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6 dicembre 2017

Net neutrality, ultimo atto

Il 14 dicembre negli Usa sarà abolito il principio che garantisce uguaglianza nella fruizione di contenuti e servizi via Internet. Un regalo alla lobby dei provider

Federico Gennari Santori

 ► Dal numero dal 7 dicembre in edizione digitale

«Un errore». Così il presidente della Federal Communications Commission statunitense (Fcc) Ajit Pai ha definito le leggi sulla net neutrality che si appresta ad abrogare. Un paio di settimane fa ha reso noto il suo piano definitivo, annunciato fin dalla sua nomina da parte di Donald Trump nel gennaio 2017. Il voto della commissione è fissato per giovedì 14 dicembre. L’esito, a sentire i principali osservatori statunitensi, è già scritto. I repubblicani, forti della maggioranza, si pronunceranno compatti e la neutralità della rete sarà presto un ricordo. Con conseguenze drastiche per l’economia digitale e per l’utilizzo di Internet da parte dei consumatori. Perché, con la svolta ultraliberista di Pai, l’attività online di milioni di americani sta per cambiare radicalmente…

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La posta in gioco

Net neutrality significa uguaglianza nella fruizione dei contenuti e dei servizi veicolati attraverso Internet: tutti devono essere raggiungibili da ogni potenziale utente senza discriminazione alcuna, cosa che gli operatori sono tenuti a garantire senza aprire “corsie preferenziali”. Nel 2015 l’Open Internet Order ha classificato i fornitori di banda (Internet Service Provider) come servizi per le telecomunicazioni, che il Titolo II del Communications Act del 1934 inserisce tra i common carriers, ovvero i beni comuni come strade, oleodotti, rete elettrica, servizi idrici, parchi e ospedali, che sono oggetto di regolamentazioni particolarmente restrittive.

Grazie a quella legge, fortemente voluta da Barack Obama, l’ex presidente della Fcc, Tom Wheeler, è riuscito a sancire definitivamente il principio della neutralità della rete. E proprio quella Trump, Ajit Pai e, alle loro spalle, la lobby dei provider intendono annullare. Con un ulteriore passo in avanti (o indietro, a seconda dei punti di vista): trasferire le competenze sull’attività degli operatori dalla Fcc alla Federal Trade Commission (Ftc), authority per la concorrenza. È un disegno d’impronta spiccatamente commerciale, che punta alla completa liberalizzazione del web. Sancendo che si tratta di un mercato al pari degli altri, i cui attori devono poter operare senza restrizioni. «Daremo delle regole per tutelare i consumatori», si era sbottonato un anno fa Pai, «ma non dobbiamo mettere bocca su come i provider gestiscono i loro affari». Un approccio che oggi, più garbatamente, chiamano light-touch.

 

I personaggi

La Federal Communications Commission che si prepara al voto è composta da cinque membri, due democratici e tre repubblicani. Il presidente Ajit Pai, avvocato, repubblicano di ferro e già membro della Fcc da cinque anni, è stato nemico giurato del suo predecessore e si è buttato in politica dopo due anni di gavetta in Verizon, uno dei più importanti provider americani. Brendan Carr ha lavorato alla Fcc come consulente per oltre cinque anni, tre dei quali presso l’ufficio dello stesso Pai, dopo una formazione nel noto studio legale Wiley Rein, dove ha difeso gli interessi di diverse aziende in contenziosi con la commissione. Michael O’Rielly, già membro della Fcc, ha mosso i primi passi della sua carriera a fianco del senatore Tom Bliley – tra i fautori della legge che nel 1996 ha aggiornato il Communications Act, introducendovi i servizi Internet e maggiore deregolamentazione – ed è poi stato analista politico per le telecomunicazioni alla Camera dei Rappresentanti.

Prima che la Fcc prendesse la forma attuale, a indicare la via erano stati i due membri della commissione transitoria scelti da Trump dopo la sua elezione: Jeffrey Eisenach, ex funzionario di governo nonché consulente per Verizon, e Mark Jamison, ex lobbista per Sprint (altro importante fornitore di servizi Internet statunitense), entrambi membri dell’American Enterprise Institute, un think-tank conservatore, e tra i principali oppositori della Fcc. A loro The Donald ha dato carta bianca per definire il suo programma sull’argomento.

 

Una vittoria dei provider

Insomma, la rivalsa dei fornitori di connessione Internet sembra vicina. Le nuove leggi in materia di net neutrality gli permetteranno finalmente di presentare il conto ai giganti digitali. Come aveva sottolineato lo stesso Eisenach, la net neutrality è «un principio che permette ad attori privati di arricchirsi utilizzando gratuitamente servizi forniti da altri grazie a imposizioni penalizzanti dello Stato».

Di fatto, i vari Google, Facebook, Amazon, Twitter, Netflix e gli altri sono diventati in pochi anni tra le aziende più grandi e potenti del mondo. Come? Offrendo contenuti, servizi e applicazioni attraverso Internet. Ma cosa permette agli utenti di connettersi per farne uso? I provider. Che, a fronte della nascita di una nuova, opulenta economia digitale, non hanno ricevuto nemmeno un dollaro dai suoi protagonisti. O, almeno, non direttamente. Quando si sono accorti che per dominare non basta gestire i “rubinetti” di Internet (le infrastrutture di rete), ma bisogna anche erogare buona acqua (i contenuti del web), è partita la rincorsa. In quest’ottica vanno lette l’acquisizione di Yahoo! da parte di Verizon e quella di Time Warner da parte di AT&T, che hanno trasformato gli operatori in vere e proprie holding delle telecomunicazioni (e su cui la Fcc non ha avuto nulla da ridire). Ma ora la musica sta per cambiare.

 

Le (nuove) leggi del mercato

Da ora i provider, oltre a guadagnare dagli abbonamenti dei consumatori, potranno lucrare sull’utilizzo delle loro infrastrutture da parte dei colossi del web. E quindi decidere che, per esempio, se Netflix vuole trasmettere video così velocemente deve pagare un pedaggio. Oppure che, per fare offerte più vantaggiose ai consumatori, alcuni pacchetti di rete mostreranno, a fronte di un prezzo inferiore, soltanto alcuni servizi: i più utilizzati o, nella peggiore delle ipotesi, quelli che saranno disposti a spendere per esserci.

È proprio in questo che si realizza la negazione della net neutrality: un cyberspazio fatto di corsie preferenziali che premiano alcuni e discriminano altri, siano essi aziende che non pagano i provider o utenti che possono permettersi soltanto abbonamenti economici. Il nodo è quello dell’accessibilità di contenuti e servizi, che non sarà più uguale per tutti ma sarà condizionata dalla velocità di trasmissione dei dati, da un lato, e dalla loro stessa disponibilità, dall’altro.

 

Che cosa cambia

Per capire meglio, riprendiamo un esempio che abbiamo fatto in passato su queste pagine. È come se, in Italia, Repubblica pagasse uno tra Tim, Vodafone e Wind per mostrarsi sui dispositivi degli abbonati più velocemente de La Stampa e del Corriere, che ne sarebbero inevitabilmente danneggiati. E come se uno dei tre operatori nazionali offrisse un pacchetto Internet che, per soli 5 euro al mese, permette di visualizzare soltanto Repubblica, con cui ha siglato un accordo, e non tutti gli altri giornali online. Ora immaginate la potenziale Repubblica del futuro: potrebbe non emergere mai, soltanto perché priva delle risorse per avere un’accessibilità simile a quella dei grandi. In questo caso, poi, alcuni utenti avrebbero una fruizione parcellizzata dell’informazione.

A dominare l’Internet di Trump e Pai, dunque, non è più la regola “gli stessi bit e gli stessi contenuti per tutti”, rivendicata dagli attivisti digitali, ma “più bit e più contenuti per chi paga di più”. Chiaro che a farne le spese non saranno tanto i grandi media e i big come Facebook e Amazon, ma le aziende minori.

 

La versione repubblicana

A chi ha posto l’attenzione su questi rischi Ajit Pai e i suoi sostenitori hanno risposto che il mercato resterà in equilibrio. E che, anzi, pur non essendo sancita ufficialmente prima del 2015, in qualche modo la net neutrality è stata sempre rispettata. Il fatto che i provider mettano in vendita la velocità di trasmissione dei dati, inoltre, non sarebbe niente di nuovo: grandi siti come Netflix hanno già degli accordi di questo tipo in essere. Come dichiarò prima della sua elezione, secondo Trump la vigilanza dalla Fcc e le regole imposte da Wheeler sono state soltanto «un freno agli investimenti, all’innovazione e alla creazione di posti di lavoro».

Allo stesso modo, Pai è convinto che la svolta liberista stimolerà la competizione e spingerà i provider a estendere la connessione e a offrire pacchetti più vantaggiosi. «La priorità dei repubblicani», ha chiarito, «è la copertura a banda larga di tutto il Paese». Non a caso, una delle prime decisioni del presidente della Fcc è stata l’interruzione delle indagini avviate dal predecessore Wheeler sulla “neutralità” del servizio Internet gratuito offerto dai due primi operatori wireless del Paese, Verizon e AT&T. La net neutrality, ha affermato Pai in un’altra occasione, continuerà a esistere sulla base di «accordi volontari tra le aziende». Contestualmente, ha proposto di rimuovere l’obbligo per i provider di richiedere il consenso degli utenti prima di utilizzare i loro dati personali e di navigazione a scopi pubblicitari.

 

La Valley contro

Ajit Pai vuole in sostanza che i fornitori di rete e i giganti del web giochino finalmente ad armi pari. Facendo leva sull’arma principale nelle mani dei provider: la capacità – ora liberalizzata – di aprire e chiudere i “rubinetti” di Internet. Google, Facebook e tutti gli altri si sono schierati a favore della net neutrality: in un recente appello, firmato tra gli altri da Twitter, Tumblr, Airbnb, si sottolineava perfino come alla radice del successo del recente Black Friday ci fosse la bistrattata neutralità della rete.

Le ragioni di questa levata di scudi sono svariate: dalla retorica open tipica della Silicon Valley, alla necessità di prendere una posizione netta in un momento difficile per la loro reputazione a causa dell’impatto avuto sull’opinione pubblica dal caso delle fake news e dalle questioni di privacy degli utenti. Senza dimenticare, però, la minaccia concreta di dover sborsare un mucchio di soldi per stare al gioco dei provider. Che, come accennavamo, ormai sono operatori ma anche fornitori di contenuti di svariato genere: a questo punto, chi garantisce che non diano la precedenza ai propri, penalizzando di conseguenza quelli dei concorrenti? Non la Federal Trade Commission, secondo l’ex presidente della Fcc Wheeler: «Si tratta di un’authority con compiti esecutivi e non normativi. Possono dire “pensiamo che questa sia una pratica sleale e ingannevole” ma non “ecco come le reti dovrebbero operare in una rete aperta”».

 

Loro e noi

Chissà. Forse la tecnologia farà passi da gigante grazie alla concorrenza come sostengono i repubblicani. Forse i provider riusciranno a presentare il conto a Zuckerberg & Co. Forse anche questi ultimi si butteranno nel mercato dei servizi Internet (con i progetti Fiber e Internet.org, Google e Facebook sono già attivi in alcune aree degli Stati Uniti e del mondo). Ma il caso statunitense inviti l’Europa a riflettere. Perché, spesso, ciò che accade Oltreoceano ha influssi anche da noi. In Portogallo sta già accadendo: la compagnia telefonica MEO ha lanciato contratti per l’utilizzo di dati limitato ad app specifiche. Vuoi usarne anche delle altre? Paga. Di più.

 

[Foto in apertura di Michael Bocchieri / Getty Images]

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