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2 febbraio 2018

Libri e film sul lavoro

Precariato e disuguaglianza, "post-work" e reddito di base. Ecco una guida bibliografica per approfondire i vari temi legati al lavoro. Costantemente battuti da cinema e letteratura

Luigi Cruciani

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Bibliografia generale

L’articolo 1 della Costituzione parla chiaro, ma è lecito domandarsi se l’Italia sia ancora una Repubblica fondata sul lavoro. E se la risposta è affermativa, di quale lavoro stiamo parlando? Tra precariato, lavoro nero, disuguaglianze, disoccupazione e insoddisfazione professionale, il lavoro è ancora un diritto-dovere, come dice la nostra Carta? O forse, in un contesto economico e politico che tradisce la Costituzione, è oggi un privilegio (quando l’antico privilegio aristocratico era invece quello di non lavorare)? Domande che sono il terreno di indagine del nuovo numero monografico di pagina99 e che possono essere approfondite grazie a questa bibliografia, che spazia dalle analisi del mondo del lavoro flessibile/precario alle riflessioni sulla disuguaglianza globale (in cui il lavoro gioca un ruolo centrale), passando per le previsioni sulla società futura del post-lavoro e le ricerche sul reddito di base.

Valerio Onida, La Costituzione, Laterza, 2009

Stefano Massini, Lavoro, il Mulino, 2016

 

Precariato

Guy Standing, Diventare cittadini, Feltrinelli, 2015

W. Passerini e I. Marino, La guerra del lavoro, Bur, 2014

Richard Sennett, L’uomo flessibile (1999), Feltrinelli, 2016

Luciano Gallino, Il lavoro non è una merce, Laterza, 2009

 

Disoccupazione

Maurizio Di Fazio, Italian job, Sperling&Kupfer, 2018

M. Ambrosini e D. Coletto, Perdere e ritrovare il lavoro, il Mulino, 2014

Manfredi Alberti, Senza lavoro, Laterza, 2016

 

Disuguaglianza

Branko Milanovic, Ingiustizia globale (2016), Luiss University Press, 2017

Joseph Stiglitz, Il prezzo della disuguaglianza (2013), Einaudi, 2014

Joseph Stiglitz, La grande frattura (2016), Einaudi, 2017

Thomas Piketty, Disuguaglianze, Università Bocconi Editore, 2014

 

Marx e riprese italiane

Karl Marx, Il Capitale (1867-1894), Newton&Compton, 2015

Karl Marx, Lavoro salariato e capitale (1849), Bompiani, 2008

Marta Fana, Non è lavoro, è sfruttamento, Laterza, 2017

Raffaele Alberto Ventura, Teoria della classe disagiata, minimum fax, 2017

Franco Bifo Berardi, L’anima al lavoro, DeriveApprodi, 2016

Domenico Losurdo, La lotta di classe, Laterza, 2015

In tema di lavoro, in Italia è ultimamente tornato in auge il pensiero di matrice marxista, argomento già affrontato da pagina99 in questo articolo.

 

Lavoro, tecnologia e futuro

E. Brynjolfsson e A. McAfee, La nuova rivoluzione delle macchine (2016), Feltrinelli, 2017

Martin Ford, Il futuro senza lavoro (2016), il Saggiatore, 2017

Jerry Kaplan, Le persone non servono (2015), Luiss University Press, 2016

Andrea Daniele Signorelli, Rivoluzione artificiale, Informant, 2017

Domenico De Masi, Lavoro 2025, Marsilio, 2017

Riccardo Staglianò, Lavoretti, Einaudi, 2018

Peter Frase, Four futures, Jacobin, 2016

James Livingstone, No more work, University of North Carolina Press, 2016

Kevin Kelly, L’inevitabile, il Saggiatore, 2017

La società del post-lavoro è uno degli scenari futuribili verso cui spinge l’innovazione tecnologica applicata all’automazione e all’intelligenza artificiale. Numerosi i contributi recenti arrivati anche nelle librerie italiane, soprattutto di esperti che conoscono dall’interno questo mutamento: l’imprenditore della Silicon Valley Martin Ford legge i mali insiti nell’accelerazione del progresso tecnico e propone un reddito minimo garantito; gli economisti del Mit Brynjolfsson e McAfee sostengono la rivoluzione del lavoro mentale e forniscono consigli su come affrontarla senza rimanerne distrutti; l’altro veterano della Valley Jerry Kaplan guida il lettore alla scoperta dell’intelligenza artificiale, proponendo soluzioni politiche per evitare l’obsolescenza umana.

 

Reddito di base

N. Srnicek e A. Williams, Inventare il futuro (2016), Nero Editions, 2018

Stefano Toso, Reddito di cittadinanza, il Mulino, 2016

P. Van Parijs e Y. Vanderborght, Il reddito di base, il Mulino, 2017

Rutger Bregman, Utopia per realisti, Feltrinelli, 2017

Un’interessante pubblicazione della neonata Nero Editions fa da ponte tra il tema del futuro del lavoro e quello strettamente connesso del reddito universale: si tratta di Inventare il futuro di Nick Srnicek e Alex Williams, saggio provocatorio in cui i due studiosi immaginano un domani senza lavoro per un’umanità liberata dalla tecnologia e dal basic income, perché non sarà il lavoro (sempre più scarso) la fonte dell’identità sociale. Per chi volesse approfondire il discorso sul reddito di cittadinanza o quello di base, tra i vari testi recentemente pubblicati segnaliamo la proposta radicale di Van Parijs e Vanderborght e quella “utopica” di Bregman.

 

Letteratura e lavoro

Il carattere identitario e fondativo del lavoro ha sempre attratto la letteratura, che come il cinema e la pittura ha ritratto ogni volta il modello che ha caratterizzato una determinata epoca. In Italia l’industria è arrivata con un secolo di ritardo rispetto ad altri Paesi, quindi anche la letteratura industriale ha esordito solo tra gli anni ’50 e ’60 del Novecento. E se non abbiamo avuto il nostro Dickens o un italico Steinbeck, con Elio Vittorini, Ottiero Ottieri e Paolo Volponi gli scrittori italiani hanno fatto del lavoro un tema irrinunciabile. Il primo come teorico della necessità di autori che si occupassero della vita in fabbrica nel IV numero del Menabò (da lui codiretto insieme a Calvino), gli altri due come insider dell’ormai leggendario progetto olivettiano (da cui nacquero Donnarumma all’assalto e Memoriale). Poi verranno Meneghello, Bianciardi, Pasolini, Balestrini, Di Ruscio e La chiave a stella di Primo Levi. Si mitizzava, in un certo senso, il lavoro operaio, mentre si era già nell’era dei colletti bianchi. Ci pensò Paolo Villaggio con il ragionier Fantozzi a rimettere a posto le cose, con quei libri che abbiamo visto ma probabilmente non letto.

Con un salto impossibile (e fingendo di non conoscere Mammut di Antonio Pennacchi e il Culicchia di Tutti giù per terra) arriviamo agli ultimi anni della letteratura italiana, quando un gruppo di nuovi scrittori si è nuovamente concentrato sul lavoro come cuore del romanzo. Complice l’instabilità occupazionale, spesso vissuta sulla propria pelle. Ermanno Rea, Silvia Avallone, Angelo Ferracuti, Michela Murgia (che Paolo Virzì riprenderà per Tutta la vita davanti), Andrea Bajani, Ascanio Celestini, Mario Desiati, Aldo Nove, Edoardo Nesi, Vitaliano Trevisan hanno raccontato la crisi del lavoro e l’uomo flessibile, parcellizzato, in un’Italia aridamente precaria.

Per arrivare davvero ai giorni nostri, nel 2017 sono usciti due libri interessanti, un romanzo vero e proprio e un’autobiografia romanzata, in cui il lavoro è il centro nucleare della scrittura. Il primo è Robledo del siracusano Daniele Zito, in cui attraverso le carte di un giornalista fallito si fa la conoscenza dell’organizzazione Lavoro per il lavoro e i suoi ghost workers, disoccupati che pur di non marcire nell’inattività e ritrovare un’identità si mimetizzano tra i dipendenti di aziende o centri commerciali (lavorando gratis e clandestinamente), in un percorso mistico che termina con il pubblico suicidio; un raffinato, divertente gioco letterario che porta alle estreme conseguenze i drammi del mondo del lavoro. Il secondo è l’ultima fatica di Giorgio Falco, Ipotesi di una sconfitta, in cui lo scrittore narra le vicende professionali sue e del padre: pagine che raccontano come è cambiato il lavoro dagli anni ’50 ad oggi, verso una spersonalizzazione, umiliazione, incomprensione personale e generazionale. Meglio essere sconfitti e diventare scrittori.

Charles Dickens, Tempi difficili (1854), Feltrinelli, 2015

John Steinbeck, Furore (1939), Bompiani, 2013

a cura di Silvia Cavalli, “Il Menabò” di Elio Vittorini (1959-1967), Aragno, 2016

Ottiero Ottieri, Donnarumma all’assalto (1959), Garzanti, 2004

Paolo Volponi, Memoriale (1962), Einaudi, 2007

Primo Levi, La chiave a stella (1978), Einaudi, 2006

Paolo Villaggio, Fantozzi (1971), BUR, 2017

Paolo Villaggio, Il secondo tragico Fantozzi (1974), BUR, 2017

Antonio Pennacchi, Mammut (1994), Mondadori, 2012

Giuseppe Culicchia, Tutti giù per terra, Garzanti, 1994

Ermanno Rea, La dismissione (2002), Feltrinelli, 2014

Silvia Avallone, Acciaio (2010), BUR, 2015

Angelo Ferracuti, Le risorse umane, Feltrinelli, 2006

Angelo Ferracuti, Addio. Il romanzo della fine del lavoro, Chiarelettere, 2016

Michela Murgia, Il mondo deve sapere, ISBN, 2006

Andrea Bajani, Mi spezzo ma non m’impiego, Einaudi, 2006

Ascanio Celestini, Lotta di classe, Einaudi, 2009

Mario Desiati, Ternitti, Mondadori, 2011

Aldo Nove, Mi chiamo Roberta, ho 40 anni, guadagno 250 euro al mese…, Einaudi, 2006

Edoardo Nesi, Storia della mia gente (2010), Bompiani, 2012

Vitaliano Trevisan, Works, Einaudi, 2016

Daniele Zito, Robledo, Fazi, 2017

Giorgio Falco, Ipotesi di una sconfitta, Einaudi, 2017

 

Filmografia

Il cinema, proprio come la letteratura, si è occupato spesso di rappresentare il mondo del lavoro. Fin dalle sue origini, la settima arte ne ha fatto un tema prediletto, anche se il più delle volte non rappresentato adeguatamente e dal di dentro. Basti pensare al primo spettacolo pubblico del 1895 targato Lumière, che ospitava L’uscita dalle officine Lumière (ma non l’ingresso e l’interno). Per fortuna Lenin pensava che il cinema fosse l’arte più importante per diffondere il vangelo comunista presso il popolo proletario, e per fortuna uno dei figli della neonata Unione Sovietica fu quel genio di Sergej Ejzenštejn, che la rivoluzione la fece anche nel mondo del cinema. Nel frattempo Fritz Lang rappresentava i conflitti di classe in una immaginaria città sotterranea del futuro e qualche anno dopo Charlie Chaplin si alienava alla catena di montaggio.

Se questi sono gli esordi del lavoro al cinema, tra gli anni ’50 e ’70 Italia, Francia e Gran Bretagna accostano alla letteratura industriale un cinema della fabbrica. Seppur interessante e pieno di film memorabili come quelli di Elio Petri, Karel Reisz, Jean-Luc Godard, quel cinema oggi appare un po’ superato.

Dopo qualche tempo, con Ken Loach provvidenzialmente a fare da cerniera e traghettatore con il successivo aiuto dei fratelli Dardenne, il grande schermo è tornato a eleggere il lavoro tema dominante delle sue riflessioni. Il tutto in una chiave che riesce a dialogare meglio con i nostri tempi. Sempre i Dardenne hanno sfornato nel 2014 un grande film come Due giorni, una notte, il tempo che Sandra (Marion Cotillard), operaia di un’azienda di pannelli solari licenziata dopo un periodo di depressione, ha a disposizione per convincere i suoi ex colleghi a rinunciare a un bonus per farla riassumere: i due fratelli registi continuano così la loro dura analisi dell’universo lavorativo, tra disoccupazione, ferocia del mercato e dignità umana. Nel 2016, invece, torna a occuparsi della malvagia follia del mercato professionale Ken Loach con Io, Daniel Blake: storia (vera in quanto somma di varie vicende reali) di un carpentiere malato di cuore che, in attesa dell’indennità, è obbligato dallo Stato a cercare un impiego.

Un altro cineasta dedito a indagare l’universo occupazionale è Aki Kaurismaki, che nel 2017 ha creato uno dei suoi film capolavoro, L’altro volto della speranza: con il suo solito stile stralunato e divertente, il finlandese racconta il lavoro e l’immigrazione attraverso l’incontro del ristoratore Wilkström con il rifugiato siriano Khaled.

Il cinema francese si è sempre dimostrato molto sensibile al tema. Nel 2015 ci è tornato su La legge del mercato di Stephane Brizé, film presentato a Cannes (dove il protagonista Vincent Lindon ha vinto la Palma d’oro) su un operaio disoccupato che finalmente trova un posto in un ipermercato come sorvegliante dopo mesi di ricerche umilianti; senonché Thierry si troverà di fronte al terribile dilemma morale di dover spiare i suoi colleghi. Una storia sulla crisi economica, la sua violenza e le sue amarezze.

In Italia c’è un giovane regista che ha eletto il lavoro, insieme alle migrazioni, come argomento da scandagliare a fondo. Il suo nome è Andrea Segre, e varrebbe la pena vedere tutto ciò che fatto, tra lungometraggi di finzione e documentari (per un incrocio perfetto dei suoi temi prediletti, segnaliamo Io sono Li). Ma c’è pure chi affronta la questione in toni ben più scanzonati, come nel caso di Sidney Sibilia e la trilogia di Smetto quando voglio, l’epopea dei ricercatori universitari che si trasformano in produttori e spacciatori di droga per uscire dall’indigenza.

Per finire, recuperate Vi presento Toni Erdmann, opera del 2016 della tedesca Marien Ade su un padre che prova a salvare la figlia manager in carriera dall’infelicità attraverso il travestimento. Un film capace di ritrarre l’assurdo e disumano mondo delle risorse umane, senza dimenticare il suo sessismo.

Auguste e Louis Lumière, L’uscita dalle officine Lumière, 1895

Sergej Ėjzenštejn, Sciopero!, 1925

Fritz Lang, Metropolis, 1927

Charlie Chaplin, Tempi moderni, 1936

Karel Reisz, Sabato sera, domenica mattina, 1960

Ermanno Olmi, Il posto, 1961

Elio Petri, La classe operaia va in paradiso, 1971

Jean-Luc Godard, Crepa padrone, tutto va bene, 1972

Martin Ritt, Norma Rae, 1978

Ken Loach, Riff Raff, 1991

Ken Loach, Piovono pietre, 1993

Aki Kaurismäki, Nuvole in viaggio, 1996

Jean-Pierre e Luc Dardenne, La promesse, 1996

Jean-Pierre e Luc Dardenne, Rosetta, 1999

Ken Loach, Bread and Roses, 2000

Ken Loach, Paul, Mick e gli altri, 2001

Fernando Leon de Aranòa, I lunedì al sole, 2002

Ken Loach, In questo mondo libero…, 2007

Andrea Segre, Io sono Li, 2011

Sidney Sibilia, Smetto quando voglio, 2014-2017

Jean-Pierre e Luc Dardenne, Due giorni, una notte, 2014

Stephane Brizè, La legge del mercato, 2015

Marien Ade, Vi presento Toni Erdmann, 2016

Ken Loach, Io, Daniel Blake, 2016

Aki Kaurismäki, L’altro volto della speranza, 2017

 

Foto in apertura di Cristina de Middel / Magnum Photos / Contrasto

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