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2 febbraio 2018

Dal tramonto all’alba nei ghetti di Rosarno

Nel 2016 abbiamo pubblicato il reportage di Leogrande dalla tendopoli calabrese. Un viaggio ancora attuale negli accampamenti dei braccianti africani, per cui il lavoro, scarso, è sempre nero e sottopagato

Alessandro Leogrande*

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Nel ghetto di San Ferdinando le biciclette sono ovunque. Sono il principale mezzo di trasporto per i braccianti. Chi ne ha una, può recarsi autonomamente nei campi, evitando così di pagare 3 euro al giorno al caporale. Per questo una delle figure-chiave della tendopoli è Issa, il gambiano riparatore di biciclette. La sua tenda-officina è proprio all’ingresso del campo, circondato da un mare di copertoni usati. Issa non va più in campagna da anni ormai, si dedica solo alle biciclette. Nei mesi della raccolta degli agrumi, da novembre ad aprile, arriva a ripararne anche 50 al giorno. Lavora dalle 8 di mattina alle 2 di notte. Per ogni bicicletta riparata prende un euro. Basta il flusso costante del suo lavoro a testimoniare quanto sia vasto e radicato, nel territorio della Piana di Gioia Tauro, il mondo dei nuovi braccianti.

La tendopoli è stata costruita sei anni fa. Nel gennaio del 2010, i braccianti africani di Rosarno si rivoltarono contro le durissime condizioni di vita e di lavoro a cui erano sottoposti. A far scattare la scintilla, come spesso capita, fu un fatto brutale: dei ragazzi del paese avevano sparato con un fucile ad aria compressa contro tre immigrati di ritorno dai campi.

Dopo la rivolta, vennero sistemati in due nuovi accampamenti. Uno è fatto di container che si infuocano d’estate e si ghiacciano d’inverno, ed è situato in una piana desolata a pochi chilometri dalle ultime case di Rosarno. L’altro è la vasta tendopoli sorta nell’agro di San Ferdinando, il Comune limitrofo. I container e le tende del Ministero dell’Interno (la scritta del ministero è in bella vista) sarebbero dovuti essere una soluzione provvisoria, ma dal 2010 sono ancora lì. Nel «campo container», come viene chiamato dagli stessi braccianti, vivono in 250. Nella tendopoli, invece, arrivano anche a essere 1200 quando la raccolta degli agrumi si fa intensa. Di questi tempi, però, quando il lavoro scarseggia, gli stanziali sono 500-600.

I due campi “provvisori” sono presto divenuti dei ghetti. Le tende e i container sono gremiti di giovani braccianti neri (tutti uomini, ci sono solo pochissime donne e due bambini) e dei loro indumenti: magliette, camice, un maglione per l’inverno, le coperte della protezione civile. Qua e là sono sorti piccoli baretti e negozi di alimentari, i rifiuti (anche la plastica) vengono bruciati a pochi metri di distanza.

Oltre la metà dei braccianti che vivono nella Piana di Gioia Tauro sono rifugiati e richiedenti asilo. Vengono da Ghana, Nigeria, Mali, Gambia, Burkina Faso… Quando va bene, guadagnano 25 euro al giorno, quasi la metà di quello che dovrebbero percepire secondo il contratto provinciale. In genere vengono pagati a cottimo: 1 euro per ogni cassetta di mandarini; 50 centesimi per ogni cassetta di arance. Nei mesi di raccolta le ore di lavoro si fanno estenuanti. Quasi sempre si lavora “da sole a sole”, cioè dall’alba al tramonto.

In questi giorni di giugno battuti da un sole feroce, il lavoro scarseggia. Solo in pochi riescono a rimediare qualche giornata per la potatura dei campi. Così molti se ne vanno in altre regioni del Sud e del Nord, inseguendo altre raccolte agricole e costituendo un flusso seminomade regolato dal caporalato. Ma poi ci sono quelli che rimangono qui tutto l’anno. Quelli la cui esistenza si lega a filo doppio alla tendopoli, perché non riescono a trovare un lavoro altrove, o non hanno la forza di uscirne, o non hanno semplicemente più soldi. E allora le giornate si allungano, e le si passa a parlare del nulla, a bere, a ingannare il tempo nei baretti che sorgono tra le tende.

In uno di questi, l’8 giugno (2016, ndr), un bracciante maliano di 27 anni è rimasto ucciso da un colpo d’arma da fuoco sparato da un carabiniere. Si chiamava Sek Traoré. Secondo la versione ufficiale, aveva bevuto molto ed era andato fuori di testa: quando i carabinieri, chiamati da altri braccianti, sono intervenuti, ha tirato fuori un coltello e ne ha ferito uno che per difendersi ha sparato. Ma tra le tende, si rincorrono altre versioni: «Sek non era ubriaco e non era pazzo, era solo uno duro…», «I carabinieri erano in sette contro uno…», «Sono rimasti chiusi nella tenda, soli con lui, e alla fine abbiamo sentito uno sparo…», «Il coltello era solo un coltello da cucina…». La polizia ha fatto dei rilievi, sul corpo del bracciante ucciso è stata condotta l’autopsia, e il prefetto ha annunciato che la salma verrà presto riconsegnata ai famigliari in Mali. Intanto, dopo l’uccisione c’è stato un corteo pacifico di braccianti tra le strade di San Ferdinando.

Tre giorni dopo sono entrato nella baracca in cui Sek è rimasto ucciso. Non c’erano sigilli, quattro neri bevevano in silenzio, mentre su un televisore attaccato a un gruppo elettrogeno andava un video di Bob Marley. Non c’era la minima traccia dell’accaduto, a parte le voci che si inseguivano sotto la musica, e una tensione palpabile. In questo misto di alienazione ed esasperazione, che costituisce il rovesciamento perfetto dei paesi della Piana, il ghetto temporaneo è divenuto un’entità stabile. Benché in Calabria sia stata approvata da pochi mesi un legge regionale sul lavoro nero, la tendopoli è ancora lì, esattamente come i ghetti sorti in Puglia, in Sicilia, in Campania e altrove.

Quanto a Issa, tra un po’ lascerà la sua tenda-officina. Anche le sue riparazioni seguono le migrazioni interne del nuovo bracciantato. La settimana prossima andrà a Saluzzo, in provincia di Cuneo, dove inizia la raccolta della frutta. Un nuovo ghetto, pieno di biciclette, si ripopolerà esattamente come il ghetto in provincia di Reggio Calabria. E Issa sarà lì, con un’altra tenda-officina.

Giornalista e scrittore italiano, scomparso il 26 novembre 2017, che ha fatto dell’intreccio tra migranti, caporalato e nuove mafie uno dei suoi temi d’indagine prediletti

Foto in apertura di Patrick Tombola / Laif / Contrasto

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