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1 dicembre 2017

Il gattopardismo della rivoluzione russa

L’Unione Sovietica dialogò con Washington garantendo al mondo qualche decennio di pace. Ma al potere è rimasta la nomenklatura di sempre

Sergio Romano

 ► Dal numero del 1 dicembre in edizione digitale

Per una straordinaria coincidenza è toccato al giornalismo americano verificare e «omologare» gli avvenimenti rivoluzionari russi. Vi fu una rivoluzione a Pietrogrado nell’ottobre del 1917 perché lo disse al mondo John Reed, autore di un libro famoso, I dieci giorni che sconvolsero il mondo. Le cose andarono così.

Reed era allo Smol’nyj nella notte fra il 24 e il 25 ottobre quando Lenin si fece strada fra le gente assiepata nella sala da ballo del grande collegio imperiale costruito da Quarenghi nel 1808, e prese la parola per annunciare al mondo che «si era appena compiuta la prima grande rivoluzione socialista». Era presente anche Trockij che, quando scrisse la sua storia della rivoluzione bolscevica, ammise di non ricordare le parole di Lenin. Ma aggiunse subito che se Reed, di cui erano apparsi nel frattempo i Dieci giorni, le aveva udite, Lenin si era certamente espresso in quel modo.

Per la verità Reed, come scrisse più tardi Nadežda Krupskaja, moglie di Lenin, non parlava e non capiva il russo. Ma il «Grande Ottobre Rosso» aveva ormai il suo testimone e cantore. Quello che era accaduto non era un colpo di mano al vertice dello Stato, realizzato con l’aiuto di una piccola guardia di «svizzeri» passati al nemico (un battaglione di fucilieri estoni). Non era un colpo di mano eseguito un anno dopo con lo scioglimento della Assemblea Costituente. Era una rivoluzione…

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L’occhio della Cnn
Qualcosa del genere è accaduto a Mosca nell’agosto del 1991. In questo caso la parte che nell’ottobre 1917 fu di John Reed, è stata recitata dalla Cnn. Sono le telecamere della grande rete televisiva americana l’occhio della storia che ha trasformato un putsch in un evento popolare, E’lcin in un leader democratico e il popolo di Mosca nel protagonista di una grande battaglia per la libertà.

Di quella vicenda abbiamo visto o immaginato ciò che la Cnn ci suggeriva di vedere o immaginare: i carri armati della brigata Tioplistan che si dirigono verso il centro della città, bloccano il ponte sulla Moscova e si dispongono a semicerchio intono alla sede del Soviet Supremo della Repubblica russa. Abbiamo visto El’cin mentre sale su un carro armato, stringe la mano di un carrista, legge alla folla un breve proclama. Abbiamo visto i ragazzi di Mosca che sfidano il coprifuoco, sbandierano lenzuola di fronte alle torrette dei carri armati, improvvisano una festosa fiaccolata nella notte decisiva fra il 20 e il 21 agosto, salutano la vittoria con un tripudio di bandiere bianco-rosso-blu.

Ci vollero alcuni mesi perché un grande pittore, Delacroix, desse alla storia l’icona della rivoluzione del 1830 con un quadro – La Liberté guidant le peuple – che fu esposto al Salon del 1831. Sono bastate poche ore nell’agosto del 1991 perché alcune icone rivoluzionarie diffuse dalla televisione americana – El’cin su un carro armato, El’cin dietro lo scudo dei pretoriani sui gradini della Casa Bianca, una donna in lacrime davanti ai soldati – annunciassero al mondo, come Lenin dalla tribuna dello Smol’nyj, che il popolo aveva sconfitto i putschisti e la Russia aveva fatto la sua terza rivoluzione democratica dopo quelle del gennaio 1905 e del febbraio 1917.

 

Obbedire a chi?

La realtà è alquanto diversa. Quello della banda degli otto non è stato un vero putsch. Gli otto erano lo Stato sovietico e hanno fatto esattamente ciò che avevano pubblicamente raccomandato al paese nei mesi precedenti. Volevano conservare l’Unione Sovietica e temevano, non senza ragione, che le riforme di Gorbachev ne avrebbero provocato la fine.

Hanno fallito, in realtà, proprio perché non hanno fatto un vero colpo di Stato, perché hanno creduto che le cinghie di trasmissione si sarebbero messe in moto spontaneamente non appena gli ordini di Mosca fossero arrivati sulla scrivania dei comandanti e dei funzionari a cui erano indirizzati.
Era sempre stato così, da Lenin a Gorbachev. Perché non doveva essere così ancora una volta?

È accaduto invece che quei comandanti e quei funzionari preferissero aspettare. Dagli avvenimenti dei mesi precedenti hanno tratto la convinzione che non vi era più in Unione Sovietica un potere evidente e riconoscibile da cui attendere pazientemente ordini, punizioni e ricompense. Gorbachev non ha realizzato le sue riforme, ma ha certamente inceppato il sistema sovietico e privato ogni apparatchik, politico o militare, dei punti di riferimento a cui era abituato. Occorreva ubbidire, naturalmente. Ma a chi?

Con una sorta di spontaneo e diffuso buon senso, migliaia di ufficiali e funzionari hanno deciso di aspettare. È cominciato così a Mosca e a Leningrado un duplice assedio. I putschisti assediavano El’cin aspettando che capitolasse sotto la minaccia delle divisioni corazzate; e El’cin resisteva all’assedio nella speranza che l’esercito non avesse il coraggio di attaccare.

L’arbitro di questo duello incruento è stato la maggioranza silenziosa dell’apparato politico militare. Non ha fatto nulla, ma il nulla, in quelle circostanze, ha giovato a El’cin. Quando è stato chiaro che il Comitato di emergenza non era in grado di farsi obbedire, la manovra è fallita. Come in un gioco d’azzardo, chi apre deve dimostrare di «avere carte». Non appena si è capito, nella giornata del 21 agosto, che i putschisti non ne avevano, gli «attendisti» hanno ricominciato a obbedire: ma a El’cin, non ai vecchi, screditati dirigenti del Comitato di emergenza.

 

Un ordinato «trasloco»

Di qui per l’appunto quella sensazione di ordinato «trasloco» che mi ha colpito sin dal mio arrivo a Mosca nella prima settimana di settembre. La polizia, le forze armate e lo stesso kgb non erano stati spazzati via dalla valanga rivoluzionaria. Avevano semplicemente atteso l’esito di un duello al vertice del potere.

Rileggo queste parole (scritte nel 1991, ndr) e ho l’impressione che possano servire a comprendere la Russia post-sovietica. Se non vi è stata rivoluzione non è sorprendente constatare che non vi è stato cambiamento di classe dirigente. Quasi tutte le persone che hanno esercitato il potere in Russia e nelle repubbliche nate dalla disgregazione dell’Urss appartenevano alla nomenklatura dello Stato sovietico. I responsabili del putsch sono stati processati e condannati a parecchi anni di prigione; ma sono stati amnistiati cinque anni dopo.

Michail Gorbachev è uscito dal Cremlino per installarsi con la sua Fondazione in un grande edificio del Leningradskij Prospekt. Alcune grandi istituzioni del regime hanno cambiato il loro nome, ma continuano a formare la classe dirigente del paese. Il kgb (ora Servizio federale della sicurezza) prepara giovani agenti che non perdono l’occasione per rivendicare orgogliosamente la loro discendenza dalla Cheka di Feliks Dzeržinskij. Il mgimo (acrononimo russo dell’Istituto Statale di Mosca per le Relazioni Internazionali) educa e seleziona, come in passato, i futuri diplomatici. L’Accademia della Scienze resta fedele alle sue tradizioni e ai suoi riti.

Tutte queste istituzioni hanno dovuto rivedere il loro stile e il loro modo di operare. Ma la continuità è evidente. Esiste certamente un nuovo ceto sociale cresciuto rapidamente dopo la privatizzazione delle imprese statali. Ma parecchi oligarchi provengono dalle file del Komsomol, acronimo russo della Unione comunista leninista della gioventù pansovietica: l’organo che selezionava i futuri dirigenti del partito.

 

Putin è l’erede dell’Urss

L’apparizione di Vladimir Putin nella vita politica russa, quindi, è perfettamente nella norma. Sa che il comunismo è defunto e considera Lenin probabilmente un personaggio ingombrante. Ma l’Unione Sovietica non fu soltanto la casa madre del comunismo mondiale. Soprattutto dopo la morte di Stalin fu anche una grande potenza euroasiatica, erede della Russia prerivoluzionaria e protagonista di un dialogo con Washington che ha garantito al mondo qualche decennio di pace. Di questo patrimonio Putin vuole essere il restauratore e il conservatore.

 

*Il testo è tratto dal Diario di Sergio Romano (ambasciatore a Mosca dal 1985 al 1989) pubblicato sul n. 80 di Nuovi Argomenti

[Foto in apertura Mashid Mohadjerin / Redux / Contrasto]

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