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9 febbraio 2018

La grande pièce della democrazia russa

Solo l'astensione può danneggiare il regno incontrastato di Putin: per questo lo Zar ha deciso di trasformare le elezioni in uno show. Consigliato da Vladislav Surkov, non a caso ex teatrante

Andrea Prada Bianchi

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Non deve stupire che il candidato più conosciuto dopo Vladimir Putin alle elezioni presidenziali russe del 18 marzo sia una showgirl. La democrazia del Paese più grande del mondo (per estensione) è sempre più simile a uno spettacolo televisivo; e chi meglio di Ksenia Sobchak, 35enne soprannominata la “Paris Hilton” di Russia, può far parte dello show? La Sobchak ha dichiarato di correre «contro tutti», ma il fatto che sia figlia dell’ex sindaco di San Pietroburgo e padrino politico di Putin, Anatoly Sobchak, ha fatto pensare a molti a un candidato-marionetta nelle mani del Cremlino. La Bbc russa ha fatto sapere di un incontro prima dell’annuncio della candidatura tra lo zar e la star della tivù su un set in cui si girava un documentario sul padre di lei…

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L’obiettivo del presidente, secondo i malpensanti, sarebbe spaccare l’opposizione “vera” levandole voti e dirottandoli sulla Sobchak. Ma il fine ultimo di Putin, più probabilmente, è quello di rendere più interessante la sfida elettorale per avere un’affluenza maggiore e di conseguenza una vittoria (data per scontata) ancor più legittimata dalla massa popolare. Putin non ha paura degli avversari, ma dell’apatia della gente verso il putinismo. Per questo, a ogni tornata elettorale, l’obiettivo è dare l’illusione alla popolazione di vivere in uno Stato democratico: in cui, naturalmente, lui è la prima scelta.

 

Candidati di facciata

Gli altri suoi avversari non sono così evidentemente di facciata come Sobchak, ma non sono certo minacce reali. A cominciare da un’altra donna, la giornalista Ekaterina Gordon, da sempre sinceramente molto critica verso Vladimir Putin. Le due neo-avversarie hanno storie e motivi per candidarsi diversi, ma per il Cremlino che siano marionette o vere oppositrici non fa differenza, se l’obiettivo è l’illusione del gioco democratico. Nel caso delle due bionde e popolari new entry, Mosca raggiunge anche un altro scopo facendole partecipare (servono 300 mila firme per candidarsi, ed è molto difficile ottenerle se il governo non è d’accordo). Entrambe lottano per i diritti delle donne in Russia, in un momento in cui le fasce deboli della popolazione nel Paese sono e sono viste come discriminate. Correndo contro di loro, Putin può dire: «Vedete come siamo aperti alle battaglie delle donne?». È una pratica che gli anglosassoni chiamano tokenism: ostentare il rispetto per le minoranze (o le categorie più deboli) attraverso pochi personaggi simbolici appartenenti alle stesse.

Seguono a completare il cast elettorale i comunisti, gli eterni secondi, che lanciano l’agronomo Pavel Grudinin, il socialdemocratico Sergey Mironov, a capo di Russia Giusta, “alla sinistra di Putin” e il populista e nazionalista di destra Vladimir Žirinovskij, soprannominato “il Trump russo”. Escluso dalla commissione elettorale il blogger dissidente Alexei Navalny, l’unico che avrebbe potuto impensierire Putin a causa del suo appeal sui giovani. Non è un caso che, dopo essere stato scartato, Navalny stia sostenendo una campagna di boicottaggio delle urne: l’attivista sa che un’astensione alta è l’unico modo per danneggiare il presidente, data la mancanza di reali rivali.

 

Democrazia e consenso

La platea di concorrenti è quella di un qualsiasi Paese liberale. Le urne, stando a quanto stabilito dagli stessi osservatori Osce (l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa), non vengono truccate, il voto avviene in maniera regolare e il conteggio viene monitorato. Eppure secondo il Democracy Index 2017, pubblicato dall’Economist, la Russia si posiziona al 135esimo posto su 167, dietro Cuba, Congo, Qatar e Rwanda. Fondamentalmente perché, come spiegano gli stessi osservatori dell’Osce «il clima elettorale è compromesso negativamente dalla restrizione di libertà fondamentali dei diritti politici, oltre che da un controllo totale dei media e della società civile».

Putin resta il leader più amato di sempre: l’istituto di sondaggi Levada (l’unico non schierato in Russia) ha calcolato nel novembre 2017 che l’81% della popolazione approva il mandato del presidente e che il 56% pensa che il Paese stia andando nella giusta direzione. Forte di questo consenso, l’ex agente del Kgb si appresta a governare fino al 2024, arrivando a un totale di 24 anni di potere effettivo (tra il 2008 e il 2012 ha dovuto cedere la presidenza a Dimitry Medvedev, ma restando di fatto al comando come primo ministro). Solo Stalin è rimasto al Cremlino per più tempo (30 anni) dai tempi della rivoluzione russa.

Il quadro descritto è quello di una managed democracy, un sistema formalmente democratico – con elezioni libere e regolari – che funziona nei fatti come un’autocrazia. In altre parole, se in una democrazia formata il popolo sceglie il candidato che più lo convince, in questo tipo di regime tra i candidati c’è n’è solo uno che può convincere il popolo. Una messinscena, e non stupisce che per sviluppare un sistema del genere Putin si sia rivolto fin dagli inizi a un uomo proveniente dal teatro: Vladislav Surkov.

 

Un teatrante dietro le quinte: Surkov

L’“eminenza grigia” del putinismo, come è stato definito dai media, Surkov è al fianco del presidente dal 1999 e tutt’oggi è uno dei suoi consiglieri più stretti, tanto da essere stato incaricato di gestire la questione ucraina. Forse la più spinosa per Mosca. Ma il suo capolavoro è stato sicuramente la creazione del sistema politico russo per come lo conosciamo ora. Di origini cecene, classe 1964, un’educazione classica e nella recitazione teatrale (che ha studiato al Moscow Institute of Culture, da dove è stato cacciato nel 1980), Vladislav ha toccato una lunga lista di professioni prima di arrivare alla politica. Tutte, dalla direzione artistica alle pubbliche relazioni, dalla gestione di un network televisivo alla cura dell’immagine dei politici, legate indissolubilmente alla creatività e soprattutto alla messa in scena di qualcosa o qualcuno (non è un caso forse che la sua prima moglie era un’artista famosa per la sua collezione di marionette).

Passato ai piani alti del Cremlino, Surkov ha applicato quello che ha imparato nel mondo dell’arte e dell’apparenza alla politica, dove ha imparato a utilizzare le persone come burattini. Lo scopo finale, come richiesto dal suo superiore, quello di mantenere il sistema democratico apparentemente in vita, dando al popolo l’illusione di poter ancora contare qualcosa. «Surkov ha trasformato la politica russa in una sconcertante e perennemente mutevole pièce teatrale», ha commentato nel suo lungometraggio Hypernormalisation (2016) il documentarista della Bbc Adam Curtis, «ha sponsorizzato ogni tipo di gruppo, dai neo-nazi ai sostenitori dei diritti umani anti-Putin».

 

La grande confusione

«La genialità di questo nuovo autoritarismo è che invece di stroncare semplicemente l’opposizione, penetra dentro tutte le ideologie, sfruttandole e rendendole assurde per la maggioranza della popolazione», ha spiegato su The Atlantic il giornalista russo Peter Pomerantsev, che più di ogni altro ha studiato Surkov, «da una parte promuove ricchi festival per gli artisti più provocatori e moderni di Mosca, dall’altra supporta fazioni di fondamentalisti ortodossi che vestiti di nero e portando delle croci vanno a boicottare il festival». Ma il vero tocco da maestro, conclude Curtis, è stato lasciare che tutti sapessero cosa stava facendo, in modo «che nessuno fosse più sicuro di cosa fosse vero o falso». Una strategia tesa a mantenere l’opposizione costantemente confusa e l’elettorato (il “pubblico” sarebbe più corretto) aggrappato all’unica certezza: nessuno dice più la verità, neanche Putin. Ma almeno sappiamo che lui ci ha garantito stabilità e una crescita economica solida.

Il gioco messo in piedi da Putin e Surkov (certo non l’unico dei cosiddetti “tecnologi politici” a disposizione del Cremlino, ma sicuramente il più emblematico) è andato avanti fino a oggi con successo, e il caso di Ksenia Sobchak è la dimostrazione che Mosca non vuole cambiare sport. Ma il popolo russo, nonostante la bravura dei burattinai, è sempre più stanco della commedia e l’entrata in scena della giovane socialite e delle altre nuove comparse potrebbe non bastare a risollevare l’interesse della gente.

Alle elezioni parlamentari russe del settembre 2016 l’affluenza è stata di un misero 47,8%. Anche se la cifra per le presidenziali è di norma più alta, Putin deve comunque fare attenzione: la mancanza di un forte mandato può indebolire la sua presa sulla gente e mettere a rischio la sua posizione davanti all’oligarchia che ha sempre controllato così bene. Il sogno per lo zar, e la formula ideale di una managed democracy perfetta, si riassume in due cifre: 70/70. Cioè il 70% di consensi in un’elezione con il 70% di affluenza. Il target minimo è invece superare il 64/65, ovvero il risultato ottenuto da Putin nelle ultime elezioni del 2012. Andare sotto questa soglia equivarrebbe a una sconfitta.

 

Foto in apertura: Corridors of Power, Luca Zanier / Anzenberger / Contrasto
Strasburgo, Parlamento Europeo

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