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19 gennaio 2018

Il buco nero in cui spariscono i bambini

In Giappone 150 mila genitori ogni anno sono allontanati dai figli. Perché non esiste l'affido condiviso. Le storie dei padri italiani ostaggi di un sistema giuridico perverso

Cecilia Attanasio Ghezzi

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È stato definito «il buco nero dei sequestri di bambini». Si tratta del Giappone, Paese dove non esiste l’affido condiviso e in cui una prassi paralegale si traduce in decine di migliaia di bambini impossibilitati a vedere uno dei due genitori, al momento della loro separazione. Si stima che siano 150 mila ogni anno, tre milioni negli ultimi venti. Un totale di sei milioni di persone lacerate dall’assenza del famigliare più stretto, se si aggiungono al conto anche i genitori a cui è negato l’accesso ai propri figli. Sono storie kafkiane, che raccontiamo attraverso la lente di alcuni padri italiani che ne sono diventati, loro malgrado, protagonisti…

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A dicembre, sette di loro hanno scritto al presidente della Repubblica Sergio Mattarella denunciando l’impossibilità di riavere, talvolta addirittura di rivedere, i  figli “sequestrati” dalle madri e dalle loro famiglie. Sono racconti di sentimenti feriti, domande inevase, promesse tradite e complicati iter giudiziari che non portano mai a niente. Solo una goccia nell’oceano, ma esempi concreti di quello che è un vulnus che sembra impossibile comprendere e, quindi, sanare.

 

Un’ora al mese per le visite

«In Giappone quando divorzi da tua moglie, di fatto divorzi anche dai tuoi bambini», si sfoga al telefono Gianluca Sarais. Nel Paese dal 2007, il 42enne sardo non ha quasi mai visto suo figlio, portato via dalla moglie il 19 novembre 2014, a meno di due mesi dalla nascita. «Avevo sentito alcune storie, ma certo non me l’aspettavo dalla mia consorte». Il signor Sarais racconta che prima della nascita del bambino, sua moglie sembrava avere tutta l’intenzione di trasferirsi in Italia con lui. E invece è tornata a casa dei genitori, con il neonato. Tra loro e il marito ha messo 1.400 chilometri di distanza. Lui li ha inseguiti e dopo qualche mese è riuscito a farsi trasferire più vicino al nucleo famigliare. Lì ha preso casa, per tutti e tre. È a quel punto che lei ha chiesto il divorzio. Gli ha detto: «Dimenticati di noi».

Da allora si sono susseguiti sei percorsi processuali differenti, tutti in tribunali giapponesi e tutti conclusi a favore di Sarais: stando ai giudici, l’italiano avrebbe diritto a vedere il figlio, anche se solo per un’ora al mese. Nella pratica, non ottiene neanche quello. «L’ho potuto vedere solo due volte in due anni», racconta convoce rotta. «La prima è durata 25 minuti. Dovevamo rimanere in macchina, in un parcheggio di fianco al cimitero. In cambio della visita mia moglie ha voluto che le portassi un suo diario che era rimasto a casa. La seconda volta è durata più a lungo: 50 minuti. Ma solo perché nel frattempo lei si sarebbe portata via la metà dei mobili e degli elettrodomestici della casa. Il fatto che potessi vedere mio figlio non era più un mio diritto, ma una merce di scambio».

 

I buchi del Codice civile 

Quello che la legge italiana considererebbe a tutti gli effetti un caso di abbandono del tetto coniugale e di sottrazione di minore, per il Giappone è la normalità.  Nella legislazione locale non esiste l’affido condiviso e anche nei casi in cui un tribunale locale si esprime a favore delle visite del «coniuge lasciato indietro», come lo chiamano i media locali, le autorità non sono chiamate a far applicare la sentenza. Si pensa che per il bambino sia traumatico e destabilizzante continuare a vedere entrambi i genitori se il matrimonio è finito. La custodia è regolamentata dalle pratiche stabilite nell’articolo 766 del Codice civile. L’articolo 819, inoltre, regola «diritti e doveri dei genitori» (in giapponese shinken, un termine che non ha un corrispettivo preciso nelle lingue occidentali) assegnandoli a uno solo dei due divorzianti. La prassi è che il piccolo passi sullo stato di famiglia di un solo genitore, quello con cui sta al momento della richiesta di divorzio che, in oltre il 90 per cento dei casi, è la madre.

Una prassi che, innegabilmente, favorisce chi si porta via per primo il figlio, aumentando la probabilità che questo avvenga anche in maniera dolosa. La legge in genere consente all’ex coniuge di vedere il minore due ore al mese ma, secondo le statistiche dello stesso Kōsei-shō – il ministero della Salute, del lavoro e del welfare – nel 70 per cento dei casi questo non avviene. Una revisione del 2012 del diritto di famiglia ha poi sancito che il genitore che per primo “sequestra” i figli non è più idoneo ad averne la custodia ma, da allora, questa clausola è stata applicata una sola volta su oltre un milione di divorzi. Nel resto dei casi è prevalsa l’interpretazione del giudice: l’interesse del minore è rimanere con chi è abituato a stare. Per questo molti processi di separazione si complicano con accuse e appelli senza fondamento. Più a lungo uno dei genitori non ha accesso al figlio e meno probabilità avrà di vincerne la custodia, anche se ha pienamente ragione.

 

La firma della Convenzione dell’Aja solo nel 2014

«Lo chiamo affido per rapimento», si scalda immediatamente John Gomez, il presidente dell’ong Kizuma, una delle tante associazioni specializzate su questi temi. Quando gli chiediamo di spiegarci la ratio di questo sistema ci dice che il problema è all’interno dei tribunali che evidentemente non hanno mai recepito l’emendamento del 2012 all’articolo 766. Ci racconta poi che sarebbero stati i padri statunitensi “lasciati indietro” a sensibilizzare l’allora neoeletto presidente Barack Obama al problema. Un tema che sarebbe rapidamente salito in cima all’agenda dei rapporti Usa-Sol Levante. Dal 2011 la diplomazia statunitense avrebbe chiesto ripetutamente al Giappone di ratificare la Convenzione dell’Aja, che stabilisce che i minori di 16 anni che sono stati portati via da uno dei genitori devono essere riportati nel paese in cui normalmente risiedono.

La firma c’è stata, ma solo nel 2014. E, a sentire il signor Gomez, solo perché la richiesta veniva direttamente da Obama. Anche in questo caso, però, la resistenza dei giudici nipponici è evidente. Secondo i dati del ministero degli Esteri giapponese, negli ultimi tre anni ci sono state 68 richieste di applicazione della Convenzione da parte di genitori residenti all’estero che si son visti sottrarre un figlio ma solo in 18 casi il tribunale si è espresso in favore della restituzione del figlio da parte dell’ex coniuge. Significa che è stata applicata in meno del 25 per cento dei casi. E, c’è da sottolineare, non si può adottare per i casi anteriori al primo aprile 2014, data in cui il Giappone ha sottoscritto l’accordo.

Una situazione che sta provando sulla sua pelle, Michele Becattini. Viveva serenamente nella provincia di Torino con la sua moglie giapponese e il loro figlio di quattro anni quando, nel 2011, lei ha scoperto di avere un carcinoma maligno alla mammella ed ha preferito tornare in Giappone per curarsi. Sono partiti tutti assieme, ma poi il padre è dovuto tornare in Italia per lavorare. Hanno mantenuto i rapporti fino a quando la moglie non è entrata in coma e, l’8 marzo del 2014, è mancata. Da allora i suoceri gli hanno impedito l’accesso al figlio e lui, non potendo appellarsi alla Convenzione dell’Aja per un soffio (il decesso della moglie è avvenuto a meno di un mese dalla ratifica giapponese) si è rivolto alla giustizia giapponese. Il signor Becattini denuncia che nonostante abbia già tre gradi di giudizio a suo favorevole, negli ultimi quattro anni è riuscito a vedere il figlio solo per dieci ore totali, e solo in presenza del suocero. È convinto che i nonni siano riusciti a condizionare psicologicamente il bambino, che ormai non vuole più tornare a casa.

 

Opinione pubblica giapponese spaccata

Il suo è un caso paradossale, ma il fenomeno dell’accesso negato ai figli è diffuso soprattutto tra le famiglie giapponesi. Le cronache riportano l’apertura di circa diecimila casi ogni anno, anche se in pochi hanno la pazienza di arrivare all’ultimo grado di giudizio. I giornali locali ne parlano diffusamente solo dal 2013, quando l’allora vicesindaco di Nasushiobara Yasuyuki Watanabe ha portato il suo caso di fronte alla Dieta nazionale, l’equivalente del nostro Parlamento. La sua vicenda giuridica ha subìto fasi alterne, ma si è conclusa solo a gennaio scorso quando la Corte suprema di Tokyo ha deliberato che l’interesse di sua figlia era continuare a vivere con la madre nonostante questa l’avesse portata via di nascosto nel 2010.

Come ci spiega Shin-ichi Kawarda, giornalista dell’Asahi Shimbun, «l’opinione pubblica è grossomodo spaccata per genere: le donne pensano che sia un loro diritto tenere i bambini quando decidono di andarsene, mentre gli uomini tendono a credere che una donna che ruba i bambini sia impazzita». In ogni caso, continua il giornalista «se entrambi i genitori potessero ottenere la custodia sarebbe tutto molto più semplice». Quello che è certo è che è molto difficile ottenere la consegna del minore alla parte lesa anche dopo aver vinto una causa. Chi disobbedisce rischia semplicemente una multa. La polizia non è tenuta a intervenire ed i servizi sociali non hanno il potere di minare la stabilità del bambino togliendolo alla famiglia a cui si è abituato. Quella che sia.

 

Ostaggi di un sistema giuridico 

È questo quello che è successo a Pierluigi, un altro dei firmatari della lettera aperta a Mattarella che preferisce rimanere anonimo. La sua storia è stata persino oggetto di un’interrogazione parlamentare da parte della senatrice Maria Mussini, membro del Comitato per le questioni degli italiani all’estero. Pierluigi non vede e non sente i suoi due figli da più di un anno. Il tribunale famigliare di Nagasaki ha deliberato che i suoi bambini, di 5 e 3 anni, dovranno continuare a stare con la madre nonostante abbia messo a verbale la relazione degli esaminatori giudiziari che documentano come i piccoli «subiscono percosse sulla schiena e sulla testa almeno due volte al mese» e che i servizi sociali locali abbiano confermato di aver ricevuto telefonate dai loro vicini di casa «che sentono i bambini piangere almeno tre sere alla settimana». «I miei figli sono ostaggio delle gravi lacune del sistema giuridico giapponese», denuncia il padre.

Racconti che disorientano. «L’unica maniera per spiegare a chi non ha vissuto sulla sua pelle questo sistema, è un escamotage della fantascienza», spiega ancora Gomez. «Una distopia in cui il mondo in cui abitiamo si regge su nuove regole, dove la sottrazione di minori da parte di uno dei genitori non è illegale e dove abbiamo la certezza che chi rapisce il bambino per primo vincerà tutte le cause per il suo affido in tribunale». C’è una via di uscita? «Convincere più persone possibili che questo non è un racconto di fiction, ma la realtà giapponese. E fare pressioni affinché cambi».

 

[Foto in apertura di Herbert List / Magnum Photos / Contrasto]

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