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19 gennaio 2018

Non siamo pronti a separarci

Nuove regole hanno riscritto l'alfabeto dei divorzi. Ma i conflitti restano. Il problema è culturale: consentire alle donne di fare carriera e ai papà di fare i papà

Gabriella Colarusso

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Per più di tre anni, dal 2008, Luisa ha temuto di non farcela a garantire alle sue figlie quello che i suoi genitori avevano dato a lei. «Lavoravo tutto il giorno come venditrice e alla sera, prima di salire a casa, mi fermavo in lavanderia, mi facevo dare il mio gruzzolo di camicie e passavo la notte a stirare, fino alle 4 del mattino. Quel denaro mi serviva per non trovarmi a dover scegliere cose orribili, per esempio a quale delle mie due figlie avrei potuto pagare la gita scolastica e a quale no»…

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PAGA CON
Paga con Tinaba

In quello stesso periodo, Alberto si alzava ogni mattina alle 6, faceva 65 chilometri al giorno per potere vedere suo figlio. Nel giro di poco tempo, ha cominciato a succedere sempre più di rado: prima un giorno a settimana, poi ogni week end, poi un fine settimana ogni due.
Luisa, 54 anni, e Alberto, 55, si sono conosciuti molto tempo dopo in una delle tante associazioni italiane che cercano di rendere meno dolorosa l’esperienza più frustrante dell’amore, la separazione.

Solo nel 2015, ultimi dati disponibili dell’Istat, in Italia ci sono stati più di 80 mila divorzi e 91 mila separazioni, in crescita costante rispetto agli anni precedenti. Immancabile ogni anno arriva la conta: un divorzio ogni 7 minuti, e poi 5, e poi 4, l’ultimo bollettino dice ogni 3 minuti e mezzo. Lasciarsi è nella maggior parte dei casi l’inizio di un inferno: avvocati, ricorsi, tribunali, liti, ricatti e vittime, i figli. Il dolore accende la rabbia. Ma quanto di questa guerra dipende dalla nostra incapacità di superare e ricostruire e quanto invece da uno Stato assente e conservatore?

 

Sulle donne pesa il gender gap

«Fino agli anni Duemila, la situazione era davvero molto complicata, poi una serie di nuove norme hanno cambiato completamente il quadro», ci spiega l’avvocato Adriana Massarani, che ha fondato l’associazione genitori Con-Divisi e in 30 anni di controversie matrimoniali ha visto cambiare il Paese, anche se non abbastanza. «Prendiamo il tema dell’affido: si è sfatata l’idea della madre come depositaria di ogni amore e capacità di accudimento, si valuta con più equilibrio riconoscendo il diritto dei padri a poter svolgere pienamente il loro ruolo, un grande passo avanti».

La sentenza della Cassazione sul caso Grilli, che ha abolito il principio del “mantenimento del tenore di vita precedente”, ha eliminato un altro vulnus: «È una sentenza giusta, che non lascia la donna senza tutele, come si sente dire, ma semplicemente ha ridotto le possibilità che qualcuna approfitti della situazione», continua Massarani. «C’è ancora tanto da fare invece sul piano economico e del welfare per aiutare per esempio la maternità riconoscendo davvero la parità tra i genitori – anche quando stanno insieme – con la possibilità di avere come in Svezia una licenza post-partum paritaria».

Le donne arrivano alla separazione con alle spalle tutto il peso del gender gap – di salario, di opportunità di carriera, di welfare. Le statistiche parlano. Una su tre resta a casa dopo aver avuto un figlio, nel migliore dei casi passa al part-time (il 19,1% delle donne contro il 6,5% degli uomini) e se decide di tornare al tempo pieno con molta probabilità verrà pagata meno di un collega maschio: in media, il 5,5% in meno, secondo l’ultima rilevazione Eurostat (un dato comunque di molto inferiore alla media europea).

Quando ha deciso di lasciare suo marito, dopo 20 anni di matrimonio, Luisa sapeva che sarebbe andata incontro a un cambiamento radicale delle sue abitudini: «Ho lavorato tutta la vita ma ho dovuto rinunciare a molte cose, professionalmente, per crescere le mie due figlie. E quando ho divorziato me la sono vista nera. Mio marito non mi dava i soldi che avrebbe dovuto per le bambine, ma sapevo che era in difficoltà e depresso perciò non ho voluto infierire legalmente. Peraltro in quel momento mia madre si è ammalata e non poteva aiutarmi. Facevo i salti mortali per far quadrare i conti», dice.

«Dallo Stato non ho avuto alcun aiuto solo perché avevo una casa di proprietà. È lo Stato che manca. Anzi, a volte ti salta addosso. Se in un momento così ti arriva una cartella di Equitalia sei finita, rischi davvero di impazzire». Tutto quello che ha affrontato però non ha scalfito le sue convinzioni: «La Cassazione per me ha fatto bene. Ero e sono contraria al principio del mantenimento del tenore di vita, non prendiamoci in giro: chi si separa deve sapere che la sua condizione economica cambierà. Il problema ripeto è lo Stato assente».

 

La realtà dei padri, e quella dei tribunali

Per Alberto l’incubo è stato averci a che fare con lo “Stato”, la proiezione in codici del nostro ritardo culturale. «Prima udienza in tribunale, 8 anni fa, incontro con il giudice onorario che era anche psicologo, mi dice: “Senta ma lei cosa vuole?” E io: “Voglio essere genitore, voglio fare il papà”. Mi risponde: “Ma no, il ruolo del padre è irrilevante nei primi tre anni, la relazione si costruirà più avanti!”. Questa è stata la premessa, può capire il mio sconforto».

Alberto e la sua ex compagna non erano sposati, lui ha tentato la via della mediazione, lei ha rifiutato: «Una guerra continua». Una volta in mano ai giudici, le cose hanno preso un loro corso, ma la realtà – per i padri – si rivela spesso molto distante dalle decisioni formali del tribunale.
Anche qui, le statistiche aiutano a chiarire il quadro. Sebbene in circa l’80% dei casi siano le donne a chiedere la separazione, l’Istat dice che nel 94% dei divorzi è il padre ad avere l’obbligo di corrispondere un assegno di mantenimento. Per quanto riguarda i figli lo spartiacque è stato il 2006. Da allora, l’affido condiviso è diventata la norma nell’89% dei casi (dati al 2015), spesso però solo sulla carta.

«Lei guadagnava più di me ma io le davo 400 al mese su uno stipendio di 1.300 e poi il 50% di tutte le spese che riguardavano il bimbo», racconta Alberto. «Avevamo l’affido condiviso, ma nella pratica il bambino passava il 70% del tempo con lei e il 30% con me. La logica che prevale nei tribunali è dare continuità di vita, di ambiente al figlio e quindi una casa prevalente. Di fatto questo significa che l’affido non è mai al 50%». La resistenza è culturale. «C’è un’idea della famiglia profondamente patriarcale: la donna deve assolutamente occuparsi dell’allevamento dei figli e il padre deve dare i soldi. Questo condiziona tutte le decisioni».

Nel caso di Alberto, anche la vita professionale. Da quando è rimasto invischiato nelle controversie legali , l’azienda per cui lavora ha cominciato a fargli terra bruciata intorno. «La reazione della società è stata analoga a quella dei tribunali: “Hai deciso di occuparti di tuo figlio? Vuoi fare il “mammo”?, come se fosse una cosa scandalosa. Da lì hanno cominciato a togliermi responsabilità, mi hanno relegato a incarichi meccanici, di livello più basso. L’idea che io sottraessi tempo al lavoro per occuparmi del mio bambino era inconcepibile. Da uomo, mi sono trovato in un condizione tipicamente femminile e ho capito come si sentono tante donne a cui non viene data la possibilità di essere madri e professioniste allo stesso tempo».

 

Vite in bilico

Le vite di Luisa e Alberto oggi sono molto diverse da qualche anno fa. Luisa ha azzeccato un paio di investimenti che hanno ribaltato la sua situazione economica e dice: «È stata l’esperienza più dolorosa della mia vita, ma dopo c’è sempre qualcosa di nuovo, bisogna avere il coraggio di prenderselo». Si è risposata.

Il destino di Alberto ha fatto una inversione a U. L’ex compagna ha avuto un crollo psicologico che non le consente di prendersi cura del bambino. È lui ora a vivere con il piccolo. «Ma non sono più sereno. Vorrei che mio figlio stesse bene con sua madre e in questo momento non è possibile», dice. «Quanto a me, mi sento sempre in bilico: so che in qualsiasi momento un assistente sociale o un giudice possono decidere che lei è di nuovo in grado di prendersi cura di nostro figlio e farmi ripiombare nella situazione in cui ero prima. Per fortuna ho incontrato un gruppo di persone, mamme e papà separati che mi danno forza e mi hanno fatto vedere le cose da diversi punti di vista».

Mettersi nei panni dell’altro, ecco, l’inizio di ogni buona fine. «Una separazione è sempre una rottura, non ci sono vincitori né vinti, ma la sofferenza può essere trasformata in qualcosa di positivo per i figli se si capisce che, al di là del conflitto tra i due, c’è una collaborazione da genitori che deve andare avanti. Su questo non c’è tribunale o legge che tenga, dobbiamo costruire una cultura condivisa», riflette Paolo Falconer, psicologo e presidente del comitato direttivo della Rete Nazionale dei genitori separati.

Falconer è convinto che l’Italia abbia fatto molti passi avanti negli anni, ma accende i riflettori su un tema ignorato dalle istituzioni: le coppie di fatto. «Per loro non c’è una disciplina, se subentra un problema con i figli allora uno dei due genitori può rivolgersi al tribunale, altrimenti non è obbligatorio trovare un accordo. Parliamo di una situazione che riguarda circa il 33% delle persone che vengono da noi». Un mondo sommerso che, a giudicare dai dati sui matrimoni civili e religiosi costantemente in calo, potrebbe presto diventare maggioranza.

[Foto i apertura di Chien-Chi Chang / Magnum Photos / Contrasto]

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