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15 dicembre 2017

Verso il welfare delle assicurazioni

La ricerca di Axa-Episteme: alle compagnie assicurative si chiedono servizi e prevenzione. Sfruttando big data e tecnologie indossabili

Redazione

A metà degli anni Ottanta il sociologo tedesco Ulrich Beck pubblicava La società del rischio, opera destinata a cambiare il modo in cui leggiamo la nostra contemporaneità tanto che oggi ci appare scontato sostenere che l’allentamento delle tradizioni e delle appartenenze, la disintegrazione delle identità sociali, la pervasività di una tecnologia di cui non riusciamo a controllare gli esiti su noi e sul pianeta, ci sottopongono a un continuo stato di allerta mista ad angoscia, che è la quota della nostra modernità.

Quaranta anni dopo è banale dire che il processo intuito da Beck si è confermato e ha anzi accelerato su diversi fronti, basti pensare alla percezione della minaccia terroristica. Meno banale però è notare come diversi barometri segnalino come le nuove generazioni, nate e cresciute interamente dentro la società del rischio, abbiano sviluppato una nuova attitudine per convivere con esso e farlo diventare altro, cioè opportunità.

Il tema è al centro dell’Italian #Axa Forum 2017 del prossimo 18 dicembre, in cui viene presentata una ricerca AXA-Episteme che si muove proprio su questi territori, individuando nuovi paradigmi e stili di vita improntati a una gestione flessibile del rischio, dove la protezione non deve “ingessare” la sperimentazione di strade nuove.

Si sta riducendo, insomma, il numero degli italiani spaventati “sempre e comunque” dal futuro, in raccordo per altro con un lieve miglioramento del barometro economico: il Pil per quest’anno è previsto in crescita dell’1,5%, il prossimo anno secondo Confindustria potrebbe fare ancora meglio. La fiducia di consumatori e aziende, inoltre, a parte rare battute di arresto cresce da diversi mesi.

Ma è solo una questione di congiuntura? In un recente intervento su Internazionale, Annamaria Testa notava ad esempio come quella che viviamo sia sì l’età dell’ansia, ma anche come questa “sia un potente stimolo a darsi da fare e a produrre soluzioni creative”. L’ansia, sostiene Testa, “è un pedaggio da pagare per essere persone capaci”. Depatologizzare l’ansia, quindi? Per un certo verso sì se riconosciamo che è ontologicamente ansiosa una società consapevole delle sfide che deve affrontare e che quindi si attrezza incessantemente per costruire reti di protezione attive.
Questo cambio di paradigma interroga diversi attori – istituzioni, sindacati, imprese – e le compagnie assicurative in primo luogo come soggetti che mitigano il rischio e che ora devono trasformarsi in partner potenziali per un accompagnamento al cambiamento.

Alle compagnie assicurative oggi non si chiede tanto o non solo di provvedere economicamente ai rovesci che ognuno di noi dovrà affrontare, ma di accompagnare il singolo in ogni passaggio difficile della propria vita. Operando, ad esempio, per garantire gli strumenti per prevenire o curare una determinata malattia, anziché un semplice corrispettivo economico per rimediarne i danni.

Si tratta di un tema chiave per AXA Italia, come sottolineato dal suo amministratore delegato, Patrick Cohen:

Dalla ricerca di Episteme per AXA Italia emerge una nuova richiesta di supporto che coniughi la protezione più tradizionale, che ha contribuito nel tempo alla nostra solidità e credibilità, con la prossima sfida: l’innovazione. Alle assicurazioni è riconosciuto un ruolo in questo percorso attivo di cambiamento: noi lo chiamiamo passare da payer a partner, ovvero da bravi liquidatori di sinistri a partner dei clienti in grado di offrire un ecosistema di servizi ad alto valore aggiunto.

Non è difficile vedere in controluce che alle compagnie assicurative viene chiesto un ruolo supplente rispetto allo Stato sociale classico, sempre più in difficoltà a “coprire” i singoli percorsi di vita. Non è un caso che questa domanda di protezione arrivi mentre si sta sviluppando anche il welfare aziendale: si va cioè creando una rete di sostegno plurale.

Il mondo del lavoro è un osservatorio privilegiato su questo fenomeno. Diverse ricerche – l’ultima realizzata da Manpower Group – individuano da parte soprattutto dei più giovani un desiderio di “barattare” la sicurezza del posto fisso con altri impieghi che permettano una gestione dei tempi personalizzata e maggiori chance di crescita professionale. Il 95% dei giovani (15-24 anni) intervistati da Manpower in diversi Paesi dell’Occidente considera questi “Next Gen Work” un’opportunità. Il problema è che questa opportunità è anche un rischio che si vorrebbe affrontare con i migliori strumenti a disposizione: di qui la richiesta di “protezione attiva”.

Ma è una domanda che può essere soddisfatta? Le nuove richieste della società del post-rischio, se così possiamo chiamarla, non sono in realtà impossibili da soddisfare per le big company assicurative. Un aiuto in questo senso viene dall’innovazione tecnologica: dispositivi sanitari indossabili quotidianamente per il check instantaneo della salute – battito cardiaco, pressione, valori vitali – possono ovviare al problema di una copertura sanitaria che non sia semplicemente ex-post.

L’uso dei big data per la profilazione puntuale del rischio, invece, rispondono all’esigenza di personalizzazione dei servizi e forniscono una “bussola” per ridurre la pericolosità delle singole scelte. Sistemi di previsione sempre più raffinati nel campo degli eventi metereologici avversi permettono di intervenire attivamente per ridurre i danni. Dispositivi del tipo “scatola nera” per il mondo dei trasporti. Sono solo alcuni esempi di una tendenza che è del mondo assicurativo ma non solo: dalla società del rischio stiamo passando alla società della prevenzione.

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