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9 febbraio 2018

Il primo voto non si scorda mai

Per molti nati nel 1999, la politica nazionale è incomprensibile, se non inutile. Ma - dicono - a marzo andranno comunque al seggio. Perché hanno iniziato a impegnarsi nelle loro scuole

Cecilia Attanasio Ghezzi

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Sono nati a cavallo tra il Secondo e il Terzo Millennio: l’anno in cui l’enciclopedia britannica ha introdotto le parole blog, blogosfera e clickbait. Avevano appena due anni quando le grandi manifestazioni del G8 che si opponevano alla globalizzazione si esaurirono nella sanguinosa repressione che porta il nome di Diaz e Bolzaneto. Pochi mesi dopo, le torri gemelle di New York furono centrate da due aerei di linea dirottati da terroristi e tutto l’Occidente si sentì colpito. Avevano tre anni quando le bandiere arcobaleno accompagnarono il più grande movimento pacifista dell’Italia moderna e non possono certo ricordarsi di come venne scarsamente considerato dai politici dell’epoca.  Erano alunni delle elementari quando nascevano (e spopolavano quasi immediatamente) Facebook e Youtube. Ed erano alle medie mentre si diffondevano gli smartphone. Per loro scrivere e digitare sono praticamente sinonimi. Twitter è superato e le grandi ideologie del Novecento qualcosa semmai da studiare sui libri di scuola. È la classe 1999, quella che quest’estate uscirà dai licei e che tra qualche settimana voterà per la prima volta. Forse…

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Democraticamente chic

Sì, perché chi si occupa di sondaggi per professione non è molto ottimista sulla partecipazione dei giovani alle prossime elezioni politiche. Secondo alcuni, il 70 per cento di quei diciottenni che avranno il diritto a recarsi alle urne per la prima volta potrebbe non entrare nemmeno nella cabina elettorale, con buona pace delle raccomandazioni di fine anno del presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Ed è un problema su cui si interrogano anche loro. «Abbiamo fatto un sondaggio con il giornale della scuola Zabaione», ci raccontano Giulio Pistoiesi e Giorgio Colombo, rispettivamente direttore e vicedirettore. «Contro ogni previsione, l’84 per cento degli intervistati voterà, anche se il 38 per cento non ha ancora deciso per cosa». I due ragazzi ci danno appuntamento davanti a scuola assieme a uno dei rappresentati di istituto. Siamo al Parini, liceo classico storico della Milano bene e benpensante e quelli con cui parliamo ne sono ben coscienti. «Certo, questa è una scuola particolare e storicamente di sinistra. Ma tra i nostri intervistati è anche poco presente il voto di protesta. Non si parla genericamente di andare contro la casta o il sistema, né si registrano particolari consensi per il Movimento 5 Stelle». Colti, spigliati e benvestiti, sono consapevoli di essere un’élite e si sentono capaci di interpretare il mondo.

«Questo è in assoluto il primo anno in cui il Collettivo – la lista studentesca storicamente collegata al Pd e agli ambienti di sinistra – non è riuscito a far eleggere neanche un suo rappresentante», ci racconta Guglielmo Pensabene che si è presentato con una delle altre due liste apartitiche. A lui la politica piace anzi, non gli dispiacerebbe continuare a farla anche da grande. Vuole votare e farsi votare, e non ha mai messo in dubbio la democrazia rappresentativa. Uno strumento di selezione della classe dirigente che neanche Mitia, stessa età ma più cauto nel rivelare il suo cognome, ritiene superato. Tra i neodiciottenni che ci si avvicinano incuriositi dalla conversazione, lui è l’unico che non ha votato a scuola e che dichiara che non voterà alle prossime elezioni politiche. «In generale non credo negli altri», rivela con malcelato spirito di superiorità. «Non ho nulla contro il volere del popolo, solo che io non mi ritengo popolo». E poi, chiosano i due giovani reporter, per toglierlo dall’imbarazzo di quest’ultima affermazione, «Il voto non è l’unico strumento di partecipazione democratica. Fare un giornale, confrontarsi sull’attualità, esprimere opinioni sono tutti gesti politici che veicolano democrazia».

 

Primum coinvolgere

Ma chi va al liceo Parini, come tutti ripetono, non fa media. La situazione generale della partecipazione nella vita del Paese è descritta nell’ultimo rapporto dell’Istat. Nel 2016 soltanto il 4,3 per cento delle persone dai 14 anni in su ha partecipato a cortei e appena lo 0,8 per cento ha svolto attività gratuita per un partito. Percentuali che variano per la fascia d’età tra i 18 e i 19 anni, decisamente più inclini a manifestare (11,3%) che a fare volontariato (0,6%). Tra di loro comunque, il 34,6 per cento non parla «mai» di politica, solo il 21,6 per cento si approccia a questi temi «qualche volta alla settimana» e i restanti ancora più raramente. E si sa, meno si parla di politica e meno ci si sente coinvolti. Un meccanismo che ci piega bene Federico Martinelli, rappresentante per il secondo anno di fila dell’Istituto di istruzione superiore Giacomo Antonietti a Iseo, provincia di Brescia. Lui decide di candidarsi nella sua scuola come gesto di rivalsa contro un professore che «voleva tagliarmi le ali perché sono troppo fantasioso», racconta. Quando lo fa, più della maggioranza degli studenti non partecipa alle votazioni. «Le assemblee erano rare e poco partecipate. Neanche noi sapevamo che avevamo diritto a un’ora al mese».

In quello che definisce «un piccolo esperimento di democrazia», cerca di coinvolgere i suoi colleghi in una serie di sondaggi che permettano loro di esprimersi sui temi da trattare e le modalità con cui farlo. Vince una linea che privilegia testimonianze personali su temi universali come il bullismo e la violenza di genere. «I ragazzi che partecipavano alle assemblee sono diventati così sempre più numerosi. Le foto e video in diretta hanno fatto il resto. Improvvisamente, partecipare ai nostri incontri era diventato cool». L’anno successivo, alle votazioni per i rappresentati di istituto, vota oltre l’80 per cento degli studenti. E lui prosegue con il suo esperimento. Ma, ci tiene a specificare, «quello che faccio non c’entra nulla con la politica». Alle nostre richieste di spiegazioni, risponde sostenendo che «un rappresentante non deve avere opinioni» altrimenti «rischia di far lezione invece che di proporre esempi». E continua sostenendo che è ben contento che nella sua scuola non esistono liste collegate a partiti esistenti perché «la politica è qualcosa di esterno che proviene dal mondo degli adulti», mentre «bisogna concentrarsi su proposte pratiche». Federico, come la maggioranza dei suoi coetanei con cui parliamo, è convinto che destra e sinistra non abbiamo più ragione di esistere e che tutte le idee abbiano diritto ad essere rappresentate con lo stesso modo perché hanno uguale dignità. La politica viene vista come qualcosa di sbagliato, a volte anche pericolosa, in ogni caso inutile. Ma voteranno.

 

Programma apartitico

Tutte le testimonianze raccolte sulla partecipazione alle prossime elezioni politiche coincidono. Chi è chiamato alle urne per la prima volta, difficilmente mancherà l’appuntamento. Anche se non sa cosa o chi votare. «Nessuno dovrebbe schierarsi pubblicamente», ci dice Anastasia Agnello, rappresentante del liceo scientifico Galileo Galilei di Spadafora, provincia di Messina. «Bisogna mantenersi neutrali e accettare e rispettare le opinioni altrui». A scuola non hanno mai trattato argomenti come le forme e gli strumenti di governo. Nonostante questo è convinta che «votare è importante e l’astensione tra noi giovanissimi sarà infinitamente minore rispetto a quella delle generazioni che ci hanno preceduto». Ma quando le si chiede secondo quali principi sceglierà chi votare, è imbarazzata. «Mi confronterò con la mia famiglia», taglia secco. Lei e Federico, fanno entrambi parte del progetto RIS di ScuolaZoo, un’azienda con sede a Milano che ha l’ambizione di mettere in rete i rappresentanti d’istituto d’Italia per rivoluzionare la scuola partendo dal “basso”.

Può candidarsi «solo chi ha un programma apartitico, apolitico ma molto pratico, concreto e attuabile e che porti al dialogo fra studenti, professori e genitori», spiega il loro responsabile della comunicazione. Quando gli chiediamo come possano considerare l’attività di un rappresentate di istituto «apolitica», capiamo che si sono adagiati sulla vulgata del loro pubblico di giovanissimi per cui il termine è sinonimo di «apartitico». C’è un senso di scollamento generale con il mondo degli adulti che nessuno si preoccupa di colmare, neppure a poche settimane dal voto. Per quello che abbiamo potuto capire, i ragazzi del ’99 non valutano il loro impegno a migliorare l’esistente come politico né credono che ci sia bisogno di un’ideale di società a cui tendere. Vivono immersi in un eterno presente in cui la democrazia è data per scontata, in cui il bene del singolo conta quanto quello della collettività e in cui il partecipare è più importante del costruire. Per questo andranno a votare. Cosa voteranno, per loro, è un problema secondario.

 

Foto in apertura: Corridors of Power, Luca Zanier / Anzenberger / Contrasto
Parigi, La Confédération Générale du Travail, fondata nel 1895, è il più antico e influente sindacato francese.

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