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9 febbraio 2018

La fine della democrazia è una notizia molto esagerata

Trump e Brexit hanno scatenato il panico. L'ascesa degli autocrati in Asia e dei populismi in Occidente minaccia l'ordine liberale, che però non è mai stato adottato da tanti Paesi come oggi

Gabriella Colarusso

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Cas Mudde ha iniziato a studiare l’estremismo politico e i movimenti populisti quando Donald Trump era ancora solo un fenomeno da reality show e la Brexit al massimo un’idea da paranoici: nel suo ultimo libro, On Extremism and democracy in Europe, pubblicato all’inizio del 2017 da Routledge, racconta con acume i rischi che corre la democrazia liberale nel Vecchio Continente, stretta tra il consenso crescente dei partiti radicali e la credibilità in declino delle élite…

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Qualche settimana fa, però, Mudde ha scritto sul Guardian un intervento molto critico nei confronti di quella che sembra essere diventata, dice, una credenza diffusa tra i pensatori liberali, quasi una moda: affermare che la democrazia liberale sta morendo. In effetti, basta googlare le parole “fine, crisi, democrazia” per trovarsi di fronte a centinaia di articoli allarmati. Nei mesi scorsi hanno fatto molto discutere i risultati di una ricerca di Yascha Mounk e Roberto Stefan Foa delle Università di Harvard e Melbourne, rilanciata dal New York Times, secondo la quale il sostegno alla democrazia tra i millennial sarebbe in grave declino, una tesi che è stata contestata sia nel merito che nel metodo.

Da almeno un decennio si discute di crisi della democrazia liberale e di una sua ritirata, il primo a parlare di avvento delle illiberal democracies fu il politologo Fareed Zakaria nel 1997, ma negli ultimi, complice l’elezione di Donald Trump e il referendum per l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea, la pressione si è fatta incessante con decine di libri usciti di recente e a dir poco pessimisti – How democracy Die (Steven Levitsky e Daniel Ziblatt), On Tyranny (Timothy D. Snyder), The Retreat of Western Liberalism (Edward Luce), solo per citarne alcuni.

Branko Milanovic, ex capo economista della Banca Mondiale e uno dei massimi studiosi di diseguaglianza al mondo, nel suo ultimo lavoro Ingiustizia Globale mette in guardia dalla minaccia che incombe sull’Occidente: le differenze crescenti di reddito, sostiene Milanovic, stanno erodendo il potere della classe media, un fenomeno che può portare alla plutocrazia negli Stati Uniti, un sistema in cui la politica è guidata e pagata dai più abbienti e ne rappresenta quasi esclusivamente gli interessi, e spianare la strada ai populismi in Europa.
La democrazia dunque si è davvero ristretta o la fine della democrazia è una notizia fortemente esagerata?

 

Quarant’anni di ascesa democratica nel mondo

Nessuna delle due cose è vera ed entrambe lo sono. Gli studi più recenti ci dicono infatti che, a livello globale, la democrazia non ha battuto in ritirata, e che anzi negli ultimi 40 anni il mondo ha sperimentato un lento ma progressivo sviluppo di questa forma di governo – intesa come sistema in cui tutti i cittadini hanno diritto di voto ed esistono istituzioni indipendenti che bilanciano il potere l’una dell’altra. Ma, allo stesso tempo, negli anni successivi alla Grande Crisi Finanziaria le sfide si sono fatte più insidiose e mai la democrazia è stata così sotto attacco.

Il Global State of Democracy dell’Idea, Institute for democracy and electoral assistence, uno dei più autorevoli studi realizzati sullo stato della democrazia nel mondo (Idea è membro osservatore dell’Onu), offre dati interessanti e smentisce la tesi molto in voga della “ritirata democratica”. Dalla fine degli anni Settanta il numero di democrazie elettorali è cresciuto costantemente nel pianeta: «Se nel 1975 solo in 46 Paesi (il 30%) i poteri del governo erano determinati da competizioni elettorali questo numero è cresciuto fino a 112 (il 68%) nel 2016. Fino al 1988 l’incremento è stato graduale ma tra il 1989 e il 1995 c’è stato un aumento repentino nella percentuale di democrazie elettorali dal 42% al 55%».

È stata la stagione delle primavere democratiche seguita al crollo del muro di Berlino e alla fine dell’Unione Sovietica, «quando molto Paesi dell’Europa dell’Est insieme ad altri dell’Africa sub-sahariana sono passati alla democrazia». Da allora, nel mondo ci sono più democrazie elettorali che autocrazie e la maggior parte della popolazione vive in democrazie elettorali. Allo stesso tempo, bisogna considerare che un terzo dei Paesi del pianeta sono ancora regimi autocratici, incluso potenze globali come la Cina e la Russia, ma anche l’Egitto, l’Arabia Saudita; che «dal 2005 ci sono stati 24 capovolgimenti anti-democratici in Paesi come le Fiji, il Mali, il Niger e la Tailandia» e che un numero significativo di Stati è finito nella zona grigia: si tratta di regimi in cui formalmente si svolgono le elezioni, ma dove i diritti individuali e civili sono stati fortemente limitati quando non del tutto aboliti e la stesse regolarità del voto è contestata.

È il caso per esempio della Turchia, dove la concentrazione del potere nelle mani del presidente Erdogan, che ha piazzato suoi fedelissimi nei media e nell’amministrazione pubblica dopo le purghe seguite al fallito colpo di Stato, e gli arresti di massa degli oppositori, sta spingendo il Paese sempre più verso l’autoritarismo. O del Venezuela con il presidente Maduro che ha riscritto la Costituzione per indebolire le istituzioni di controllo. Fenomeni simili si stanno verificando in altri Paesi dell’Europa dell’Est o dell’Asia, basti pensare al pungo duro del filippino Duterte o alle riforme del sistema giudiziario decise dalla Polonia e censurate dall’Unione Europea perché considerate un attacco allo Stato di diritto.

 

L’ascesa degli autocrati in Asia

L’Intelligence Unit dell’Economist, che ha pubblicato a metà gennaio il suo nuovo rapporto sul 2017, dice che era dal 2010-2011, a ridosso della crisi finanziaria, che non si assisteva a una performance peggiore della democrazia nel mondo.
Il ranking democratico di ben 89 Paesi nel mondo si è abbassato dal 2016 al 2017 e quello che colpisce è il dato relativo all’Asia, il continente più popoloso al mondo e anche quello che, fin dalla fine della Guerra Fredda, ha suscitato le maggiori aspettative democratiche.
Una convinzione diffusa tra gli scienziati politici, infatti, è che lo sviluppo economico delle nazioni porti anche a un loro maggiore sviluppo democratico grazie alla crescita della classe media, ma questa tesi, corroborata dalla storia degli Novanta e nei Duemila proprio dell’Asia, sembra oggi incontrare tendenza contrarie. La classe media asiatica è cresciuta a ritmi sconosciuti ad altre aree del mondo nell’ultimo decennio. L’economista Homi Kharas calcola che l’88 % del prossimo miliardo di persone che entreranno a far parte della classe media del mondo vivrà in Asia.

Eppure, nel continente, si è assistito a un progressivo deterioramento della democrazia. Per l’Economist l’Asia è la regione dove si è registrato il declino democratico più sensibile nel 2016, con l’India che è crollata di dieci posizioni nella classifica. Il nazionalismo autoritario di Modi sta cambiano il volto della più popolosa democrazia del mondo? «La crescita delle ideologie religiose conservatrici ha riguardato anche l’India», scrivono gli analisti inglesi. «Il rafforzamento dei movimenti hindu di destra in un Paese altrimenti laico ha portato a un aumento della violenza nei confronti delle minoranze, in particolare musulmane, così come di altre voci dissidenti».

Il politologo Joshua Kurlantizk, esperto di Asia, scrive da tempo con analisi ben documentate che la spinta democratica seguita al crollo del muro di Berlino si è esaurita, e che soprattutto nel sud est asiatico si sta assistendo a una “ritirata dalla democrazia”. E in Cina? Finora il regime ha dimostrato di saper soddisfare le aspettative economiche dei nuovi ricchi cinesi e di saper conciliare perfettamente autoritarismo e capitalismo. Difficile dire cosa accadrà quando la classe media avrà raggiunto dimensioni e capacità di spesa paragonabili a quella della classe media occidentale, se spingerà verso una evoluzione in senso democratico del sistema o verso un suo rafforzamento autoritario.

La domanda dunque resta: la democrazia è in pericolo? Certo sarebbe sbagliato considerarla immortale, o irreversibile. «Ci sono casi di leader nazionali che cercano di accentrare il potere oltre i limiti costituzionali, di restringere i diritti umani, le libertà civili e la libertà di stampa ogni giorno, c’è la crescita del populismo, le sfide sono quotidiane», ha detto Yves Leterme alla presentazione del rapporto Idea nella sede delle Nazioni Unite a Ginevra. «Il nostro ruolo, il ruolo di ogni cittadino, è proteggere la democrazia ogni giorno».

 

Foto in apertura: Corridors of Power, Luca Zanier / Anzenberger / Contrasto
Malta, Il Parlamento

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