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30 novembre 2017

Sermoni e torture tra i dannati di Videla

Qui Alessandro Leogrande raccontava le atrocità commesse durante il regime e l'assenza del reato di tortura in Italia. Attraverso la storia di don Reverberi

Alessandro Leogrande

Il 6 maggio del 1976, nella provincia di Mendoza, nel cuore dell’Argentina centro-occidentale, Roberto Rolando Flores Tobio viene arrestato tra le due e le tre del mattino. Nudo e bendato, i polsi ammanettati, viene portato via su un camion dell’esercito. Roberto Rolando è un imbianchino di 21 anni, vicino alla Gioventù peronista, almeno quanto basta per finire in carcere dopo che i militari – il 24 marzo precedente – si sono impadroniti del potere con un colpo di Stato. Trasferito nella Casa Departamental di San Rafael, da poco trasformata in un centro di detenzione illegale per oppositori politici, viene interrogato e torturato per diversi giorni.

Lo picchiano sulle costole, i fianchi, in faccia, gli puntano la pistola alla tempia e fanno finta di giustiziarlo. Gli infilano la testa in un secchio d’acqua, bloccandogli le mani da dietro, fino a fargli provare la terribile sensazione di annegare. Quando lo tirano fuori per farlo rifiatare, riprendono a colpirlo sui fianchi. Gli impongono di fare il sommergibile bagnato: di asciugare, cioè, con i propri vestiti, strisciando per terra, il pavimento del lungo corridoio che si sono divertiti a inondare d’acqua. Tra una percossa e l’altra, gli chiedono insistentemente di fare i nomi, di fornire informazioni sui «comunisti», sugli «estremisti» come lui, che vorrebbero far sprofondare il Paese nel caos.

Col tempo Roberto Rolando impara a riconoscere i propri aguzzini. Impara a riconoscere le loro parole, i loro fiati acidi, le loro risate sinistre… Ma mentre lo percuotono, intravede anche un altro uomo in disparte. Non partecipa alle torture, non infierisce mai sul suo corpo. Rimane quasi sempre in silenzio, mentre fissa i colpi e le percosse a pochi metri di distanza. Quando apre bocca, con un tono ora suadente, ora imperioso, gli ordina di collaborare con gli aguzzini, lo esorta a fare i nomi, a liberarsi delle proprie colpe fornendo le informazioni necessarie ai militari. L’uomo indossa pantaloni, camicia, giacca e scarpe nere, mentre stringe una Bibbia tra le mani. Un colletto bianco cinge il suo collo. È un prete.

In quei mesi di sangue e terrore, Roberto Rolando non è il solo a intravedere un sacerdote mentre lo «fanno ballare» nella Casa Departamental. L’immagine del suo volto, delle sue mani che stringono le Scritture, si staglia nella mente di almeno altri tre torturati. Sicuramente in quella di Mario Hector Bracamonte Ortuvia. Quando tira fuori la testa dal secchio d’acqua in cui l’hanno infilata, scorge anche lui la sagoma del prete. Non riesce a credere ai suoi occhi, rimane imbambolato a fissarlo per pochi secondi, tanto da farsi rifilare un calcio nella pancia da un militare che gli urla contro: «Che cazzo hai tu da guardare!»

Mario Hector riconosce il prete dal volto. È un cattolico praticante, quel prete lo ha visto in chiesa per anni, ogni domenica. Sa il suo nome: si chiama don Franco Reverberi, è di origine italiana. Vive in Argentina da molti anni, da quando – bambino – è emigrato con i suoi genitori dalla provincia di Parma.  Trentaquattro anni dopo quei fatti, presso il Tribunale di San Rafael si apre un processo per i casi di tortura e desaparición avvenuti nei centri di detenzione illegale della Fanteria della Polizia provinciale e della Casa Departamental.

Dopo il ritorno alla democrazia, alla metà degli anni Ottanta, una lunga amnistia sancita da due apposite leggi (chiamate rispettivamente «Legge del Punto finale» e «Legge di Obbedienza dovuta») ha impedito che venissero accertate giudiziariamente le responsabilità di quel terrorismo di stato che ha provocato oltre trentamila morti. Solo con il nuovo secolo, sotto la presidenza di Nestor Kirchner, le due leggi sono state definite incostituzionali. Così si sono aperti innumerevoli processi per accertare le responsabilità di ieri. Non solo a Buenos Aires o nelle città più grandi come Cordoba o Rosario, ma anche nei centri più piccoli come San Rafael.

I poliziotti responsabili delle torture perpetrate all’interno della Casa Departamental vengono rinviati a giudizio. In aula omettono, minimizzano, dicono di essere stati costretti a eseguire gli ordini, di essere stati addestrati a fare quello che hanno fatto. Poi vengono chiamati anche i torturati. O meglio, i pochi sopravvissuti in grado di testimoniare le torture subite. Vengono chiamati anche Roberto Rolando Flores Tobio, Mario Hector Bracamonte Ortuvia e altri due ex militanti della sinistra peronista. Sono loro, nel flusso dei ricordi trascritti nei verbali delle udienze, a evocare la figura del prete. Sono loro a fare il suo nome.

Dice Flores Tobio: «Reverberi mi disse che dovevo collaborare con la giustizia per avere un conforto spirituale». Non picchiava come gli altri, si limitava a parlare, a pronunciare poche parole. Eppure sono state proprio quelle poche parole pronunciate da un uomo che stringeva la Bibbia tra le mani ad aver fatto crollare definitivamente tanti davanti alle percosse. Sergio Chaqui, un altro dei torturati, ha visto Reverberi indossare l’uniforme militare mentre assisteva alle sevizie. È lui a dire in aula che il prete è ancora al suo posto: «Fa ancora il parroco a San Rafael. In città lo conoscono tutti». Il procuratore generale José Maldonado convoca allora don Franco Reverberi per l’udienza del 20 agosto 2010. Viene chiamato come testimone dei fatti, non come imputato. Eppure il sacerdote erige subito l’identica corazza di argomentazioni che, di lì in avanti, ripeterà come un mantra ossessivo a chiunque lo interpelli su quanto avvenuto nel buio della Casa Departamental.

Quel giorno in aula Franco Reverberi sostiene di non aver mai messo piede nella Casa Departamental, né negli anni 1976-77, quando sono stati detenuti i quattro sequestrati che lo avrebbero visto e riconosciuto, né in seguito. È stato sì cappellano militare, ma ha svolto tale funzione solo tra il 1980 e il 1982, quando a San Rafael è arrivato un reparto di Cavalleria di Montagna. Non prima. Anche volendo, non avrebbe potuto mettere piede nella Casa Departamental, perché lui ha prestato conforto spirituale nell’esercito, non nella polizia. E il cappellano della polizia, a quel tempo, era un altro sacerdote, padre Francisco Crescitelli, poi morto alla metà degli anni Novanta.

Sostiene Reverberi che all’epoca non era minimamente a conoscenza del rapporto che esisteva «tra l’Esercito e il Governo e la Chiesa». Dice di sé che era un uomo molto chiuso: parlava poco, quello era il suo carattere… Non sapeva all’epoca che in Argentina ci fossero dei detenuti politici, men che meno immaginava che potessero esserci in una tranquilla cittadina di provincia a ridosso delle Ande come San Rafael. «Solo ora» (cioè nel 2010) apprende dai giornali che ci sono stati dei desaparecidos. In precedenza non ha mai saputo di torture inflitte a chicchessia, né mai nessun militare gli ha riferito di tali pratiche: forse, a pensarci bene, ha visto solo dei manifesti in strada, una decina di anni prima, che parlavano di casi del genere, ma non si è preoccupato di approfondire la faccenda.

Allora il procuratore gli mostra una dichiarazione del 26 maggio 1980, da lui stesso firmata, con cui si proponeva di prendere ufficialmente servizio come cappellano militare, e quindi con un grado equiparabile a quello di capitano dell’esercito, e si diceva disposto a obbedire agli ordini contenuti nel manuale del clero castrense.  I cappellani dipendevano dal Vicariato castrense, un’entità separata dalla Diocesi. Ma don Reverberi sostiene ancora di non ricordare che cosa abbia firmato. «Sono stato ordinato sacerdote il 2 dicembre del 1967. Sono parroco a Salto de las Rosas, una frazione di San Rafael, da quarant’anni. Non ho nulla da nascondere. Non sono mai andato a visitare i detenuti nelle loro celle».

Eppure nella difesa a tutto tondo del sacerdote si apre una crepa, quando all’improvviso spunta un’altra lettera firmata dallo stesso Reverberi (e questa volta datata 20 maggio 1980, quindi sei giorni prima della dichiarazione ufficiale), in cui si chiede alla Curia di regolarizzare la propria posizione di cappellano militare dal momento che ha già iniziato da tempo a svolgere tali servigi. Nella comunicazione ufficiale, in relazione al reparto di Cavalleria di Montagna, si parla di soli «50 giorni fa», ma nel caos dell’epoca cosa impedisce di ipotizzare – si chiede la procura – che il lasso di tempo sia stato maggiore?

È possibile che don Reverberi abbia iniziato ufficiosamente a svolgere le mansioni di cappellano ben prima del 1980, e che come cappellano – sia pure informalmente – abbia preso parte alla «guerra sporca» contro gli oppositori politici? Detto in altre parole: dal momento che la Casa Departamental della polizia era un centro di detenzione clandestino, ed extralegali erano le stesse pratiche del terrorismo di Stato che vi si praticavano al suo interno, perché non ritenere che qualcuno – finanche un prete – possa avervi preso parte senza lasciare nessuna traccia ufficiale del suo passaggio, come è successo peraltro in moltissimi altri casi? Da una parte i ricordi dei torturati, dall’altra i tanti non-ricordo di don Reverberi. In questa galleria di fantasmi che piombano dal passato, sono molte le domande, le ipotesi, le contraddizioni che spuntano e si inseguono nell’aula di tribunale di San Rafael.

Come scrive lo scrittore Horacio Verbitsky, che ha dedicato molti anni a indagare gli intrecci tra la Chiesa argentina e la dittatura dei militari, «in ogni contingente militare c’era un sacerdote che aveva il compito di convincere i detenuti a collaborare con l’esercito. Alcuni religiosi usavano l’uniforme da paracadutista e il presidente della conferenza episcopale, il cardinale Raúl Francisco Primatesta, aveva ricevuto un brevetto aereo ad honorem».

A questo punto la vicenda si complica. Il 14 giugno 2011, il procuratore generale di San Rafael José Maldonado chiede che don Franco Reverberi, riconosciuto da quattro detenuti sopravvissuti alle torture, venga formalmente indagato. Il sacerdote però ha lasciato il Paese un mese prima, il 9 maggio. Dopo essere stato per quarant’anni parroco a San Rafael, aver vissuto gli anni della dittatura e quelli della transizione alla democrazia, il passaggio dal vecchio al nuovo secolo, in una cittadina a pochi chilometri di distanza dalle Ande, ha fatto ritorno a Sorbolo, un piccolo borgo della Bassa parmigiana, vicinissimo a Brescello, il paese in cui sono stati girati tutti i film di Peppone e Don Camillo, con Gino Cervi e Fernandel. Proprio lì, a Sorbolo, Reverberi era nato nel 1937, per poi emigrare in Argentina con i suoi genitori all’età di undici anni.

Passano altri mesi. L’8 marzo 2012 la procura richiede l’arresto di don Franco Reverberi affinché venga processato, ma è una richiesta vana. La giustizia argentina apprende che don Franco non tornerà mai più in Argentina. Nei mesi precedenti ha prodotto e inviato dei documenti che attestano che soffre di insufficienza cardiaca e che, quindi, non può più prendere un aereo per far ritorno in Sudamerica. Nel frattempo viene aggregato alla parrocchia di Sorbolo. E qui, in tutti i mesi in cui dall’Argentina si affannano a capire che cosa sia effettivamente accaduto nella Casa Departamental di San Rafael al tempo della dittatura, conduce una nuova vita da curato di campagna. Celebra messa nelle piccole frazioni di pochi abitanti che cingono Sorbolo. Confessa i fedeli, partecipa alle feste parrocchiali. Inaugura persino un cippo degli alpini.

Mi sono imbattuto casualmente nella storia di don Franco Reverberi, leggendo le carte di alcuni processi aperti in Italia contro chi aveva preso parte alle sevizie sotto la dittatura militare. Ne ho parlato a lungo con l’avvocato Arturo Salerni, che rappresenta i famigliari dei desaparecidos nel processo Condor, che si tiene a Roma in questi mesi con l’obiettivo di stabilire le responsabilità di alcuni torturatori cileni, uruguaiani e argentini. Quando in Argentina hanno capito che don Reverberi non sarebbe mai tornato autonomamente, hanno avanzato una richiesta di estradizione. In Italia, la richiesta è stata seguita proprio da Salerni, munito di procura speciale da parte della Repubblica Argentina. Ed è a questo punto – come mi racconta Salerni – che avviene il secondo colpo di scena.

La Corte d’appello di Bologna prima e la Cassazione dopo, con sentenza definitiva del 17 luglio 2014, rigettano la richiesta di estradizione. Senza entrare nel merito della vicenda, senza appurare cioè se don Reverberi fosse presente o meno alle torture, la Corte sostiene che il sacerdote non possa essere estradato per il semplice fatto che nel codice penale italiano non è contemplato il reato di tortura. Poiché questo non è stato ancora introdotto (non solo allora, nel 2014, ma anche in seguito, dal momento che il testo di legge non è stato ancora approvato definitivamente in Parlamento, dopo essere stato peggiorato nei vari passaggi da una Camera all’altra), i fatti contestati, che in Argentina definiscono di «lesa umanità», da noi possono essere al massimo ascritti al concetto di lesioni aggravate.

Reverberi sarebbe quindi imputabile per concorso in lesioni aggravate, ma poiché tale reato cade in prescrizione dopo 22 anni e 6 mesi, e le torture sarebbero avvenute nel 1976-1977 (cioè 37-38 anni prima del pronunciamento della sentenza), non ci può essere alcuna estradizione. Così, pur essendoci «gravi indizi di colpevolezza», come riconosce la stessa Corte, Reverberi resta in Italia e continua a dire messa nelle frazioni di campagna vicino Sorbolo.

Da un punto di vista politico, l’intera vicenda si colloca lungo la scia di tutti quei casi (dalla scuola Diaz alle morti di Cucchi e Regeni) che testimoniano come l’assenza del reato di tortura costituisca un grave vulnus nell’ordinamento italiano. Da un punto di vista più strettamente processuale, invece, la frattura che si apre è ancora più evidente. Come dice Carlos Cherniak, ministro plenipotenziario dell’Ambasciata argentina di Roma, quando lo raggiungo al telefono, «questo signore sta semplicemente impedendo in ogni modo da anni di farsi processare, e di fare del processo un momento di chiarificazione. Se è innocente, come sostiene, non avrebbe nulla da temere. Credo invece che voglia evitare a tutti i costi un confronto con le persone che sostengono di averlo riconosciuto». Nel suo studio, davanti a un tavolo colmo di carte e fascicoli, Arturo Salerni mi ha detto qualcosa di simile: «Per quanto Reverberi abbia addossato le responsabilità a un altro prete morto da tempo, quattro persone – non una soltanto – hanno fatto il suo nome». Tutto ciò, certo, non è affatto sufficiente per condannare una persona, ma per avviare un processo sì.

Solo un nuovo processo potrebbe dissipare i dubbi, chiarire effettivamente cosa è avvenuto, e magari appurare anche uno scambio di personalità, ma arrivati a questo punto non ci sarà mai. Al massimo, mi dice ancora Cherniak, potranno processarlo in contumacia, ma non ci sarà nessun confronto – nella stessa aula – con le vittime delle violenze di Stato.

Più ripensavo a questa storia (un prete che collabora alle torture nel momento più buio della dittatura argentina) e più fiorivano in me un’infinità di domande. Dal momento che – Reverberi o non Reverberi – un prete c’era davvero alla Departamental di San Rafael, sulla base di quali ragionamenti, di quali più intimi convincimenti, un cappellano ha potuto assistere a delle sedute di tortura ed esortare dei corpi martoriati a fornire i nomi di altri oppositori come loro? Quel cappellano è stato ideologicamente solidale con i carnefici o, più semplicemente, non ha potuto sottrarsi a tali funzioni perché temeva delle ripercussioni? Poteva dire: «Io non ci sto, io non partecipo»? Avrebbe potuto ribellarsi? Oppure, concretamente, vedeva nei torturati, in quei giovani militanti vicini ai montoneros e alla sinistra peronista, il germe del caos e del disordine, e quindi un male ancora più radicale dei metodi adottati per debellarlo? Soprattutto: un prete che ha collaborato a tutto questo, come riesce a convivere – negli anni successivi – con i fantasmi del passato? Come riesce tranquillamente a celebrare messa, a consacrare il vino e il pane, ad assolvere dai propri peccati i fedeli che gli si rivolgono nel silenzio di un confessionale? Cosa gli passa per la testa quarant’anni dopo la mattanza, mentre partecipa magari alla vita parrocchiale di piccole borgate anonime, tra i campi della Pianura Padana?

Così, col passare dei giorni, ho maturato l’idea di provare a contattare don Franco Reverberi e di vedere con i miei occhi come vive a Sorbolo, dove celebra, cosa pensano di lui i suoi parrocchiani. È stato molto più difficile del previsto. È stato difficile trovare a Sorbolo delle persone che volessero parlare della vicenda. Quando fu emanato il mandato di cattura internazionale, la notizia uscì sui giornali, un po’ se ne parlò. Tuttavia, la gran parte degli abitanti di questo paese dormitorio di diecimila abitanti alle porte di Parma dice di non saperne niente, o di non ricordare molto, o di non aver mai visto il prete per strada, in un groviglio di non-detti e non-rammento che sembra del tutto speculare alla corazza eretta da Reverberi in aula. Un consigliere regionale del Pd addirittura mi dice: «È come con Provenzano nel carcere di Parma. È stato lì, certo, ma chi lo vedeva?». Raggiunto al telefono, l’attuale parroco di Sorbolo, don Aldino Arcari, mi chiede invece «perché, con tutti i problemi che ci sono al mondo, voi giornalisti continuate a occuparvi di don Franco? La giustizia ha stabilito che è innocente…».

Dal sito della parrocchia del paese, che illustra nel dettaglio la fervida attività pastorale nel centro principale e nelle frazioni limitrofe, recupero un indirizzo email di don Franco. Una sera di fine maggio, gli scrivo che mi sono imbattuto nella richiesta di estradizione che lo riguarda e gli chiedo se è disponibile a parlarne. «Il mio unico interesse», aggiungo, «è quello di sciogliere alcuni nodi della vicenda, e di ascoltare il suo parere a riguardo». Non mi aspetto alcuna risposta. Invece due giorni dopo Reverberi mi risponde. Mi intima di non andare a trovarlo a Sorbolo per nessun motivo al mondo, ma accetta di parlare via mail. È così che nell’arco di un pugno di giorni abbiamo un fitto carteggio.

Nella prima mail che mi scrive don Franco Reverberi ribadisce di essere stato cappellano militare solo dal 1980 al 1982, e che in quell’epoca «non hanno mai parlato di torture (anche perché era già finito tutto)». La prima cosa che penso leggendo le righe che mi ha inviato è che sono scritte in un singolare miscuglio di italiano curiale e italiano ispanizzato, un miscuglio che pare fotografare appieno una vita in bilico tra due mondi. La seconda è che tra il 1980 e il 1982 non era affatto finito tutto, la dittatura era ancora in piedi.

Poche righe dopo sostiene di essere una vittima, nient’altro che una vittima della «vendetta dei torturati e parenti di desaparecidos» e che dietro le accuse che gli sono state rivolte si nasconde l’obiettivo evidente di stabilire un nesso tra i militari e la Chiesa cattolica. È per questo che «quelli dei diritti umani hanno accusato anche me». È la prima volta in vita mia che vedo teorizzato il concetto di «vendetta dei torturati». Che sia stato o meno nella Casa Departamental, mi è impossibile non pensare che nelle argomentazioni di don Franco si celi un modo compatto di intendere il mondo, i torti commessi e quelli patiti, il rapporto con la Storia e con il male che si annida nei suoi gangli.

Piègati giunco che passa la piena… sembra essere questo l’unico motto che ha regolato la vita di un uomo che ogni tre frasi si dipinge come un «prete di campagna». E difatti, sollecitato da altre mie domande, nella lettera successiva mi scrive: «Non sarà facile capire che noi preti di una piccola diocesi dell’interiore dell’Argentina non avevamo contatti con le grandi città come Buenos Aires, Cordoba, Rosario. Nelle città si viveva un clima politico, ma da noi no. Di montoneros a San Rafael non ho mai conosciuto nessuno. Ripeto che noi non siamo mai stati politicizzati, da noi non c’è mai stato nessun prete del tercer mundo. El interior del pais es absolutamente distinto».

Ribadisce che «adesso l’Argentina vive ancora un clima di vendetta, di rancore, eccetera. La violenza crea la violenza. Per quello che leggo sui giornali continuano le ideologie sia di destra che di sinistra…». Ma poi, prima ancora che io possa contemplare questa perfetta equiparazione tra chi ha instaurato una dittatura e chi ha provato a opporsi finendo nelle celle di una miriade di centri di detenzione illegali, interrompe bruscamente il ragionamento per comunicarmi che deve andare «a celebrare la messa e l’adorazione alle 20,30».

Nelle mail successive cerco di scalfire questo granito compatto. Gli chiedo chi era allora il prete presente alla Departamental, dal momento che è fuor di dubbio che i torturati abbiano comunque visto un prete assistere alle sevizie. Mi risponde: «Con rispetto al cappellano della Polizia di allora, Padre Francisco Tomas Crescitelli, io suppongo (ma sono supposizioni senza fondamento) che se c’era qualche prete, dovrebbe essere stato lui. Lui non ha mai parlato né bene né male della Polizia, né di torture né di desaparecidos. Ha fatto sempre il suo lavoro e non ha mai detto niente. È morto giovane».

Allora gli pongo un’altra domanda: ammesso che lei non abbia visto e sentito niente, neanche tra il 1980 e il 1982 quando il sistema di repressione era ancora in piedi, cosa ha pensato subito dopo, nel 1984, quando i crimini della dittatura sono emersi e sono emerse le storie degli scomparsi? Don Franco non si smuove: «Guardi, io veramente non ho saputo più niente fino al 2010». E qui ho capito che il dialogo non poteva andare avanti. Come è possibile che un parroco che ha vissuto in Argentina continui a sostenere di non aver mai sentito parlare di desaparecidos tra la metà degli anni Ottanta, quando viene presentato il rapporto Nunca mas sulle decine di migliaia di casi di sparizioni, sequestri e torture, e il momento in cui – 25 anni dopo! – viene chiamato a testimoniare? Non si è mai imbattuto – mi chiedo ancora una volta – in un film, in un libro, in una trasmissione tv, in un articolo di giornale?

Nell’ultima mail che mi scrive si dice infine disposto a incontrare le persone che lo hanno accusato, affinché loro possano chiedergli perdono e lui «perdonarli (anzi, internamente li ho già perdonati e prego per loro)». Mi intima per l’ennesima volta di non mettere piede a Sorbolo, prima di concludere con queste parole: «Caro Alessandro, sono stanco, vecchio e ammalato. Vorrei vedere finita questa storia dove io davvero non ci sono stato. Accetto la volontà di Dio, ma è troppo dura, fino a quando? Quando conosceremo la “verità che ci fa liberi”?». Ero stato io a citare per primo quel versetto del vangelo di Giovanni che parla della verità che rende liberi. Lo avevo fatto nella seconda lettera che gli avevo mandato. Ora don Franco, alcuni giorni dopo il primo scambio di mail, la faceva propria rovesciandone il senso. Non avvicinando, bensì allontanando la verità di questa storia come fosse un oggetto indefinito, sperso nell’universo. Sempre più remoto, sempre meno percettibile.

Pochi giorni dopo la sua ultima mail, sono andato ugualmente a Sorbolo, come mi ero promesso di fare fin dall’inizio. Prima di arrivare in paese, sono stato nelle due frazioni in cui negli ultimi anni ha celebrato messa. Prima a Coenzo, un pugno di case in cui vivono 450 abitanti. Una piccola chiesa dalla facciata bianca e gialla sorge alle spalle del «primo monumento al mondo realizzato in ferro battuto» di Peppone e Don Camillo, come si legge su un’insegna. Qui don Franco ha celebrato per un anno dopo il suo ritorno in Italia. Nella sala mensa accanto alla chiesa tre donne stanno apparecchiando una lunga tavolata per una festa che si terrà nel pomeriggio. Scambio qualche battuta con loro. Mi dicono che don Franco è la persona più buona del mondo, che è molto legato a Coenzo perché qui ha ritrovato degli amici della sua infanzia, e che ancora viene a trovarli.

Poi vado a Enzano, frazione ancora più minuta, che conta 250 abitanti. Intorno ci sono solo campi verdi e gialli, appena intervallati da covoni e granai. Fa molto caldo, l’aria è impregnata di un odore persistente di letame. La chiesa è ancora più piccola di quella di Coenzo, e una donna che spunta dalla casa accanto con un mazzo di chiavi in mano si offre di farmela vedere. È qui – apprendo dagli orari affissi in bacheca – che don Franco ha celebrato l’adorazione la sera che ha interrotto bruscamente la mail che mi stava scrivendo.

Quando arrivo a Sorbolo, dopo aver passato la mattina nelle frazioni circostanti, mi sembra una grande città. Sui due lati opposti della piazza centrale ci sono il municipio e la parrocchia. È quasi ora di pranzo, il portone d’ingresso è ormai chiuso. Alle spalle della chiesa sorge la canonica, un palazzina tozza che forma con il retro della costruzione principale una sorta di staffa di cavallo. Sul citofono, vedo scritto «Ufficio parrocchia», «Abitazione don Aldino» e poi, in fondo, «Abitazione don Franco». Aspetto qualche minuto lì davanti, poi premo il tasto su cui è indicato il nome di Reverberi. Non risponde nessuno. Riprovo ancora una volta, ma niente. Allontanandomi nello spiazzo assolato, mi volto a guardare le persiane appena socchiuse.

Il 30 giugno 2016 la Diocesi di Parma emette un comunicato laconico: «A fronte della rinnovata diffusione di notizie non vere e tendenziose circa la presunta, quanto inesistente, complicità di don Franco Reverberi nelle torture ai prigionieri durante la dittatura argentina, ci preme ribadire la totale estraneità ai fatti di don Franco».

[Illustrazione in apertura di Koen Ivens]

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