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6 dicembre 2017

Perché Puigdemont non ha convinto l’Ue

Dal suo esilio l’ex presidente catalano ha avuto protezione. Ma non è riuscito, con i parlamentari europei che lo appoggiano, a internazionalizzare la crisi

Giovanna Faggionato

 ► Dal numero del 7 dicembre in edizione digitale

Bruxelles – La leggenda vuole che l’enciclopedia della biblioteca dell’università di Louvaine, il più antico ateneo del Belgio, abbia solo i volumi dalla A alla L. L’altra metà sarebbe stata trasportata nel nuovo centro universitario di Louvaine La Neuve, una città-campus nata dal nulla, dopo che nel 1967 30mila fiamminghi scesero in strada per cacciare da Louvaine gli studenti di lingua francese. È in questa orgogliosa città delle Fiandre che ha trovato sistemazione l’ex presidente della Catalogna, Carles Puigdemont, fuggito dal centro assediato di giornalisti di Bruxelles…

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E nelle Fiandre, il governatore destituito non solo ha trovato riparo, un modesto mini appartamento da 60 euro a notte, ma ha anche lanciato la sua campagna elettorale e trovato ispirazione politica. È stato immortalato a cena a casa dell’aspirante sindaco di Louvaine, Lorin Parys, deputato dell’Nva, il partito fiammingo attualmente al governo ma che non ha dimenticato l’indipendentismo. Poi è ricomparso nei dintorni di Bruges, a Oostkamp, nelle Fiandre occidentali, ospite di un altro senatore dell’Nva, con una squadra di 90 persone della sua lista arrivate da Barcellona per girare un video destinato a essere visto nel capoluogo catalano e dare inizio alla corsa di JuntsPerCatalunya, la formazione che riunisce i partiti del centrodestra indipendentista.

 

Cappa di silenzio

Da quando, il 7 novembre scorso, aveva riunito a Bruxelles 200 sindaci catalani, fino allo scorso 7 dicembre, data della manifestazione indetta da Anc e Òmnium cultural, le due grandi organizzazioni dell’indipendentismo, la sua presenza è stata costante sui social network – una lunga serie di post, video girati in stanze sconosciute, un dialogo costante coi suoi sostenitori – ma non nella capitale dell’Unione. Un allontanamento, seppur motivato in parte da ragioni di sicurezza e dalle minacce ricevute, anche simbolico. Dei tre obiettivi che si era posto arrivando in Belgio, Puigdemont ne ha centrati due su tre. Ha mantenuto la libertà di manovra, grazie alle garanzie del sistema giudiziario belga, ha ottenuto la protezione, seppure non ufficiale, di un partito al governo. Ma non è riuscito a europeizzare fino in fondo la crisi.

E così le sue parole sull’Europa sono diventate via via più dure, fino a quando, in un’intervista rilasciata alla trasmissione israeliana Zman Emet il 26 novembre, ha definito l’Unione «un club di Paesi decadenti» e ha messo per la prima volta in discussione l’europeismo catalano. «Forse», ha spiegato, «non ci sono molte persone che vogliono far parte di questa Ue… così insensibile alla violazione dei diritti umani, e della democrazia in una parte del suo territorio, solo perché una destra post franchista vuole così».

Da Barcellona sono subito arrivate smentite, correzioni, rettifiche. Ma è il segno di una frustrazione profonda, che coinvolge anche gli europarlamentari che sono stati i veri riferimenti, organizzatori e custodi della sua trasferta a Bruxelles, primo fra tutti il deputato del PdeCat Ramon Tremosa.

 

Il ruolo di Tremosa

Portamento elegante, fede liberale, sostenitore convinto delle regole europee, Tremosa è membro dell’europarlamento dal 2009, è stato per anni relatore sull’attività della Bce e ora è passato a occuparsi di concorrenza, in un rapporto abbastanza stretto con il gabinetto della star della Commissione, Margrethe Vestager. A dirla in modo semplice, Tremosa è uno dei pochi che non vorrebbe cambiare questa Europa. Vorrebbe renderla uno Stato federale, certo, ma non ne trova difetti nelle regole fiscali, nelle direttive, vorrebbe semplicemente che gli Stati europei le rispettassero. Definisce “realismo magico” la convinzione per cui un bilancio europeo può risolvere i problemi economici dell’Europa. È insomma un rappresentante genuino di ciò che per anni è stata la classe indipendentista catalana: un centrodestra economicamente liberale e saldamente europeista.

Per settimane la squadra di Tremosa e quella dei due eurodeputati di Esquerra repubblicana Josep-Maria Terricabras e Jordi Solé hanno dato aiuto logistico a Puigdemont e martellato sui social, trasformando ogni argomento in un pretesto per parlare della questione catalana. I candidati alla presidenza dell’Eurogruppo vengono da Portogallo, Slovacchia, Lettonia e Lussemburgo. «Tre Paesi su quattro sono più piccoli della Catalogna» sosteneva trionfante l’assistente di Tremosa, Alexi Sarri Camargo, nel momento in cui l’attenzione della stampa era concentrata sulla competizione tra i ministri delle Finanze dell’Eurozona. Quella verso i catalani è sicuramente scemata.

 

I 26 europarlamentari

Dopo il dibattito a Strasburgo, la presa di posizione della Commissione europea – schierata in difesa del diritto costituzionale spagnolo –, dopo le non discussioni tra i leader di Stato e di governo – Rajoy non ha voluto affrontare l’argomento –, quello che è rimasta è la solidarietà di un gruppo di europarlamentari.

Il 28 novembre 26 eurodeputati hanno aderito alla «piattaforma per il dialogo Ue-Catalogna» e hanno chiesto di stoppare l’applicazione dell’articolo 155, di liberare i ministri arrestati e hanno insistito sulla necessità di una mediazione europea. Nove sono eurodeputati della Sinistra, dalla nostra Barbara Spinelli all’icona anti globalizzazione José Bove, dieci sono dei Verdi, tre solo dei liberali tra cui belgi e sloveni, indipendentisti per costituzione, come la sola socialista che ha aderito, e poi un euroscettico e due conservatori.

Mondi diversi da quelli di Tremosa e anche di chi si è raccolto attorno a Puigdemont, come Joan Maria Piqué, ex responsabile della comunicazione dell’ex presidente catalano Artur Mas, che ha raggiunto il presidente destituito in Belgio per curarne la campagna. «Quando parliamo nei corridoi, vediamo che c’è molto disappunto su come Rajoy sta reagendo», ha commentato a margine della presentazione Jordi Solé. «Questa è una visione molto condivisa all’interno del parlamento europeo, so che molte volte non sembra così, perché le dichiarazioni ufficiali non corrispondono a quello che viene detto senza i giornalisti. Ma stiamo cercando di rompere questa questo tipo di politica, e di coinvolgere l’Unione».

E però la contraddizione tra il sostegno a Bruxelles e l’indipendentismo si fa più difficile da risolvere. «La mediazione dell’Ue nella crisi catalana è urgentemente necessaria, proprio per trovare una soluzione politica intermedia come una riforma federale dello Stato, evitando così l’indipendenza», ha scritto Tremosa il 27 novembre nel magazine catalano El Temps.

Ma anche la sua ricetta, più che da Bruxelles, viene dalle Fiandre. Solo pochi giorni prima il suo assistente aveva rilanciato un saggio di Bert de Wever, leader dei fiamminghi belgi: «Il prossimo passo che i fiamminghi devono intraprendere è il passo verso il federalismo. Non solo nell’interesse dei fiamminghi, ma anche in quello della comunità francofona».

 

[Foto in apertura David Ramos / Getty Images]

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