stato, sennò lo Stato ti schiaccia”».

In questo contesto, è quasi banale sottolineare quanto per Spielberg sia centrale la rappresentazione storica come memoria, analisi e insegnamento. Se la Seconda guerra mondiale e lo schiavismo costituiscono i nuclei tematico-temporali maggiormente ripetuti, il regista inserisce uno dei concetti basici che muovono la sua ricerca cinematografica all’interno del più classico prodotto di entertainment, come ricorda Silvestri: «Il primo Indiana Jones comunica allo spettatore che non si può comprendere il mondo senza affondare nella storia. Anche la saga di Harrison Ford, come Lo squalo e Jurassic Park, mostra insieme ad Amistad o Lincoln l’intenzione di fare un cinema di successo ma etico, alla Rossellini. Anzi, Spielberg e gli altri ragazzi della New Hollywood (De Palma, Lucas, Coppola) arrivano negli anni ’80 con l’idea che sfornare grandi successi possa garantire loro una maggiore libertà concettuale e sperimentale».

A favore della profondità di pensiero di Spielberg sul processo democratico si situa l’altro grande filone tematico portato avanti dal regista, quello dell’alterità e della lotta per la libertà dell’individuo che eccede dalla norma dell’ordine costituito. Se è vero che la dialettica rappresentata sul grande schermo si risolve in una sintesi spesso ecumenica e normalizzatrice, è impossibile ignorare le istanze di Viktor Navorski in The Terminal o le aspirazioni del Frank Abagnale Jr. di Prova a prendermi. Spielberg, come Norman Rockwell, canta l’utopia dell’American Dream nella sua forma più pura, scagliandosi contro le storture colpevoli di dissiparne la potenza. Proprio qui si trovano, forse, i tratti più significativi del suo pensiero democratico; dei tratti ambigui, molto americani e allo stesso tempo molto rivoluzionari e progressisti.

In questi film abbiamo quelli che Roberto Silvestri chiama «esempi di soggettività desiderante, di individualismo che si fa etica superiore sbriciolando l’apparato statale. Rappresentati, ad esempio, da un’editrice e un direttore di un giornale che decidono di pubblicare dei documenti contro gli imperativi della ragion di Stato». L’analisi e il canto della Costituzione, del sogno americano, della democrazia liberale non eliminano, in Spielberg, la celebrazione dell’inestimabile desiderio individuale. La chiave è puntare a regole migliori, perché le regole possono essere cambiate. Certo, in questa direzione è impensabile non accettare la lotta con il suo carico di violenza, compromessi e ambiguità: «Da Duel a Sugarland Express, fino ad A.I., Lincoln e The Post, Spielberg ha sempre rappresentato questa lotta», dice Silvestri. «La sua generazione ha vissuto le vicende di Kennedy, Malcolm X, King, uccisi all’interno del conflitto politico. Perché la politica è una battaglia che non puoi pensare di non combattere».

Foto in apertura Corridors of Power / Luca Zanier / Anzenberger / Contrasto

Milano, Consiglio Regione Lombardia

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