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26 gennaio 2018

Un like può cambiarti la vita

Il 93% di 15-16enni possiede almeno un account su un social media. Ma si è persa la bellezza di sperimentare parti di sé con gli altri. Un estratto da "Nasci, Cresci e Posta" (Città Nuova editore)

Simone Cosimi - Alberto Rossetti

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virgolette-apertePaolo, ragazzo di 18 anni che frequenta il liceo, si dice sorpreso quando sente gli adulti, compresi i suoi genitori, criticare il modo in cui i giovani utilizzano i social media. Per lui, infatti, questi nuovi media sono «potenti, invitanti e comodi» ed è ovvio che un ragazzo li utilizzi in tutti i modi possibili e immaginabili: per relazionarsi, per sperimentarsi, per conoscere, per curiosità, per fare cose che altrimenti non avrebbe mai avuto il coraggio di fare, per criticare e insultare, per fare politica…

Il problema, secondo Paolo, sta proprio qui. Questi nuovi social media sono talmente potenti, invitanti e comodi da essere diventati necessari per lui e per tutta la sua generazione, al punto che non è più immaginabile stare un pomeriggio tra amici senza doverlo condividere su un qualsiasi social o passare una giornata senza andare almeno una volta a vedere cosa gli amici hanno condiviso. Adolescenza e social sembrano essere diventati sinonimi, come del resto mette in luce la ricerca condotta da Mascheroni e Ólafsson in cui si legge che il 93% dei ragazzi italiani tra i 15 e i 16 anni possiedono almeno un account su un social media.

Anche se questi numeri fanno pensare a un passaggio obbligato, potremmo quasi dire normale, all’interno del processo di crescita di un adolescente, non si può far finta di non vedere i rischi e le problematicità che emergono dall’uso di questi nuovi media in un periodo della vita così delicato. Durante l’adolescenza, infatti, le esperienze positive e quelle negative hanno un peso molto forte nella costruzione dell’identità di un ragazzo. Vediamo dunque quali possono essere i rischi e i problemi che un adolescente può incontrare quando si muove sui social network.

 

Cyberbullismo e drama

Durante un incontro con una classe quinta di un istituto tecnico ho chiesto ai ragazzi se si erano mai sentiti attaccati online o, al contrario, se pensavano di aver mai fatto del male a qualcuno utilizzando i social media. Tutti hanno risposto di no a eccezione di Luca. Durante la festa dell’istituto, Luca, ragazzo piuttosto timido, aveva deciso di esibirsi suonando la chitarra insieme a un amico.

L’esibizione sembrava essere andata bene e Luca era molto soddisfatto, ma una volta tornato a casa aveva trovato su Facebook foto, video e numerosissimi commenti, alcuni anche da parte dei suoi stessi compagni, in cui lui e il suo amico venivano presi in giro pesantemente. Da quel momento non ha più preso in mano la chitarra.

Non c’è dubbio che il cyberbullismo rappresenti uno dei principali rischi a cui un adolescente si trova esposto quando apre un profilo su un social media. Questa parola può però confondere in quanto con cyberbullismo si intende una forma di bullismo, ovvero un’aggressione ripetuta nel tempo in cui sia presente disparità di potere tra bullo e vittima, perpetrata tramite tecnologia dell’informazione o della comunicazione.

In alcuni casi, le notizie di cronaca ce lo ricordano purtroppo quasi quotidianamente, ci si trova proprio di fronte a episodi di cyberbullismo, ma nella maggioranza dei casi i ragazzi devono confrontarsi con quello che Danah Boyde chiama «drama», ovvero il prendersi in giro utilizzando strumenti digitali.

Le normali battute che gli adolescenti si facevano di persona ora vengono portate avanti sui social media, potenziate dalle possibilità che questi strumenti mettono a disposizione: fra tutte la presenza sempre costante di un pubblico, che ha un ruolo centrale nel bullismo tradizionale, e la possibilità di manipolare la realtà con molta facilità. Secondo una recente ricerca condotta su 600 ragazzi italiani tra i 12 e i 18 anni è emerso che quasi 1 su 10 degli intervistati ha diffuso informazioni tramite foto o video che umiliavano qualcuno.

Se a questi dati aggiungessimo tutte le persone che hanno ricevuto, visto, commentato e ricondiviso queste informazioni non c’è dubbio che le percentuali salirebbero di molto. Il fatto che si parli di “presa in giro online” e non di cyberbullismo non significa che gli effetti possano essere meno devastanti per un ragazzo. Al contrario, tutto questo ci fa dire che è molto più facile ferire, essere parte anche inconsapevolmente di un’aggressione e sentirsi umiliati quando si viene presi in giro.

Basta una foto, un commento, un giudizio sommario per sentirsi attaccati molto profondamente, come è successo a Luca.

 

Selfie. L’importanza di apparire

Il selfie, parola entrata nel vocabolario italiano nel 2014, è una fotografia di se stessi condivisa attraverso i social. Il termine deriva dall’inglese self che in italiano possiamo tradurre con sé, personalità, identità. Un selfie, in effetti, rappresenta il timbro di una persona all’interno del social media, una sorta di firma digitale che non lascia dubbi sull’identità di chi si è scattato la foto. Proprio da questa ambiguità, ovvero dall’idea che un’immagine possa rappresentare il self di una persona, possono sorgere alcuni problemi.

L’adolescente è infatti molto attento ai pensieri e all’immagine che l’altro ha di lui, ne ha bisogno per poter costruire la propria identità. Il selfie, se vogliamo, rappresenta una scorciatoia a questo normale processo di crescita e di sviluppo. Pubblico un selfie, vedo i like che ottengo, i commenti che arrivano, le condivisioni… e potrò essere contento/a o anche molto insoddisfatto/a. Un like può cambiarti la vita, ci ricordava Adele riferendosi proprio a questo processo.

Il problema di questa come di molte scorciatoie è che l’immagine sui social media è facilmente manipolabile, oltre a essere sempre attaccabile, e le risposte che un adolescente può ottenere da tutto ciò possono non essere sempre così positive. Senza contare che la prima persona a manipolare la propria immagine attraverso il selfie può essere il ragazzo stesso.

 

Le relazioni finte

Nonostante le campagne di prevenzione e di sensibilizzazione ricordino con costanza ai ragazzi di stare attenti alle persone conosciute online, in quanto non sempre è possibile essere certi dell’identità dell’altro, fare conoscenza di estranei sui social media resta una possibilità sempre aperta. Non solo attraverso i social di incontri, come Tinder e Lovvo, ma anche su Facebook o, per stare su un gioco online, su Clash Royale. Come si spiega questo fatto?

I ragazzi possono fare fatica a distinguere tra un’emozione provata di fronte a una persona e una dietro a uno schermo. In alcuni casi, anzi, sostengono di preferire gli scambi di messaggi e foto perché hanno la sensazione di una maggiore intimità e protezione. Lo stesso discorso vale con persone conosciute online che, proprio perché non presenti, non possono fare male e nello stesso tempo fanno provare emozioni molto forti.

I rischi insiti in questo tipo di comportamento sono evidenti. Inoltre, questo atteggiamento di fiducia che il ragazzo ha nelle proprie emozioni lo mette nelle condizioni di essere facilmente manipolabile da chi si trova dall’altra parte dello schermo, chiunque esso sia.

 

Evitare l’ostacolo

«Oggi, se vuoi conoscere una ragazza, devi usare Facebook e poi WhatsApp. Non esiste che fai il primo passo di persona». A dirlo, con un filo di malinconia per un tempo mai conosciuto, è Andrea, ragazzo di 16 anni. L’introduzione delle tecnologie della comunicazione nella vita dell’essere umano ha sostanzialmente reso più semplici, immediate e comode le comunicazioni tra le persone.

Si potrebbe anche dire che con i social media la comunicazione si è spogliata di tutto ciò che era apparentemente poco utile, restando alla fine puro messaggio. Cosa si sta perdendo? In cambio di una maggiore facilità nella comunicazione si è persa la bellezza dell’inciampo, la possibilità di sperimentare parti di sé stando in relazione con un’altra persona, la conoscenza dei propri limiti.

Alcuni ragazzi possono trovare nei social media un’opportunità per poter evitare le difficoltà ma, così facendo, rischiano di non trovare mai il modo e il tempo per affrontarle. Anche perché, che lo si voglia o no, la relazione tra esseri umani non è stata ancora bandita del tutto e, prima o poi, ogni persona si troverà a scontrarsi con i propri limiti. Quanto più li si è evitati, tanto più sarà difficile affrontarli quando si presenteranno.

Stare sui social, come si sarà potuto notare, pur essendo un passaggio quasi obbligato per un adolescente dei nostri tempi, può non essere semplice. Ci sono alcuni ragazzi che, per questo e altri motivi di ordine socio-politico, decidono di fare un passo fuori da questo circo mediatico e giurano di stare molto bene. Limitando l’uso dello smartphone a WhatsApp e ad altre app che rispondono ai loro gusti, raccontano di non sentirsi esclusi da quello che sta capitando nel mondo attorno a loro e di suscitare una certa curiosità nelle persone che li circondano.

Questa non è certamente una soluzione adatta a tutti, anche perché è forte in chi scrive l’idea che i social media possano essere un buono strumento di relazione tra persone. Non si può, però, far finta di non vedere le criticità o minimizzarle riconducendole a problemi della singola persona perché, come abbiamo visto, non è così.

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