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7 dicembre 2017

Basta una scintilla per dar fuoco a Pechino

La classe media si è accorta di non poter fare a meno della «popolazione di bassa fascia». Niente più street food, né governanti o consegne a domicilio

Cecilia Attanasio Ghezzi

 ► Dal numero del 7 dicembre in edizione digitale

La Cina intera è cosparsa di rami secchi che presto si incendieranno», scriveva Mao Zedong nel 1930 per poi citare un antico proverbio cinese: «Una scintilla può dar fuoco a tutta la prateria».  È quello che sta succedendo in questi giorni a Pechino. Il 18 novembre è andato a fuoco un palazzo nella periferia sud. Sono morte 19 persone, migranti provenienti da ogni angolo della Cina in cerca di una vita migliore. Per il sindaco della capitale Cai Qi, astro nascente della politica cinese, è stata l’occasione di lanciare l’ennesima campagna contro le «strutture illegali»: 40 giorni per demolire i casermoni che per anni hanno ospitato la cosiddetta «tribù delle formiche». Ne hanno già individuati più di 25 mila, in potenza sono centinaia di migliaia le persone che potranno trovarsi senza casa dall’oggi al domani…

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La tribù delle formiche

Siamo nella capitale della seconda economia mondiale, a un’ora e mezzo dal centro città, dove gli affitti relativamente bassi hanno attirato il popolo di chi appena “sbarca il lunario” ma non è disposto a lasciare la città in cui si materializza il suo sogno di una vita migliore. Tutte le mattine lasciano i loro quartieri dormitorio per dirigersi in massa verso il centro, proprio come le formiche, da cui prendono il nome. Sono camerieri, laureati di università secondarie, ragazzi delle consegne a domicilio, governanti, donne delle pulizie, operai, commessi e, soprattutto, operatori della logistica. In comune hanno il fatto di essersi trasferiti a Pechino dalla provincia, in cerca di una vita migliore.

Sono lavoratori migranti, in tutta la Cina oltre duecento milioni di persone che dalle campagne si sono trasferite nelle principali città senza che queste offrissero in cambio assistenza sanitaria e istruzione per loro e le loro famiglie. O possibilità di prendere la residenza. Sono quelli che negli ultimi trent’anni hanno lavorato per costruire il miracolo cinese. Solo nella capitale sono 8,2 milioni. E nel frattempo Pechino è diventata un inferno.

Secondo i dati ufficiali, gli abitanti della capitale cinese sono 22 milioni, oltre dieci milioni in più rispetto agli anni Novanta. Nelle ore di punta le principali arterie sono intasate da oltre 5,62 milioni di veicoli e le risorse idriche, minacciate anche dalla progressiva desertificazione della regione, sono sempre più insufficienti a coprire il fabbisogno cittadino. Così la politica ha deciso di intervenire per porre fine a questo fenomeno.

 

L’esodo dei migranti

«Inquinamento, traffico e densità abitativa sono diventati problemi impossibili da ignorare», spiegava un paio di anni fa all’agenzia di stampa Xinhua la professoressa di economia urbana Zhu Erjuan. «È arrivato il momento di sfoltire la capitale». Ed era già chiaro il riferimento ai migranti. L’occasione sono le Olimpiadi invernali del 2022: l’idea è quella di trasformare la città nel centro di una gigantesca aerea metropolitana che si chiamerà Jingjinji e che, come si evince dal nome, comprenderà la capitale Beijing, il porto Tianjin e la regione limitrofa dello Hebei. Avrà grossomodo l’estensione della metà del territorio italiano e ospiterà il doppio dei suoi abitanti: 130 milioni di persone.

L’area della Pechino propriamente detta non dovrà tuttavia superare i 23 milioni. Tra il 2015 e il 2016 le autorità hanno chiuso tutti i grandi mercati, togliendo di fatto lavoro a migliaia di famiglie. Nel corso del 2017 è stata la volta del centro storico e delle aree ricche della città, che sono state “ripulite” da trattorie, baretti, magazzini e da tutte quelle attività che si erano organizzate alla bell’e meglio su strada. Adesso tocca ai quartieri dormitorio delle periferie. Così, con la scusa della sicurezza, l’incendio è diventato la miccia di una nuova ondata di espulsioni. Per la città, come per la Cina, è la fine di un’epoca. Quella della manodopera a basso costo.

«Da oggi si comincia a demolire tutto quello che si può demolire. Non aspettate neanche fino a domani», dice un funzionario locale mentre istruisce i suoi sottoposti in un video che ha fatto il giro della rete cinese. Nei primi giorni l’attività del governo è passata quasi sotto silenzio, ma presto sono cominciate a circolare le immagini delle persone costrette ad abbandonare in massa i loro alloggi con un preavviso compreso tra le 24 e le 72 ore. Un vero e proprio esodo con tanto di fagotti in spalla. Decine di migliaia di cinesi incolonnati a testa bassa che si avviano nel cuore dell’inverno verso un futuro ignoto. Molti torneranno nel loro paese natale, altri cercheranno soluzioni alternative.

 

Popolazione di bassa fascia (e alta utilità)

Alcune aziende, specie i giganti dell’e-commerce e le aziende che si occupano di logistica e software, hanno offerto un posto letto a tutti coloro «che sono stati costretti a lasciare improvvisamente la propria abitazione» per evitare di chiudere improvvisamente i battenti anche loro. La Pechino bene si è accorta all’improvviso di non poter fare a meno di quella che il governo ha cominciato a chiamare, con grande scandalo persino dei commentatori cinesi, «popolazione di bassa fascia». Niente più street food, nessuna governante disponibile per rassettare le case della classe media, un rallentamento delle consegne a domicilio, meno taxi, parrucchieri e immondezzai.

Una petizione, firmata da un centinaio di intellettuali, è stata subito censurata: «Se Pechino si è sviluppata nella metropoli che è oggi, non è solo grazie al duro lavoro dei pechinesi. C’è il sacrificio e il contributo di genti che vengono da ogni parte del Paese». E ancora: «I corpi dei morti sono ancora caldi nella capitale e già si usa la frusta contro quelli come loro». E dire che è passato poco più di un mese da quando il presidente Xi Jinping, confermato per un secondo mandato e consacrato come il politico più influente dall’epoca di Mao Zedong, ha ribadito che il Partito comunista da lui guidato è chiamato a costruire «una prospera società di eguali».

 

Pechino come Pyongyang

«I funzionari hanno tassato questi edifici fino a ieri, ci hanno chiesto l’affitto. Mai nessuno li ha dichiarati senza permessi o fuori norma fin quando non è scoppiato l’incendio», si lamentano i locali con i giornalisti. Scorrendo la lista dei diciotto arrestati per l’incidente, è ancora più evidente l’assurdità della situazione. Gli elettricisti, i gestori dello stabile, i manutentori vengono dalle stesse regioni di chi nell’incendio ha perso la vita. Il ricercatore della Delaware State University Cheng Yinghong, in un articolo su un quotidiano di Hong Kong che è passato di bacheca in bacheca sotto forma di foto per sfuggire alle grinfie dei censori, ha accusato il governo di «darwinismo sociale».

William Nee, il ricercatore di Amnesty International specializzato sulla Cina, denuncia che «se è sconvolgente che un così grande numero di migranti possa essere cacciato in così poco tempo, è in parte anche perché le autorità hanno eroso sistematicamente tutti i modi che la gente aveva per difendere i propri diritti». Un tempo, quando nella capitale ancora si soffriva la fame, ci si salutava chiedendo: «Hai mangiato?». Ora si scherza sul fatto che i ceti sociali più bassi si apostrofano con «hai trovato un posto dove vivere?», e la classe media «tuo figlio sta bene?». Neanche gli strati benestanti sono esenti da problemi: «Sei già incappato nei provvedimenti disciplinari del Partito?». La Pechino di oggi ha problemi per tutti. Lo scrittore Murong Xuecun, un non allineato, ha scritto che «cacciare i lavoratori migranti avrà un impatto negativo sull’economia, ma che è parte del piano del governo: fare di Pechino una nuova Pyongyang, una città da mostrare più che da vivere». Quello che è certo è che il sogno cinese di Xi Jinping per molti si sta trasformando in un incubo.

 

[Foto in apertura Bryan Denton / The New York Times / Contrasto]

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