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2 febbraio 2018

Per i lavoratori gli esami non finiscono mai

Gli incentivi non bastano più per creare occupazione, siamo entrati nell'età della continua transizione da una professionalità all'altra. L'Italia vista da Bentivogli, Deaglio, Loy e Seghezzi

Samuele Cafasso

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Ventiquattro anni fa l’Italia era un Paese molto diverso da oggi. Berlusconi però faceva già quello che fa adesso: il leader del partito più vicino a vincere le elezioni. A ben vedere anche i numeri sulla disoccupazione non erano molto diversi da oggi: allora il tasso viaggiava intorno al 10,4%, oggi siamo al 10,8%. I numeri però non dicono tutta la verità sull’occupazione nel nostro Paese. E questo è uno dei motivi per cui oggi nessun candidato tirerebbe fuori lo slogan che allora rese celebre il Cavaliere (oramai ex) come imbattibile uomo di propaganda: «Un milione di posti di lavoro». «Meno tasse per tutti» ha resistito, è un evergreen insostituibile. Ma «un milione di posti di lavoro», invece, è una cosa che oggi nessuno proporrebbe più così, in questo modo. Perché?

 

La qualità del lavoro

«Il fatto – spiega Francesco Seghezzi, direttore di Adapt, il centro studi sul lavoro fondato da Marco Biagi – è che quello che prometteva Berlusconi allora erano posti di lavoro standard, dove l’offerta e la domanda di competenze si potevano incontrare facilmente. Oggi non è più così. Oggi dobbiamo parlare di mercati occupazionali transizionali, dove ogni lavoratore passa da un impiego all’altro più volte durante la sua carriera e ha quindi la necessità di adeguare le competenze ai nuovi contesti. È vero, l’Italia ha ancora un problema drammatico di quantità di lavoro. Ma c’è anche un problema di qualità, di competenze che mancano. Finora amplissima parte della ripresa occupazionale che abbiamo visto è fatta di lavori a basso valore aggiunto, ad esempio nel settore dei servizi alla persona. Quello che è mancato sono i lavori di qualità».

Da quando Matteo Renzi è salito a Palazzo Chigi ad oggi, in effetti il milione di posti di lavoro in più c’è stato davvero: il numero di occupati è salito di 1,04 milioni, raggiungendo quota 23,18 milioni a novembre dell’anno scorso, finalmente sopra i livelli del 2008. Eppure il Pd non sta facendo e non farà troppa campagna elettorale su questo e di lavoro si parla molto poco in generale, con le forze populiste tutte concentrate sulla chimera del reddito di cittadinanza. Uno dei motivi è proprio che le statistiche e l’esperienza comune divaricano. O per meglio dire: il puro numero degli occupati, o del tasso di disoccupazione, non raccontano tutta la verità.

Ci sarebbe ad esempio da guardare i dati sulle ore lavorate: rispetto ai numeri del 2008, siamo ancora a livelli inferiori del 5,9%. «Segno che lo stesso lavoro è spalmato su più persone, che hanno contratti più fragili» spiega il sindacalista Uil Guglielmo Loy. E non è l’unico problema. Si guardi ad esempio il tasso di attività: quello italiano è pari al 69,6% contro una media Ue del 77,5%, con uno storico ritardo sull’occupazione femminile.

 

Domanda e offerta non si incontrano

Lo scorso 21 dicembre Unioncamere e Anpal hanno pubblicato il consueto rapporto sul mismatch del mercato del lavoro, ovvero il disallineamento tra la domanda e l’offerta. In un anno le imprese che dichiarano di avere avuto difficoltà a trovare un candidato idoneo alle loro richieste sono passate dal 12% al 21% delle assunzioni complessive. Non è la vecchia e un po’ finta polemica sui giovani che non vogliono lavorare: nel 48% dei casi il problema è la adeguata preparazione dei candidati. «In un mondo che cambia rapidamente e in cui la forza lavoro registra progressivi aumenti dell’età media – scrivono i ricercatori – anche le competenze dei lavoratori stanno “invecchiando” e potrebbero non essere più adeguate». È un problema anche dei nuovi entranti nel mercato, non solo chi già è impiegato. E che crea inevitabile frustrazione in chi, uscito dall’università, non è che non riesca a trovare un lavoro, ma non riesce a trovare un posto che ritiene adeguato alla sua formazione. Chi invece un lavoro lo perde, spesso non riesce a trovarne uno nuovo perché le sue competenze sono sorpassate.

Nel caso dei servizi informatici la difficoltà di reperimento nel 2017 è stata del 40%, 38,8% nella meccanica. L’industria 4.0 italiana, insomma, nasce con il fiatone: grandi incentivi per i nuovi macchinari, ma poi mancano le persone che li sanno far funzionare. Hanno difficoltà a trovare un ingegnere elettronico o dell’informazione il 55,4% delle aziende. Ma anche a livelli più bassi il problema non cambia di molto, specie nella manifattura.

 

Oltre la logica degli incentivi

«Incentivi o defiscalizzazione non bastano. Servono per avviare i processi. Ma poi serve una fase due. Lo Stato deve coordinare un ecosistema fatto di università, imprese, sindacati, centri per l’impiego che assicuri una formazione permanente in un mercato che è in continua transizione. Siamo oltre alla flexicurity oramai, perché politiche attive vanno impostate sempre, non solo in caso di emergenza…» spiega Seghezzi.

Con il governo Renzi l’Italia ha puntato fortissimo sulle fase uno. Gli incentivi sui contratti a tempo indeterminato del 2015 sono costati da soli 15 miliardi. Secondo uno studio realizzato dall’economista della Sapienza Michele Raitano insieme a Fabrizio Patriarca e Marta Fana, ogni nuovo contratto è “costato” allo Stato tra i 25.000 e i 50.000 euro. Una enormità per una “fiammata” di contratti a tempo indeterminato rilevante, ma che poi si è rapidamente spenta.

 

Deaglio: riprogrammare i lavoratori come i pc

«Va bene ridurre il costo del lavoro, per carità, ma bisogna anche ricordare che questo è stato in parte fatto e non ha dato grandissimi risultati» sostiene l’economista Mario Deaglio. La metafora più spesso usata in questi casi è quella del “cavallo che non beve”: gli incentivi non funzionano, o funzionano fino a un certo punto, se altri fattori inceppano il sistema. E oggi l’Italia sembra arrivato proprio a quel punto: «Siamo come i computer che devono essere aggiornati a intervalli regolari. Di fronte a questo scenario servirebbero nuove reti di protezione che, da un passaggio del lavoro all’altro, assicurino protezione finanziaria e allo stesso tempo la formazione necessaria a re-impiegarsi. Nella discussione sul reddito di cittadinanza, la formazione è scomparsa – spiega Deaglio –. Nessuno in questa campagna elettorale ha affrontato il problema delle agenzie di lavoro che, in tutta Italia, funzionano bene solo in Trentino Alto Adige, Lombardia e Piemonte in parte. Non basta stare dietro a una scrivania per intercettare le necessità del mondo del lavoro. Inoltre non sento parlare dei fondi europei, utilizzati poco e male dalle Regioni, spesso come strumento per dare “mance” a una associazione o un’altra».

 

Formazione continua

Spiega Marco Bentivogli, segretario della Fim Cisl e insieme a Carlo Calenda uno dei pochi che ha posto l’accento in questi ultimi mesi sul tema occupazionale, soprattutto in relazione all’innovazione tecnologica. «Gli sgravi previsti dal piano Industry4.0 hanno il merito di riaccendere la macchina, di lavorare sulla politica dell’offerta. È chiaro che gli investimenti in tecnologie vanno accompagnati da quelli sulle competenze. Noi non abbiamo un sistema educativo che funzioni, tutte le agenzie educative e formative sono scollegate e senza progetto. Spendiamo 1% in meno della media europea nella formazione e la metà della Germania e spesso li spendiamo malissimo. Rispetto al resto d’Europa i ragazzi e le ragazze italiane, interrompono prima lo studio ma iniziano a lavorare più tardi e quando iniziano a lavorare si interrompe il loro rapporto con la formazione. Altro che life long learning». L’età media di entrata nel mondo del lavoro in Italia è a 25 anni per gli uomini e 28 per le donne. Un enormità per un Paese con un basso tasso di laureati.

L’ultimo report Inapp (Istituto di analisi delle politiche pubbliche), ente che fa capo al Ministero del Lavoro, evidenzia come nel 2015 (ultimo anno disponibile), due milioni e mezzo di persone hanno partecipato ad attività formative: è il 7,3% della popolazione adulta contro una media europea del 10,7% e un obiettivo europeo del 15%. Troppo pochi. Tra le istituzioni attive in questo campo ci sono i fondi paritetici interprofessionali, nati da accordi tra sindacati e imprese e che vengono alimentati con una quota dello 0,3% dei contributi previdenziali. Ad oggi – spiega Gugliemo Loy, sindacalista Uil – I fondi muovono circa 250 milioni, che su 7 milioni di lavoratori iscritte ai fondi non è una cifra enorme. Hanno fatto e fanno un discreto lavoro, ma sono strumenti tarati sulla preistoria, nel frattempo il mondo è cambiato». Non siamo più nel 1994. Berlusconi escluso, ovviamente.

 

Foto in apertura di Cristina de Middel / Magnum Photos / Contrasto

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