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30 novembre 2017

Quando la marcia non è vittoriosa

Ha conquistato il Paese, avviato importanti riforme, distrutto i partiti tradizionali. Ma la promessa di creare una nuova realtà politica dal basso non l’ha mantenuta

Leonardo Martinelli

 ► Dal numero del 1 dicembre in edizione digitale

Parigi – Dov’è finito En Marche!? Sì, il movimento creato da Emmanuel Macron il 6 aprile 2016. E che l’ha accompagnato durante la campagna (trionfante) delle presidenziali. Doveva rappresentare il superamento dei partiti tradizionali: emanazione della società civile, movimento partecipativo, un’organizzazione orizzontale…

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Abbiamo un segretario

Lo scorso 18 novembre, a Lione, il consiglio nazionale di La République en Marche (è il nome ufficiale per il movimento che non è ancora diventato partito) ha eletto il proprio segretario generale chiudendo il tempo della direzione collettiva in piedi fino ad allora. Si tratta di Christophe Castaner, 51 anni: un lungo passato da socialista prima di accodarsi al futuro cavallo vincente in tempi non sospetti), l’accento del Sud, vagamente “piacione”. Ma soprattutto l’unico candidato designato dal “capo” ed eletto ad alzata di mano all’unanimità dall’assemblea. Manco fosse quella del Partito comunista cubano. Alla faccia dell’orizzontalità.

Ecco, se Macron è riuscito a distruggere il sistema politico tradizionale e a passare attraverso i primi mesi del suo mandato con una buona dose di abilità ed efficienza, non è stato proprio “costruttivo” per quanto riguarda un nuovo modello di partito o movimento che sia. En Marche!? Non se ne parla più e i marcheurs che popolavano strade e mercati durante la campagna delle presidenziali sono scomparsi. Sembra che la nomina del fedelissimo Castaner – finora era portavoce del governo – abbia l’obiettivo di rilanciare il movimento.

Intanto la popolarità di Macron sta un po’ risalendo, sebbene resti bassina: oscilla ancora intorno al 40%. In una recente inchiesta di Viavoice il 65% degli intervistati ha detto che con la politica del giovane presidente ci perderà. Detto questo, tutte le Cassandre che prevedevano manifestazioni in piazza, soprattutto contro la riforma del mercato del lavoro, una sorta di Jobs Act francese, sono state smentite. Macron è andato avanti a ritmi serrati, procedendo anche al grosso delle riforme fiscali promesse in campagna (in sostanza un forte alleggerimento delle tasse sulle società e sui ricchi, nella speranza che i loro soldi vengano rimessi in circolo nell’economia).

Forse rassegnati e stufi dell’immobilismo delle gestioni precedenti, i francesi non hanno protestato (in realtà, se vogliono, ci possono riuscire molto bene). I sondaggi indicano che non sono contenti, ma accettano. Forse vogliono pure concedere un po’ di tempo a Macron, vedere se le cose miglioreranno davvero: metterlo alla prova. Lui va avanti spedito. E se lo può permettere. Alle legislative del giugno scorso, subito dopo le presidenziali, sulla scia della sua vittoria e grazie a un sistema elettorale maggioritario a due turni, En Marche! ha conquistato la maggioranza assoluta dell’Assemblea nazionale. Vi sono sbarcati qualche transfuga della destra e della sinistra approdati al movimento (non proprio le più spiccate personalità) e soprattutto tanti esponenti di quell’indefinita società civile lodata dal presidente, in gran parte liberi professionisti. In ogni caso, una maggioranza molto obbediente. Che si ritrova a monopolizzare dibattiti assai noiosi in Parlamento.

 

Il deserto intorno

Al di fuori di quel blocco, la sinistra è collassata. E già lo era durante la campagna delle presidenziali. Una parte dell’elettorato della gauche è stato il primo a essere conquistato (anche in mancanza di altro) dal centrismo rassicurante di Macron: il Partito socialista è quasi scomparso. Poi, arrivato al potere, il presidente ha pensato bene di distribuire contentini a destra (proviene dai Repubblicani il premier, il moderato Edouard Philippe, e così anche i ministri più importanti, come Bruno Le Maire all’Economia).

Questo sta contribuendo alla spaccatura dello schieramento conservatore tra i repubblicani che hanno deciso di avvicinarsi a Macron (che sull’economia e non solo realizza praticamente il programma di François Fillon, il candidato sconfitto alle ultime elezioni) e i pochi che restano all’interno del partito e che sceglieranno il loro nuovo presidente a dicembre. Il favorito è Laurent Wauquiez, che occhieggia a un populismo sovranista che potrebbe contribuire a un’ulteriore ghettizzazione del partito nella destra estrema. Insomma, Macron è riuscito in meno di un anno a far esplodere i due grandi filoni tradizionali della politica francese, quello socialista e il neogollista.

 

Ma l’alternativa non c’è

Ma il presidente aveva anche promesso un’alternativa, un nuovo modo di fare politica. In Révolution, il suo libro-manifesto, pubblicato prima di presentarsi alle presidenziali, scriveva che «se i partiti non si trasformano, la rappresentatività al Parlamento non servirà a niente» e «per far rivivere i partiti, bisogna che ritrovino la loro ragione d’essere: formare, riflettere e proporre ». Ecco, questa promessa «costruttiva» il nostro non l’ha ancora mantenuta. All’Assemblea nazionale si propone ben poco, piuttosto si obliterano provvedimenti decisi nello stretto entourage del presidente-monarca, in seguito ben formattati dai singoli ministri. D’altra parte fra i nuovi deputati poche facce si sono imposte all’interesse dell’opinione pubblica. Forse Pierre Person, consulente d’impresa nella vita precedente, o Laetitia Avia, avvocatessa. Entrambi giovani e con una discreta parlantina, vengono inviati a parlare con i media. Per dire quello che suggerisce il capo.

Lex Paulson è uno specialista americano che ha lavorato nell’ombra per le campagne di Obama ed è poi stato consulente di Macron durante le presidenziali. Lo è ancora per En Marche! e vive da qualche anno a Parigi. Proprio in questi mesi sta elaborando con il movimento una serie di mooc (massive open online course), corsi in rete (anche sull’utilizzo di Internet o su come realizzare e organizzare un progetto civile), che rappresentano quella parte «formativa» cui Macron tiene così tanto. Paulson ha bazzicato la nuova sede del movimento, non lontano dall’Opéra. E nei giorni scorsi ha dichiarato pubblicamente che En Marche! «deve resistere a quello spirito Luigi XIV così francese che consiste nel centralizzare tutto e decidere solo a Parigi ».

 

Prime defezioni

Sulla carta gli aderenti al movimento sono quasi 400 mila. Ma in realtà basta fare qualche click sul suo sito per iscriversi, senza pagare una quota. Ed è quindi difficile capire quanti siano i veri e attivi marcheurs. Secondo la radio Rtl una sera di metà novembre, per assistere a un dibattito che precedeva il consiglio nazionale di Lione, si sono collegati in 270. In quei giorni un centinaio di aderenti, delusi, ha pubblicamente abbandonato En Marche!. Tra questi Michel Coste, referente locale dell’Ardèche, nel profondo Sud. «Non è più un partito democratico – ha detto –, ma somiglia più a un sistema oligarchico. Macron ci aveva promesso un movimento orizzontale e dalle idee ascendenti dalla base verso l’alto. Invece, ci siamo ritrovati con un partito verticale e discendente». Dove è il re a decidere, ad esempio, l’unico candidato all’elezione interna di segretario generale.

In parallelo En Marche! non porta avanti un dibattito per definire meglio un corpus ideologico, ma quella forse è la volontà del «re», che ha bisogno di procedere con un colpo al cerchio e uno alla botte, alla democristiana, per andare avanti, in bilico fra destra e sinistra. Insomma, meglio restare vaghi…

«Macron si è installato sul blocco centrale, che è quello più instabile di tutti», osserva Thomas Guénolé, politologo, vicino agli Insoumis di Jean-Luc Mélenchon. Lui ci va giù duro. «Per gli italiani il fenomeno Macron è facile da capire, perché assomiglia molto a Berlusconi. Anche lui è partito da zero, è arrivato dal settore privato e utilizza i metodi di funzionamento di una grande impresa, applicati alla politica. E poi è circondato da un nucleo di fedelissimi e ha un approccio autoritario rispetto al suo movimento». Sulle idee, ammette che «Berlusconi, almeno sui temi di società, è più a destra di Macron».

Per Guénolé, invece, nessun parallelo è possibile tra i marcheurs e i grillini. «Il movimento 5 Stelle ha incluso nella sua ideologia la democrazia diretta e partecipativa, mentre questa componente è del tutto assente in En Marche!». Macron ha distrutto e può anche andare bene : ci voleva. Ma quando costruirà qualcosa di nuovo?

 

[Foto in apertura di Joel Saget / Getty Images]

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