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2 febbraio 2018

Non è tutto lavoro quel che luccica in rete

Annunci che non sono reali e cacciatori di teste che rendono la vita impossibile: trovare un impiego sui social non è poi così semplice. Ma una presenza online ben gestita resta indispensabile

Federico Gennari Santori

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«Mi ha scritto su LinkedIn per propormi un lavoro. E da lì è stato un continuo. Non ero interessato, perché non volevo lasciare l’Italia. Ma quel cacciatore di teste ha continuato a fare pressione su di me. È arrivato a chiedermi di lasciare la mia ragazza, per sfruttare quella che sarebbe stata l’occasione della vita». Paolo, trentenne toscano, è uno sviluppatore informatico e non ha avuto una bella esperienza con i recruiter attivi sui social network. «L’idea che mi sono fatto è che da una parte ci sono i professionisti veri, dall’altra anche molti improvvisati, che si buttano sulla selezione del personale sfruttando l’immediatezza delle piattaforme. E se a volte sono disposti a tutto pur di convincerti, altre possono prendere in giro chi cerca lavoro con proposte infondate». È quello che è successo ad Andrea, che ha inoltrato una candidatura via LinkedIn ed è finito in una spirale di colloqui rivelatisi un nulla di fatto. «Mi hanno contattato e dopo ben due incontri mi hanno detto che mi volevano assumere», spiega. «Sull’annuncio non c’erano informazioni su contratto e retribuzione, ma quando se ne è parlato le condizioni erano inferiori a quelle della posizione che già avevo. Così c’è stata la promessa di rivederle e un colloquio ancora. Beh, alla fine mi arriva l’agognata proposta: identica alla prima».

Poi c’è lo scontro frontale con la precarietà del lavoro stesso. Come è accaduto a Gloria, esperta di pubblicità digitale attiva a Milano. «Una persona mi contatta su Facebook a seguito di una segnalazione. Mi domanda grossolanamente di cosa mi occupo e mi invita per un colloquio. Ho perso mezza mattinata per sentirmi dire: “Il tuo profilo potrebbe essere interessante, ma sei una donna e hai un’età in cui potresti diventare madre”», ci confida. «Non è stato l’unico caso, purtroppo. Sempre su Facebook, dopo che mi ero candidata per alcune posizioni, almeno un paio di volte mi hanno chiesto quanti anni avessi, se avessi figli o volessi averne, entrando sul piano personale come se niente fosse».

 

Il 64% del recruiting avviene online

Storie che scoraggerebbero chiunque. Ma se pensate di accantonare LinkedIn e gli altri social network, o di staccarvi dai display per uscire in strada alla ricerca di bacheche per cercare lavoro, siete fuori strada. Secondo il rapporto Work Trends Study 2015 di Adecco, società di lavoro interinale, solo in Italia ben il 64% delle attività recruiting è svolto online, il 23% delle quali anche sui social network, utilizzati per contattare circa il 15,4% dei candidati. Numeri che, nei due anni passati dalla rilevazione, non possono che essere aumentati. Del resto, rivela la Hays Salary Guide 2017, nel mondo intero la percentuale delle aziende che in fase di selezione monitorano gli account personali dei candidati ha raggiunto il 56%. La piattaforma più utilizzata in assoluto è LinkedIn (99%), seguita da Facebok (60%) e Instagram (19%). Se la matematica non bastasse, ci sono anche storie assai più positive di quelle con cui abbiamo cominciato.

Giulia, photoeditor milanese, è stata contattata su LinkedIn da un’importante casa editrice, che le ha chiesto un colloquio e poi proposto un lavoro: «Non mi ero nemmeno candidata, perché non c’era un annuncio. Sono stati loro a trovarmi facendo delle ricerche». Diana invece ha trovato la sua occasione su Facebook: «Una persona ha pubblicato un post che parlava di una posizione aperta in un gruppo dedicato agli italiani che cercano lavoro in Spagna, così gli ho scritto per saperne di più». Le informazioni erano sommarie, ma Diana ha ottenuto un colloquio per approfondirle. Oggi è marketing manager in una startup che si occupa di crowdfunding immobiliare a Madrid.

«Oggi per molte aziende è inevitabile e indispensabile affidarsi al recruiting online, anche e soprattutto attraverso Linkedin», dice a pagina99 Gianmarco Urru, responsabile delle risorse umane dell’agenzia creativa AQuest. «Abbiamo utilizzato questo canale con successo in passato e abbiamo intenzione di usarlo ancora per le prossime posizioni che apriremo. Ci permette di avere un rapporto diretto, concreto e meritocratico con i candidati». Ma non c’è solo la  piattaforma dedicata alle professioni, «soprattutto quando si tratta di ruoli creativi. Una delle nostre acquisizioni più recenti e di cui andiamo più fieri si è presentato a noi attraverso il suo canale YouTube».

 

Perché i social network

«I social network sono lo strumento più rapido per la ricerca del personale», spiega Anna Martini, responsabile delle risorse umane presso Lavorint e coautrice, insieme a Silvia Zanella, di Social Recruiter. Strategie e strumenti digitali per i professionisti HR (Franco Angeli Edizioni). «Ora invece di pubblicare le offerte e poi aspettare i Cv, possiamo mostrarle a target mirati oppure essere direttamente noi recruiter a cercare i profili più adatti per poi contattarli». Le aziende e gli addetti alle risorse umane utilizzano i social media perché hanno permesso di superare il confine tra la vita virtuale e reale: oggi praticamente tutti hanno un’identità e una reputazione in rete, esattamente come ce l’hanno fuori dal web. E anche chi è assente, boicotta  i social o rimane indietro, mostra comunque un lato di sé: «Di un candidato che non ha LinkedIn – la prima cosa che si va a cercare – penserei che non è molto al passo con i tempi oppure che non è adatto a particolari posizioni», continua Martini.

Il nodo sta nella rintracciabilità, almeno parziale, che ha completamente rivoluzionato l’attività di recruiting. Non a caso, sempre secondo Adecco, la finalità principale è ricercare candidati passivi (78,3%), ma anche verificare quello che è dichiarato nei curricula (75,5%) e controllare la web reputation (50,3%). «A volte le esigenze sono ben più semplici, come vedere le foto dei candidati che non la allegano al Cv. Qualunque sia lo scopo, ormai tutti i ‘”cacciatori di teste” utilizzano i social network. Anche perché nel 2018 sarebbe obsoleto non farlo», conclude.

 

Nell’1% di casi viene chiesta la password dei propri account

Il 35% dei recruiter interpellati da Adecco ha dichiarato di aver escluso delle persone proprio dopo aver visitato i loro profili. Probabilmente perché alcuni contenuti sono totalmente da evitare se si spera di trovare un giorno lavoro online. I meno tollerati, svela un precedente rapporto di Adecco (Il Lavoro ai Tempi del Social Recruiting), sono quelli che lasciano intendere la partecipazione ad attività in violazione dei regolamenti universitari. Poi ci sono i commenti negativi su argomenti controversi – religione, politica, sostanze stupefacenti – e le foto in atteggiamenti discutibili, come quando i è un po’ brilli. Ma a volte scorrere le bacheche virtuali non basta: all’1% dei candidati è stata chiesta la password del proprio account Facebook durante i colloqui, in modo da poter controllare la condotta degli interessati senza filtri per la privacy. E il 30% ha scelto di consegnarla.

«Non si tratta più di impersonare un sé ideale attraverso internet» dice a pagina99 Stefano Epifani, docente di Social media management all’università La Sapienza di Roma. «I comportamenti in rete rispecchiano quelli che abbiamo nella vita di tutti i giorni. Ecco perché, complice il gradimento della community, influiscono sul nostro lavoro». Per capire chi siete e farsi un’idea di voi, i selezionatori osservano che cosa pubblicate sulla vostra bacheca virtuale e come interagite con gli altri utenti. «Nel bene o nel male, nel web 2.0 è inevitabile che accada. Per questo la web reputation è così importante». Rischia di sovvertire il giudizio di un selezionatore anche sul candidato più diligente e preparato. Ma può anche creare dei «falsi positivi, ovvero professionisti che di buono hanno soltanto la reputazione», spiega Epifani. In sostanza, «una persona che si sa vendere meglio può avere maggiori possibilità di chi è più bravo. Poi si può discutere su quanto, per alcuni lavori, le due cose possano coincidere». Un rischio che però al momento non è così frequente.

 

La vera sfida è trovare candidati seri

«Se parliamo di LinkedIn, devo proprio dirlo: la maggior parte delle persone dimostrano di non saperlo utilizzare. Mediamente solo un profilo su dieci può definirsi “sufficiente” (che è diverso da “decente”). E spesso più si sale di livello, peggio è», afferma Anna Martini. «Tempo fa mi è capitato un direttore generale che al posto del proprio nome per esteso aveva inserito il cognome seguito dal nome dell’azienda, peraltro molto importante. Il punto è che molti non capiscono ancora quale danno d’immagine possa causare oggigiorno un utilizzo scorretto dei social network, anche a livello professionale». Possibile che tanti, oltre che per la mancanza di consapevolezza e competenze adeguate, non curino la propria web reputation perché non vogliono davvero un nuovo lavoro? «Credo che si tratti più di scarse competenze e, soprattutto, di poca consapevolezza. Cosa che, sia chiaro, riguarda anche l’altra faccia della medaglia, cioè recruiter e addetti alle risorse umane». Giusto per avere uno degli ultimi dati disponibili, nel 2015 la Social Recruiting Survey a cura di Jobvit mostrava che tra i recruiter solo il 18% si dichiara esperto di social, il 51% mediamente competente e ben il 31% novizio.

Rispetto all’effettiva ricerca di lavoro, però, il problema è un altro. «Mi creda – prosegue Martini – trovare un candidato serio, che una volta contattato accetta il colloquio e prende in considerazione un’eventuale assunzione, è molto raro. E non parlo di posizioni di stage o lavori poco qualificati ma anche di ruoli molto buoni. Sembra quasi che certe persone, che pure si candidano, lo facciano in maniera troppo sconsiderata (per esempio, senza guardare con attenzione i requisiti e le mansioni previste) o, addirittura, che non siano a caccia di un’occupazione». E allora perché si propongono? Bella domanda. «Forse per dimostrare che si stanno muovendo. In ogni caso, per un settore sempre più competitivo come quello delle risorse umano il futuro è probabilmente lo scouting, cioè la ricerca diretta di candidati, che sostituirà sempre più i tradizionali annunci», conclude Martini. Anche perché su LinkedIn oltre alle candidature, superficiali o meno, fioccano anche le offerte di lavoro. Siamo sicuri che siano tutte vere? «Probabilmente no: ci sarà qualche azienda che lo fa anche per raccogliere dati o per ragioni di immagine, mostrando di essere sempre in movimento».

Insomma, ciò che tutti, dai recruiter ai candidati, dovrebbero fare è porsi il problema della propria immagine anche online. Occhio alle foto e ai commenti che pubblicate su Facebook e Instagram o, quantomeno, alle impostazioni sulla vostra privacy. LinkedIn? Non è detto che sia utile per trovare lavoro, soprattutto in certi settori. Ma è come un biglietto da visita e, anche se non siete alla ricerca di un posto, compone la vostra immagine. Avere un account (che sia però aggiornato minimamente curato) non toglie nulla e può aggiungere qualcosa. Per intenderci, se qualcuno cerca il vostro nome su Google e lo avete, sarà certamente tra i primissimi risultati. Tanto basta.

 

Foto in apertura di Cristina de Middel / Magnum Photos / Contrasto

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