Seguici anche su

1 dicembre 2017

Guerra al terrore, la scelta di al Sisi

Il Sinai è da sempre un’area abbandonata dallo Stato. Ora le tribù vogliono unirsi all’esercito contro gli uomini dell’Isis. Ma il governo cambierà strategia?

Jo Schietti

 ► Dal numero del 1 dicembre in edizione digitale

Il Cairo – Terrore, tre giorni di lutto e ancora molte domande sull’attentato del 24 novembre alla moschea al Rawda di Bir al Abed, villaggio egiziano nel nord della penisola del Sinai, che ha ucciso più di 300 persone ferendone almeno cento.  Non ci sono state rivendicazioni, ma gli attentatori avevano con sé una bandiera dell’Isis e i sospetti sono caduti sul gruppo islamista locale Wilayat Sinai che è un suo affiliato.

Nel paper Sinai’s Insurgency: Implications of Enhanced Guerilla Warfare, Omar Ashour, direttore degli studi sul Medio Oriente presso l’Università di Exeter, spiega come la capacità militare di Wilayat Sinai – armi, coordinamento e organizzazione – abbia permesso al gruppo di potenziare la sua azione, garantendone la sopravvivenza…

Leggi l'articolo per 0,10 €

PAGA CON
Paga con Tinaba

Il sanguinoso attentato, oltre a riportare l’attenzione sul conflitto in corso da anni tra le forze di sicurezza egiziane e i gruppi islamisti attivi nel Sinai, segna anche una possibile svolta nel modus operandi di questo gruppo. Finora, infatti, gli obiettivi erano stati soldati e poliziotti, chiese, luoghi frequentati da cristiani copti. Mai i musulmani. Il massacro nella moschea di Bir al Abed segna un’escalation.

È ancora presto per dire se questo radicale mutamento porterà a un corrispondente cambio di registro nella strategia del «pugno di ferro» da parte dell’antiterrorismo egiziano, ma i primi segnali non sono incoraggianti. Dal golpe militare del 2013 che ha rovesciato il presidente islamista Mohamed Morsi, il governo del Cairo è impegnato in un’estenuante battaglia con i miliziani fondamentalisti del Sinai, una delle aree in cui l’Isis è più attivo.

Tuttavia finora l’esercito egiziano non è riuscito a ridurre la spirale della violenza e la capacità di Wilayat Sinai di fare proseliti nella penisola. Al contrario, le azioni di forza dei militari – spesso indiscriminate, a giudizio dei critici – hanno generato un diffuso risentimento tra le comunità beduine locali – circa 600 mila persone che vivono in aree prevalentemente desertiche – inducendo molti ad arruolarsi con i terroristi.

La sera dell’attentato il presidente Abdel Fattah al Sisi, in un discorso televisivo, ha promesso una risposta di forza «brutale» ai fatti di Bir al Abed. Poche ore dopo sono scattati i primi raid contro le postazioni jihadiste. Ma è ormai evidente che questo non basta. Gli esperti reputano la politica egiziana nel Sinai superata e inadeguata, oltre che inutilmente aggressiva nei confronti della popolazione civile.

Esecuzioni sommarie, rastrellamenti, case e villaggi distrutti, detenzioni e abusi segnano la caccia ai presunti fiancheggiatori dei jihadisti. E la popolazione non riceve nulla in cambio: nessun investimento economico, nessun incentivo all’occupazione né servizi, come ha spiegato in più interviste Mohammed Sabry, giornalista egiziano che ha lavorato a lungo nell’area.

Una politica fallimentare che, a suo giudizio, risente di una grave carenza di lavoro d’intelligence e dell’incapacità di fare un buon uso delle informazioni anche quando l’apparato militare e e di sicurezza ne dispone. Le tensioni tra le comunità beduine e il governo egiziano si sono inasprite ulteriormente dopo il massacro di venerdì scorso, che ha evidenziato le crepe degli apparati di sicurezza e ha fatto ricadere la popolazione beduina nella paura di essere intrappolata tra i miliziani radicali e un’armata spietata. Il Sinai è da sempre un’area fuori controllo e abbandonata dallo Stato, come lamentano i rappresentanti della popolazione locale, e quindi terreno fertile per la radicalizzazione, le infiltrazioni estremiste, il traffico di armi.

La tragedia di Bir al Abed segnerà un ripensamento? Il governo al Sisi è disposto a investire nelle aree beduine del Sinai, ad attuare i promessi programmi di sviluppo e a dare potere ai leader tribali affinché abbiano maggiore influenza sulla popolazione civile? Dopo la strage, l’Unione delle tribù del Sinai (la cui pagina Facebook conta oltre 220 mila follower) ha dichiarato guerra all’Isis, lanciando un appello ai giovani beduini affinché si uniscano all’esercito egiziano per combattere gli uomini del Califfato.

Un annuncio di collaborazione che potrebbe portare il sostegno fino ad oggi mancato al Cairo per contrastare efficacemente l’escalation del terrore islamista nella penisola. Molto dipenderà da al Sisi e dalla sua capacità di guadagnarsi la fiducia delle popolazioni beduine locali, che in sessanta anni di dittatura militare sono state marginalizzate, tagliate fuori da tutto, infrastrutture, opportunità, sviluppo.

[Foto in apertura di Mohamed el-Shahed / Afp / Getty Images]

Altri articoli che potrebbero interessarti