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9 febbraio 2018

Apologia di Sócrates

Tra fine '70 e inizio '80 in Brasile una squadra crea un esperimento rivoluzionario, la Democracia Corinthiana. Ispirando un popolo sotto dittatura con un'utopia fatta di egualitarismo e passione politica

Oscar Cini

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Quella del Corinthians di Sócrates è stata molto più che una storia di semplice utopia. Negli anni bui e silenziosi della lunga dittatura militare brasiliana una squadra come quella ha ispirato un’intera nazione; se il Brasile degli anni ’80 ha provato a ritrovare in sé i concetti di democrazia e libertà, un piccolo spiraglio di luce lo ha regalato anche la storia magnifica del Corinthians Paulista. Ci troviamo al cospetto di un Brasile che su pressione statunitense – Paese che durante gli anni ‘60 portava avanti una politica di influenza aggressiva in tutto il continente americano – destituiva il presidente João Goulart (troppo rosso per gli yankee), dando inizio alla dittatura militare del maresciallo Humberto de Alencar Castelo Branco…

Tra la fine degli anni ’70 e i primi ’80, al fianco di una sinistra che si riorganizzava politicamente, dei sindacati, degli esuli che rientravano in Brasile e dei movimenti studenteschi, viveva un’utopia creativa, difficile da dimenticare; uno spaccato di sport che racconta di autogestione in povertà, di impegno politico dove raramente si era visto: sul campo da calcio. Se in una squadra esiste la figura del leader, quello del Corinthians non poteva che essere la democrazia. Certo, Sócrates Brasileiro Sampaio de Souza Vieira de Oliveira, o Magrao, il dottore laureato, ha il suo impatto sulla squadra e sulle motivazioni dei compagni, ma dove il motto è «vincere o perdere ma sempre in democrazia», niente può avere più senso di una parola spesso abusata.

Quel Corinthians rappresenta “il collettivo”, un insieme accomunato dallo stesso obiettivo condiviso: mostrare come fosse possibile affrontare il potere precostituito con la Democracia. Tra il 1981 e il 1985, nella stessa squadra vengono riuniti un direttore sportivo sociologo, un terzino sindacalista, un centravanti ribelle e una mezzala dal nome di filosofo. Una squadra del popolo, socialista per davvero, un punto zenitale che nasce da un rifiuto. Stanchi della concentração pre-partita, Sòcrates e compagni danno vita a un’autogestione del club in cui la concentração non esiste più.

Chi decide tutto è la squadra: la formazione è scelta dai giocatori e ogni decisione viene raggiunta dal gruppo tramite votazione interna per alzata di mano. Il Timão cantato da Toquinho e Adoniran Barbosa insegna di nuovo a un popolo afflitto l’antico significato del sistema democratico, quello che nel Paese era ormai venuto meno. Ci si potrebbe interrogare sul valore di quella rivoluzione se fosse finita senza titoli: probabilmente l’avremmo omaggiata lo stesso, ma le vittorie nel Campionato Paulista del 1982 e del 1983 rendono unica una realtà già di per sé irreplicabile.

Alla base di tutto c’è l’amore per il calcio, certo, ma forse ancor più centrale è la passione per la politica, la condivisione degli ideali. Non è un caso che il Corinthians abbia tra i propri soprannomi “Time do Povo”, perché è realmente del popolo e di nessun altro che si interessa quel gruppo anomalo e sghembo di uomini e storie. La figura di Sócrates è stata centrale non solo per la sua famiglia – qualche anno fa il fratello Raí, che ha vestito la 10 del Psg prima di molti altri, ne ha descritto l’aura magica – ma per un’intera generazione di brasiliani. Non è un caso che Juca Kfouri, giornalista e sociologo, in un girato che analizza l’impatto dei più grandi rivoluzionari di sempre sul gioco del calcio, paragoni a livello simbolico “o Magrao” al Che. Due figure capaci di restituire la stessa immagine di ribelle libertà. Per un’intera generazione di brasiliani, che lottò contro la dittatura del maresciallo Humberto de Alencar Castelo Branco, il Corinthians democratico rappresentò un gruppo di rivoluzionari naif e romantici.

O Bruxo, lo stregone, lo chiamavano; perché da medico faceva delle diagnosi molto precise, e perché gli piaceva giocare con le profezie. Lorenzo Iervolino, che su Sócrates ha scritto Un giorno triste così felice, ci restituisce in poche parole gli amori di un uomo non convenzionale: «L’interesse di Sócrates per la politica si può far risalire, simbolicamente, al 1964, quando i militari andarono al potere. Sócrates vide il padre che stava dando fuoco ad alcuni libri. Libri pericolosi. Sócrates si incuriosì […] Negli anni seguenti si dedicò molto allo studio». E ancora, «l’avversione per la dittatura e il fascino verso nuove forme di democrazia esploderanno più tardi, al Corinthians, quando a lui si uniscono il terzino Wladimir, un giocatore meno noto, di colore e di estrazione popolare, e Casagrande».

Così nasce il mito, il simbolo, il totem attorno a cui si apre il dibattito, la discussione. Le assemblee negli spogliatoi, il confronto, il voto, diventano verità anche per chi ormai è abituato a ricevere ogni ordine dall’alto. La splendida utopia raggiunge il proprio scopo, collaborando con il popolo brasiliano alla destituzione della dittatura militare. Sócrates da par suo continuò a dispensare profezie. Come quella fatta poco dopo l’assegnazione dei Mondiali del 2014 al Brasile: «Non riesco a gioire perché so come andrà: investiranno soldi per devastare il nostro territorio, senza ridistribuire la ricchezza». Ancora una volta, aveva deciso da che parte schierarsi e, come sempre, era dal lato del popolo.

Foto in apertura: Corridors of Power, Luca Zanier / Anzenberger / Contrasto
Ginevra, Nazioni Unitte, sala XXIV

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