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9 febbraio 2018

Il mercato della rabbia alimenta la voglia di forca

Viviamo un’epoca della politica del risentimento: partiti e movimenti fondano la loro identità sulla collera. Merce preziosa, come sanno bene i siti di fake news. E che fa aumentare i consensi alle urne

Enrico Pedemonte

Dal numero del 25 marzo 2017

Forse lo ignoravate, ma negli ultimi dieci anni in Italia ci sono stati almeno una dozzina di colpi di Stato. Nella sua quotidiana e instancabile attività, Beppe Grillo li ha descritti sul suo blog ed è importante che ne siate informati. Già, perché a vostra insaputa in Italia ci sono stati «colpi di Stato d’agosto», «colpi di Stato permanenti», «colpi di Stato all’italiana» e altri coup d’ogni sorta. Li trovate, conditi con il tipico lessico grondante sdegno e rabbia, sul blog. Il problema di tutto ciò è che questo linguaggio fa scuola.

Il 17 marzo il Movimento Cinque Stelle ha denunciato l’ennesimo colpo di Stato per interposta persona, grazie a un intervento di Marco Travaglio, direttore del Fatto Quotidiano, intervistato da Lilli Gruber a Otto e mezzo su La7. L’occasione era il voto di 19 senatori del Pd rei di avere “salvato” Augusto Minzolini, ex direttore del Tg1 e senatore di Forza Italia, dalla decadenza in Parlamento nonostante una condanna penale definitiva.

Il leader grillino Luigi Di Maio aveva subito denunciato con forza l’«atto eversivo», presentandosi davanti ai giornalisti insieme al collega Alessandro Di Battista – il volto buio e l’espressione indignata – e aveva detto: «Non vi lamentate se fuori dal Parlamento i cittadini manifestano in maniera violenta». Il richiamo alla violenza di Di Maio è interessante –e chissà se il politico grillino si renderà conto di essere, in fondo, un po’ maoista («La rivoluzione non è un pranzo di gala»), ma naturalmente a sua insaputa… A ogni modo, in serata Travaglio ha ribadito la sua piena sintonia con Di Maio: «Il voto che ha salvato Minzolini è un atto eversivo. È un colpo di Stato».

Il suo giornale, che da tempo fiancheggia il Movimento Cinque Stelle, ha pubblicato
la lista dei diciannove esponenti della sinistra che hanno votato per salvare Minzolini esponendoli al ludibrio delle masse grilline. Pubblicare elenchi di persone contro cui scatenare la rabbia popolare fa sempre comodo.

 

Il modello della collera

Ecco allora che la voglia di forca diventa un business model. E si moltiplicano le schiere di coloro che vogliono praticarlo. È facile, redditizio, economico. I seminatori di rabbia usano un linguaggio semplice e una grammatica che conosce solo il bianco e il nero, i buoni e i cattivi.

La rabbia dilaga, diventa merce da acquistare nelle edicole, da cliccare sul web, da seguire in televisione. Ma soprattutto funziona: basta coltivare la rabbia dei giovani, dei disoccupati e della classe media per veder aumentare l’audience in tv o per generare traffico sul web. Ed è anche una strategia politico-culturale che fa crescere i consensi alle urne.

Sulle ragioni che inducono l’esplosione della rabbia collettiva è stato scritto molto. Ed è difficile capire fino a che punto il radicalismo violento che dilaga nel mondo sia da attribuire a cause economiche (le ineguaglianze) o sia invece indotto dall’evoluzione dei media (internet o i nuovi format tv). Per indagare le ragioni di questa rabbia si stanno esercitando importanti studiosi e l’Italia sembra essere uno dei punti di passaggio obbligati di queste ricerche –pare che nella storia siamo stati spesso cattivi maestri.

 

Il Vate e la politica dell’oltraggio

Un saggio appena pubblicato – e già molto celebrato – sulla storia della rabbia è Age of Anger. A History of the Present (Farrar, Strauss & Giroux) pubblicato in Italia da Mondadori (“L’età della rabbia, una storia del presente”) e comincia la narrazione dalle gesta di Gabriele D’Annunzio (e della sua impresa di Fiume). L’autore, Pankaj Mishra, è un noto studioso di origine indiana (oggi abita tra Londra e New Delhi) e utilizza il poeta abruzzese come filo conduttore di tutto il volume (ben 416 pagine!).

Allora D’Annunzio sfruttava la rabbia che nasceva dall’umiliazione per la guerra perduta: creò una politica basata su una retorica oltraggiosa e su gesta politiche leggendarie. Inventò il saluto fascista (che fu poi adottato da Hitler e Mussolini) e l’uniforme nera con il teschio e le tibie incrociate da pirata. Vedeva se stesso come il leader che avrebbe guidato un’insurrezione internazionale di tutti gli oppressi, cioè di tutti quelli che si sentivano messi da parte in una società dove la crescita economica e il progresso arricchivano solo una piccola minoranza.

È impossibile –leggendo il libro di Mishra – seguire le gesta di D’Annunzio e le sue paradossali provocazioni senza fare un pensiero al radicalismo teatrale del comico genovese. Chi non ricorda la sua traversata a nuoto dello Stretto di Messina, manifestando sprezzo del pericolo e del senso del ridicolo? Mishra ricorda che, in fondo, nelle manifestazioni di rabbia che esplodono qua e là nel mondo occidentale non c’è molto di nuovo. Nel 1890, quando la prima globalizzazione stava accelerando, in Francia si moltiplicarono i politici xenofobi e protezionisti che incitavano il popolo alla rivolta; e nel 1893 gruppi di lavoratori francesi carichi di rabbia massacrarono dozzine di italiani immigrati.

Negli stessi anni negli Stati Uniti i suprematisti bianchi attaccavano gli immigrati cinesi con gli analoghi argomenti con i quali inneggiavano al segregazionismo dei neri. E nell’impero austroungarico partiva la retorica anti-ebraica in nome della lotta al capitalismo globale. Ma in tutti i casi, il bersaglio privilegiato erano le caste: i governi, i giornali, le élite.

 

Il disagio diventa risentimento

Nei periodi di incertezza e di crisi economica la rabbia sale, e gli obiettivi che vengono praticati dipendono da chi trova la chiave giusta per trasformare il disagio in risentimento collettivo facendo esplodere la collera popolare.

Ci sono almeno due grandi novità rispetto al passato. La prima è la scomparsa dei partiti comunisti che hanno avuto la funzione, nel corso di molta parte del Novecento, di gestire la rabbia popolare offrendo uno sbocco ideale (la rivoluzione e la presa del potere). La seconda è l’avvento di Internet che consente di compiere sperimentazioni fino a dieci anni fa impensabili per modificare le opinioni di intere fasce di popolazione e far salire la temperatura dei sentimenti negativi.

La vicenda di Robert Mercer, il miliardario americano che ha investito 77 milioni di dollari per finanziare il partito repubblicano e l’elezione di Donald Trump, aiuta a capire in che modo Internet possa essere utilizzato per influenzare l’opinione pubblica. La storia è stata di recente raccontata nei dettagli dal Washington Post e dal New Yorker, e val la pena di ricordarla per sommi capi.

 

Economia degli haters

Per farla breve: l’obiettivo di Mercer è, da diversi anni, combattere l’egemonia progressista nel mondo editoriale americano. Per raggiungere questo scopo (e costruire un sistema di media alternativi) ha finanziato breitbart.com, il sito di fake news gestito da Steve Bannon (lo stesso che oggi ha un ruolo chiave alla Casa Bianca).

L’approccio scelto è stato quello tipico della Silicon Valley: lanciare migliaia di piccoli esperimenti per selezionare quelli che funzionano. Quali notizie false ottengono risultati migliori? Quali sono più efficienti nel modificare l’immaginario degli elettori? E quali risultano più utili per potenziare l’aggressività dei cittadini nei confronti del partito democratico, dei suoi esponenti e del suo sistema mediatico?

Il sistema adottato da Mercer non è molto diverso da quello utilizzato dal Cremlino per influenzare l’opinione pubblica occidentale con la rete di siti di fake news nei Paesi dell’Unione europea, specie a Est. E soprattutto, non è diverso da quello inventato da Gianroberto Casaleggio: creare un’azienda informatica che ha il compito di monitorare i punti sensibili dell’opinione pubblica, sperimentare le reazioni dei cittadini con una rete di siti paralleli per individuare quali sono i nervi scoperti da colpire per trasformare il risentimento in rabbia verso l’ordine costituito e adesione fideistica al movimento.

Per ottenere questi risultati è necessario distruggere la credibilità dell’intera impalcatura sociale, e generare una secessione morale e intellettuale dalla realtà di oggi, convincendo il popolo che ogni decisione presa dagli uomini al potere è un colpo di Stato, e ogni scelta rappresenta una ruberia. Una battaglia cieca contro l’esistente. Pankaj Mishra ci ricorda la furia distruttiva del poeta dannunziano Filippo Marinetti quando scriveva: «Vogliamo distruggere i musei, le biblioteche e le accademie di ogni risma». Beppe Grillo – e come lui Donald Trump – usa la stessa violenza iconoclasta nei confronti della stampa, di cui ogni giorno celebra la crisi. Sappiamo tutti dove ci portò D’Annunzio. Auguriamoci che Beppe Grillo si fermi prima.

 

Foto in apertura Corridors of Powers / Luca Zanier / Anzenberger / Contrasto

Ginevra,  Nazioni Unite, sala XIX 

 


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