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26 gennaio 2018

Per chi fischia il whistleblower

Nel 1971 Ellsberg consegnò alla stampa i Pentagon Papers, svelando le menzogne del governo Usa in Indocina. Oggi un film lo celebra, e Snowden riconosce di essersi ispirato a lui

Andrea Prada Bianchi

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La sorveglianza globale sfrutta tecnologie sempre più sofisticate e passa per i nostri smartphone, computer, social network e presto – chissà- anche per i nostri supermercati: a Seattle ha appena aperto il primo market di Amazon senza casse, dove tutto ciò che si acquista viene registrato nei server dell’azienda. Ma tra le tecniche impiegate per il controllo delle masse e dell’informazione, uno degli strumenti più antichi e più efficaci continua a essere la propaganda.

Se il ventunesimo secolo deve ringraziare l’ex contractor Edward Snowden per le rivelazioni sul massiccio sistema di spionaggio della National security agency (Nsa), il Novecento ha un debito con quello che è stato il primo whistleblower – cioè colui che suona il fischietto, come a segnalare un fallo – a raccontare le bugie di un governo verso i suoi cittadini: Daniel Ellsberg.

Il nome oggi potrà suonare nuovo a molti, soprattutto fuori dagli Stati Uniti, ma negli anni Settanta l’amministrazione Nixon arrivò a definirlo «l’uomo più pericoloso al mondo». Sicuramente fu il più pericoloso per la Casa Bianca, quando nel 1971 consegnò i cosiddetti Pentagon Papers, 7 mila pagine di documenti top-secret del dipartimento della Difesa sulle strategie e i rapporti del governo federale con il Vietnam tra il 1945 al 1967, ai giornalisti del New York Times e successivamente a quelli del Washington Post.

Precedendo di un anno Mark Felt, la Gola profonda dello scandalo Watergate, Ellsberg diede con il suo leak il primo forte scossone alla presidenza di Richard Nixon e aprì gli occhi agli americani sulle menzogne di Washington sulla guerra in Indocina: dall’allargamento del conflitto voluto da John F. Kennedy fino ai bombardamenti segreti e illegali in Vietnam del Nord, Cambogia e Laos sotto le amministrazioni Johnson e Nixon.

 

The Post riaccende il dibattito sul controllo dell’informazione

A rendere nuovamente famoso il suo nome, oltre 40 anni dopo, sarà con ogni probabilità The Post, il nuovo film di Steven Spielberg con Tom Hanks e Meryl Streep nei panni del direttore e dell’editore del più importante quotidiano di Washington, posti davanti alla decisione di pubblicare o non pubblicare le carte soffiate da Ellsberg. Una scelta non da poco, considerato che, per aver diffuso i documenti, ai concorrenti del New York Times era arrivata l’ingiunzione di fermare l’inchiesta direttamente dallo Studio Ovale.

Considerato lo scontro sempre più aspro tra i media di ispirazione liberal e l’idiosincrasia del presidente Donald Trump verso qualsiasi tipo di critica, negli Usa la pellicola è già entrata nel dibattito su libertà di stampa e controllo governativo dell’informazione. La questione, con tutte le differenze tra una vicenda degli anni Settanta e il mondo contemporaneo, è certamente di stringente attualità: Nixon chiamava la stampa «il nemico», il tycoon la considera il «partito d’opposizione».

Lo stesso Spielberg ha recentemente spiegato che «l’urgenza di realizzare il film in questo momento è stata ancor più forte visti gli atteggiamenti dell’amministrazione Trump verso i media. I fatti raccontati riguardano le bugie sul Vietnam e il tentativo del governo di insabbiare tutto, ma anche oggi la stampa deve difendersi dagli attacchi della Casa Bianca».

 

Sfida allo Stato, poi raccolta da altri

Tutto ebbe inizio nell’estate del 1967, quando il segretario alla Difesa Robert McNamara commissionò a 36 analisti, tra cui lo stesso Ellsberg, di scrivere la storia segreta della guerra del Vietnam. La stesura del rapporto durò un anno e mezzo, e solo una manciata di copie venne stampata. La maggior parte venne tenuta sotto chiave nelle stanze di Washington, ma una di queste arrivò nelle mani del giovane Ellsberg impiegato all’agenzia di ricerca Rand corporation. Solo allora ebbe la possibilità di leggere il documento nella sua interezza, rimanendo sconcertato nell’apprendere il comportamento del governo nel Sud-Est asiatico. Riuscendo a non farsi scoprire dalla sicurezza della Rand, Ellsberg trafugò dall’edificio i Papers un volume alla volta per andarli a fotocopiare in un’agenzia di pubblicità nei dintorni con una vecchia Xerox.

Se la storia vi riporta alla mente quella di Ed Snowden, non state sbagliando. Entrambi analisti e contractor del governo americano, i due hanno deciso di diffondere materiale che avevano contribuito a creare, correndo il rischio di essere scoperti in flagrante e di essere presi di mira successivamente. Ragione per cui hanno dovuto difendersi dalle accuse di tradimento per aver «messo a rischio la sicurezza nazionale».

Non a caso, Ellsberg è stato tra i primi a sostenere Snowden dopo la sua decisione di far sapere al mondo come le agenzie di intelligence Usa controllavano (e controllano) i cittadini di tutto il mondo. Nel 2015 i due si sono incontrati a Mosca, dove Snowden ha trovato rifugio politico e dove vive tutt’ora, e sono diventati amici. Oggi sono entrambi nel board della Freedom of the Press Foundation, un’organizzazione no-profit per la difesa della libertà di stampa.

Le somiglianze sono tante, e lo stesso whistleblower del cosiddetto Datagate ha ammesso di essere stato stimolato da quello dei Pentagon Papers in un’intervista doppia al Guardian recentemente uscita. C’è un punto su cui le esperienze coincidono perfettamente: il “fischiatore” (traduzione letterale di whistleblower) di allora e quello di oggi sono convinti che le loro azioni li abbiano alla fine ripagati. «Una volta Ed ha detto che ci sono cose per cui vale la pena morire», ha dichiarato Ellsberg, «e lo stesso ha detto Chelsea Manning, che era pronta ad essere condannata a morte per quello che ha fatto (dare informazioni sulle operazioni del governo Usa a Wikileaks, ndr). Valeva la pena che lui passasse il resto della sua vita in esilio? E che lei spendesse sette anni e mezzo in prigione? Io penso di sì. E credo lo pensino anche loro. E hanno ragione».

[Foto in apertura di Michael Wolf / Laif / Contrasto]

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