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19 gennaio 2018

Genitori cancellati dallo Stato

A 12 anni dalla legge sull'affido condiviso, molti giudici relegano la figura del padre in un angolo. E le famiglie omogenitoriali aspettano una legge che le riconosca

Gea Scancarello

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L’amore è eterno finché dura; i figli, invece, sono eterni e basta. E quando l’amore finisce, il conto spesso tocca a loro pagarlo, soprattutto se minorenni: per il dolore della separazione dei genitori, ma anche perché diventano frequentemente merce di scambio in un mondo di adulti troppo concentrati su sé stessi. Non serve aver visto film struggenti o esserci passati per sapere che l’assegno di mantenimento per i figli spesso rappresenta un pretesto per alimentare il conflitto da parte dei genitori, cercando di monetizzare vantaggi personali dalla fine del rapporto; per non parlare dell’alienazione parentale – grave forma di abuso contro i bambini che si realizza attraverso la denigrazione e demolizione dell’immagine dell’altro genitore nel tentativo di indurre il distacco e l’allontanamento del figlio – molto diffusa anche nelle migliori famiglie. Probabilmente non solo in Italia: ma il nostro Paese, anche in questo campo, sconta una arretratezza quasi patologica…

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I tribunali spesso non riescono ad affrancarsi da una impostazione adultocentrica, che privilegia le esigenze dei genitori all’interesse dei figli; interesse che dovrebbe invece ispirare qualsiasi scelta, secondo quanto stabilito fin dal 1989 con la convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia. E, siccome storicamente molte donne hanno sacrificato la propria indipendenza economica e l’affermazione personale a vantaggio della famiglia, tanto il famigerato assegno di mantenimento quanto l’affidamento privilegiato (cioè l’essere collocataria prevalente del figlio) sono utilizzati anche dai tribunali come giusti strumenti di compensazione. E i padri relegati alle visite dei fine settimana, o poco più.

 

Riforma tradita

La riforma che dieci anni fa rendeva legge dello Stato (n. 54 del 2006) l’affido condiviso sancendo il diritto alla bigenitorialità nell’interesse del minore avrebbe dovuto, almeno in parte, lenire questi mali. Ma, nonostante anni di lotte molto dure nei tribunali, prevalentemente dei padri, i numeri e la prassi dimostrano che lo spirito della riforma è stato disatteso: le indicazioni lì contenute sono state «accanitamente aggirate», sostiene Giacomo Rotoli, presidente dell’Associazione aderenti nazionali per la tutela dei minori (Adiantum). Nell’89%  dei casi viene infatti riconosciuto l’affido congiunto. Tuttavia, questo non porta con sé un ugual tempo trascorso con i due genitori, ovvero il collocamento non è paritetico.

L’idea insomma del bambino o del ragazzo che passa uguale tempo (o quasi) con mamma e papà, che mantiene un contatto costante con entrambi, parimenti coinvolti nella sua vita e nelle scelte importanti, è ancora velleitaria: a testimoniarlo, oltre alla casistica, ci sono persino tre disegni di legge presentati in questa legislatura da deputati e senatori di orientamento politico diverso (numero 2183 e 4377 alla Camera; 2421 al Senato) con l’obiettivo di correggere le storture per cui – scrivono – «l’affidamento esclusivo è uscito dalla porta ed entrato dalla finestra».

La particolarità è tutta italiana: nel resto d’Europa, l’orientamento e la pratica della bigenitorialità son molto più chiari e radicati. Ma il caso italiano presenta una peculiarità: quello della divisione geografica tra Nord e Sud, con il Sud – udite udite – generalmente più incline a incoraggiare la responsabilità condivisa e a concedere il collocamento paritario dei figli, con tempi di permanenza sostanzialmente uguali presso entrambi i genitori.

 

Tribunali all’avanguardia

In Italia il precursore dell’affido paritario – per cui entrambi i genitori sono ugualmente coinvolti nella vita del figlio – è Giorgio Jachia, presidente della Sezione Civile del tribunale di Salerno, una delle avanguardie in Italia. Parimenti avanti si sono dimostrati Brindisi e Perugia, dove il tribunale, stilando un protocollo di intesa per il processo di famiglia, ha addirittura inserito un’indicazione specifica per i genitori: «È opportuno che i genitori – nel richiedere l’affido condiviso della prole – prevedano nelle proprie istanze tempi paritetici o equipollenti di frequentazione dei figli minorenni con entrambi i genitori». L’elenco dei tribunali virtuosi non si ferma qui: Castrovillari, Santa Maria Capua Vetere e Roma, per restare al Sud, si segnalano come tra i più inclini al collocamento paritetico.

Al Nord invece, in linea di massima, è difficile rintracciare un orientamento univoco in questa direzione. Esistono ovviamente alcuni casi, ma una precisazione è d’obbligo: si tratta quasi sempre di pratiche consensuali, in cui i due genitori, autonomamente o dopo aver trovato un accordo con un mediatore, sono già d’accordo su un co-affidamento che prevede uguali tempi di permanenza. Come dire, insomma, che sul solo rispetto della legge non si può contare troppo.

 

Quando manca la legge: le famiglie omogenitoriali

Alle specificità italiane si somma poi il vuoto normativo nei casi di separazione delle coppie omosessuali. Francesca Vecchioni, figlia del cantautore milanese, è mamma di due gemelline che oggi hanno cinque anni. Da due anni le bimbe si dividono tra la sua casa e quella dove vive la sua ex compagna, Alessandra Brogno. «Dopo la separazione ci siamo accordate perché ogni settimana trascorressero un po’ di sere con me e un po’ di sere con lei, e lo stesso vale per i week end», ci racconta Francesca Vecchioni.

La strada scelta da questa coppia lesbica è la stessa intrapresa da centinaia di famiglie con genitori separati, ma la differenza fondamentale è che, in questo caso, non ci sono leggi chiare che vincolano Francesca a condividere con Alessandra la cura dei figli. Per lo Stato italiano, infatti, l’unica genitrice legalmente riconosciuta è Francesca, essendo lei ad aver partorito le due bimbe. Paradossalmente, Francesca potrebbe impedire di vedere le gemelline ad Alessandra e quest’ultima avrebbe pochissimi appigli legali per opporsi alla decisione.

Con la legge Cirinnà, approvata a maggio del 2016, lo Stato italiano ha infatti deciso di tutelare le coppie omosessuali che possono adesso unirsi civilmente. Rispetto al vincolo matrimoniale, tuttavia, l’unione civile non prevede tutele per i figli nati all’interno della coppia. «Questa è una legge monca e il Parlamento ha la colpa di aver lasciato senza tutele i soggetti più deboli, ovvero i minori» dichiara la presidente dell’associazione Famiglie Arcobaleno, Marilena Grassadonia. Il “genitore sociale”, la locuzione con cui si indica normalmente il membro della coppia che non ha legami biologici con il figlio, non ha diritti in caso di separazione, e nemmeno doveri.

 

Ricorsi e sentenze rivoluzionarie

In attesa di una legge che tuteli il “genitore sociale”, le famiglie arcobaleno si affidano ai tribunali, anche con il sostegno di associazioni di legali come Rete Lenford. A Roma, già prima dell’approvazione della legge Cirinnà, sono state emesse sentenze che permettono al “genitore sociale” di “adottare” il proprio figlio: è quella che i giornali hanno chiamato stepchild adoption, letteralmente “adozione del figliastro”. In altre città, come Milano, prevale un orientamento negativo. La stepchild adoption si può attivare, a discrezione del giudice e su richiesta della famiglia, quando il bambino ha già qualche anno di vita e sono documentabili i legami che lo uniscono al genitore sociale. È un riconoscimento solo parziale, che tiene fuori nonni e zii: il bambino non entra pienamente nella linea ereditaria.

Esiste poi un’altra via, più pionieristica ma che dà anche più garanzie: a febbraio del 2017 la corte d’Appello di Trento ha imposto la trascrizione integrale del certificato di nascita americano di due gemelli nati negli Usa con gestazione per altri (definita anche maternità surrogata) da una coppia gay. Vuol dire che entrambi i padri sono stati riconosciuti come tali, e non solo quello che ha donato lo sperma per il concepimento. In questo caso, patrocinato dall’avvocato Alexander Schuster, i giudici hanno ritenuto che fosse prevalente l’interesse dei minori a veder riconosciuti pienamente entrambi i genitori rispetto al fatto che non ci sono leggi in Italia che prevedono l’omogenitorialità.

Sulla base di questa sentenza, oggi le famiglie omogenitoriali il cui figlio è nato all’estero stanno chiedendo sempre più spesso lo stesso riconoscimento. In alcuni casi non è stato nemmeno necessario passare dal tribunale, perché è il Comune stesso a trascrivere l’atto di nascita con due genitori dello stesso sesso. «Quello che però è necessario, oggi più che mai – sostiene Marilena Grassadonia – è una normativa chiara che allinei il nostro Paese al resto d’Europa e consenta il pieno riconoscimento della nostra genitorialità fin dalla nascita, chiudendo questa stagione di diritti riconosciuti “a macchia di leopardo” attraverso i tribunali o gli orientamenti più progressisti di qualche Comune».

 

[Foto in apertura di Gigi Scattolon / A3 / Contrasto]

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