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7 dicembre 2017

La Silicon Valley si è impoverita: arrivano i sindacati

Nella Valle i profitti salgono ma in dieci anni le famiglie della classe media sono scese dal 62% al 55%. Così gli impiegati a basso reddito si organizzano

Gabriella Colarusso

Dal numero del 7 dicembre in edizione digitale

Lo scorso ottobre, il magazine americano The New Yorker, conosciuto per l’alta qualità del suo giornalismo e per le copertine disegnate da grandi illustratori, ha scelto di dedicare la “prima pagina” a un tema che da tempo sta impegnando studiosi di diverse discipline e che agita le paure collettive: le conseguenze dell’automazione sul lavoro. L’immagine disegnata da R. Kikuo Johnson raffigurava un mondo con i robot al comando, tirati a lucido a passeggio per la città, e con gli umani costretti all’elemosina e in minoranza. Lettura troppo apocalittica del futuro che ci aspetta? Difficile rispondere a questa domanda, le analisi e previsioni sull’impatto dell’automazione sono diverse, e spesso in contrasto tra loro…

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L’ultimo studio pubblicato da McKinsey pochi giorni fa sostiene che entro il 2030 gli sviluppi nel campo dell’intelligenza artificiale e della robotica costringeranno fino a 375 milioni di persone nel mondo a cambiare mestiere, dal 3% al 14% della forza lavoro globale, e che circa il 30% delle attività lavorative potrà essere automatizzato. Altre precedenti ricerche avevano mostrato invece come i processi di automazione non stiano affatto avvenendo su larga scala e alla velocità prevista, o temuta: che, insomma, l’apocalisse non è vicina e forse non lo sarà mai.

L’intelligenza artificiale distruggerà posti di lavoro, vero, ma ne creerà di nuovi, è il credo degli ottimisti. Già, ma che tipo di lavoro? E in cambio di quali salari? Un aspetto poco indagato dell’impatto della rivoluzione digitale sul lavoro – con la nascita delle grandi compagnie tecnologiche e del capitalismo delle piattaforme, che si regge sull’impiego di freelance – è l’aumento delle diseguaglianze.

 

La forchetta si allarga

«Negli ultimi decenni, la quota di reddito nazionale che va ai salari si è costantemente ridotta, mentre la percentuale che va al capitale cresce. La tecnologia ha reso i lavoratori più produttivi, ma i profitti sono aumentati, non diminuiti. La produttività è aumentata dell’80,4% tra il 1973 e il 2011, ma il compenso orario reale del lavoratore medio è aumentato solo del 10,7%», ha calcolato Richard Partington in un articolo sul Guardian sulla base di dati Ocse e dell’Economic Policy Institute.

E l’automazione, sostiene Partington, «rischia di peggiorare la situazione. Se pensate che la diseguaglianza sia un problema ora, immaginate un mondo dove i ricchi possono diventare ancora più ricchi da soli. Il capitale liberato dal lavoro non significa solamente la fine del lavoro, ma la fine del salario», cioè lo strumento principale di accesso alla ricchezza e ciò su cui si fonda il potere contrattuale e sociale dei lavoratori.

 

Tassiamo i robot

Di tutto questo comincia a esserci una consapevolezza crescente anche nella Mecca del capitalismo tecnologico globale, la Silicon Valley. Se Elon Musk è arrivato a sostenere la necessità di frenare gli sviluppi dell’intelligenza artificiale «prima che sia tardi», Bill Gates ha lanciato l’idea provocatoria di una tassa sui robot per mitigare gli effetti dell’automazione, e alcune società californiane come Y Combinator stanno sperimentano forme di reddito di cittadinanza in vista di una società in cui sempre meno persone lavoreranno in cambio di salari dignitosi.

Ma sono i lavoratori i primi a ri-organizzarsi. Lo sciopero dei lavoratori della logistica di Amazon, in Italia e in Germania, nel giorno del black friday, è arrivato alla fine di una lunga serie di proteste deflagrate in tutta Europa, a Berlino, Barcellona, Londra – con gli scioperi dei fattorini di Foodora, Deliveroo, Uber Eats, dello stesso servizio delivery di Amazon – da parte di quelli che vengono generalmente definiti i precari della gig economy.

Il datore di lavoro è un algoritmo, ma loro cosa sono: autonomi, dipendenti, freelance? Con questo si stanno misurando legislatori e giudici in diversi Paesi europei, ma intanto c’è chi pensa a fornire a questi lavoratori nuove forme di “rappresentanza”, come il sindacato tedesco Ig Metall che ha creato una piattaforma apposita per permettere ai freelance della piattaforme di organizzarsi: “Fair Crowd Work”.

 

La primavera dei sindacati Usa

Oltreoceano hanno cominciato a organizzarsi i law wages, i lavoratori a basso reddito, già oggi in fondo alla piramide sociale. Dopo decenni di declino degli iscritti – i sindacati rappresentano ormai meno del 7% dei lavoratori del settore privato in America – nella culla dell’antisindacalismo, la Silicon Valley, sembra esserci una primavera sindacale. I giornali americani ne scrivono ormai da mesi. Negli ultimi tre anni i sindacati sono riusciti a organizzare circa cinquemila persone che lavorano nelle grandi società con sede a Palo Alto, tra cui Apple, Cisco, Tesla, e la stessa Facebook. Non si tratta di impiegati diretti, ma di lavoratori contrattualizzati da società esterne: autisti, baristi, personale di sicurezza.

 

Contro le esternalizzazioni

Le loro campagne di pressione hanno spinto alcune delle grandi società tecnologiche a non servirsi più di contractors esterni che impedivano ai propri lavoratori di organizzarsi in sindacati e a spingere perché le paghe venissero aumentate. È grazie ai sindacati, per esempio, se nel 2014 gli autisti dei bus che portano i dipendenti alla sede di Facebook, assunti da Loop Transportation Inc, sono riusciti ad avere paghe orarie migliori e la copertura sanitaria (con il contributo della stessa Facebook).

Quando «500 lavoratori della caffetteria assunti da Flagship Facility Service hanno deciso di iscriversi al sindacato Unite Here!», ha raccontato Bloomberg, «Facebook ha chiarito al contractor che avrebbe tenuto un atteggiamento neutrale nei confronti della campagna di organizzazione dei lavoratori e non avrebbe punito Flagship se i lavoratori si fossero uniti in sindacato. Come Facebook anche Flagship ha tenuto una posizione neutrale e i lavoratori si sono iscritti al sindacato a luglio».

 

Tecno-guru allergici alle unions

Per noi italiani abituati a sindacati forti può sembrare poca cosa che qualcuno decida di iscriversi a una organizzazione che difende il lavoro nel 2017, e per alcuni potrebbe trattarsi persino di una scelta demodé e dannosa, ma non nella valle dove, nonostante ci sia una diffusa cultura liberal sul piano dei diritti civili e sociali, l’antisindacalismo è profondamente radicato.

La conferma è in uno studio, pubblicato a settembre, di David Broockman, Greg F. Ferenstein e Neil Malhotra dell’università di Stanford, sulle convinzioni politiche e culturali dell’élite tecnologica californiana: Wealthy Elites’ Policy Preferences and Economic Inequality: The Case of Technology Entrepreneurs. Secondo i ricercatori di Stanford tra i manager, gli ingegneri e gli imprenditori della Valle prevale l’affinità politica con i democratici, una predisposizione «verso la tolleranza razziale, per il non-autoritarismo e per il cosmopolitismo», oltre a una forte consapevolezza che siano necessarie politiche redistribuitive per ridurre le diseguaglianze. Ma ciò che divide i tecno-guru dai dem americani è l’opposizione netta allo stato che regola l’economia e ai sindacati.

 

Un sistema iniquo

«Mentre le compagnie tecnologiche fanno enormi profitti, i lavoratori che le portano avanti vengono lasciati indietro. Vogliamo costruire una economia tecnologica che funzioni per tutti». Questo è il claim di Silicon Valley Rising, una coalizione che raggruppa union, organizzazioni per i diritti civili e religiose, nata nell’area che ospita una gran parte della Silicon Valley, la contea di Santa Clara. «Come organizzazione che fa campagne, noi lavoriamo con gli organizzatori di comunità, con i gruppi religiosi e con i sindacati per ottenere salari migliori, affitti sostenibili, per migliorare la vita della classe media impoverita», ci spiega Liam Kelly via mail.

 

Addio ceto medio

Dal 2000 al 2010, si legge in uno studio diffuso dall’organizzazione, «la quota di famiglie appartenenti alla classe media nella Silicon Valley è scesa dal 62% al 55%, mentre il numero di famiglie che guadagnano meno di 10 mila dollari è duplicato». Sempre dal 2000, «una famiglia media nella contea di Santa Clara ha visto il suo reddito reale ridursi del 19,5%». Per gli afroamericani e i latinos è andata persino peggio: la riduzione del reddito reale ha sfiorato il 29%. La rivoluzione digitale non è fatta solo di genietti informatici e ingegneri strapagati. E, prima che i robot ci rubino il lavoro, qualcuno – nella Silicon Valley – ha cominciato a pensare che forse è il momento di riprenderselo, il lavoro.

 

[Foto in apertura Ana Nance / Redux / Contrasto]

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