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30 novembre 2017

Germania «ora zero»

Nuove elezioni o "grosse koalition", il risultato non cambia. L’ingovernabilità del Paese evidenzia che siamo al punto d’inizio di una nuova catena di eventi

Barbara Ciolli

 ► Dal numero del 1 dicembre in edizione digitale

Il 23 novembre 2017, per la prima volta in settant’anni di storia, il magazine der Spiegel ha anticipato di due giorni la sua uscita con la copertina sull’«ora zero» della cancelliera Angela Merkel. Mai in Germania si era verificata una crisi così grave da richiedere di essere subito analizzata e narrata, ha spiegato il direttore Klaus Brinkbäumer. «Ora zero» nel gergo militare tedesco indica il punto d’inizio di una nuova catena di eventi. Ma in Germania per «ora zero» si intende soprattutto, l’ora della resa incondizionata dell’8 maggio 1945: storicamente lo spartiacque tra il Terzo Reich e la Repubblica federale…

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La cancelliera in carica da 12 anni, rieletta per il quarto mandato ma senza una maggioranza in parlamento – dopo quasi due mesi di negoziati dalle legislative del 24 settembre –, si trova isolata in un momento di discontinuità che ha tutte le premesse per avviare una parabola discendente anche per lo Stato leader dell’Unione europea (Ue).

Mai prima di quest’autunno, nella Repubblica tedesca era neanche accaduto che si dovessero aprire consultazioni con il capo dello Stato per risolvere la manifesta ingovernabilità del Paese e per scongiurare, nelle intenzioni del presidente Frank-Walter Steinmeier, un nuovo voto entro la primavera. «La Germania è in ritardo rispetto ad altri Stati europei», spiega a pagina99 il sociologo Alessandro Dal Lago, autore del volume Populismo digitale (Raffaello Cortina Editore, 2017), «ma anche a Berlino emerge una decomposizione politica, che ha alla base il fallimento dell’integrazione nell’Ue. Nessun Paese membro si è rivelato realmente pronto a questo processo».

«Alimentati da un populismo ormai globalizzato per la sua forma di propagazione virale in Rete – continua il sociologo – aumentano gli elementi di decomposizione negli Stati europei, con focolai di conflitto di vecchi e nuovi nazionalismi: in Spagna come in Belgio, in Gran Bretagna, in Irlanda e in altri Paesi». Anche in Germania sarà impossibile, a breve e a medio termine, un ritorno alla stabilità politica. Nella migliore ma tutt’altro che scontata delle ipotesi (tra i socialdemocratici della Spd si stima un 50% di riuscita delle trattative), una grossa coalizione con i cristiano-democratici (Cdu-Csu) di Merkel darà all’estrema destra di Alternative für Deutschland (AfD), xenofoba e anche nostalgica del nazismo, lo status di prima forza d’opposizione in parlamento, appena dopo il suo storico ingresso con 92 seggi, davanti a liberali (Fpd), sinistra radicale (Linke) e Verdi.

Un’inchiesta del quotidiano Frankfurter Allgemeine Zeitung ha appena rivelato la coproduzione di un documentario antisemita, tra il 2001 e il 2003, da parte del vice-capogruppo al Bundestag di AfD Peter Felser: un altro dei diversi deputati del movimento accusati di apologia di nazismo e vicini ad ambienti neonazisti. L’alternativa è un governo di minoranza dei cristiano-democratici insieme ai Verdi, con l’indispensabile appoggio esterno dei socialdemocratici (Spd) per i 42 seggi mancanti alla coalizione. Oppure, in caso di naufragio dei colloqui tra Spd e Cdu-Csu, si dovrà andare a elezioni anticipate, entro 60 giorni da un ipotetico scioglimento del Bundestag da parte del capo dello Stato.

Metà dei socialdemocratici non li voleva: la sezione giovanile è in rivolta e anche buona parte della base imputa la forte perdita di consensi del partito (è al 20,5%, il minimo storico dalla nascita della Repubblica) all’aver governato a lungo e da subalterni con Merkel. Dopo diversi no categorici, il leader della Spd Martin Schulz ha puntualizzato di aver aperto a una convivenza forzata, ma solo in risposta al «drammatico appello del presidente della Repubblica» e a patto di sottoporre al voto degli iscritti l’eventuale accordo.

Con la cancelliera Schulz ha un pessimo rapporto, soprattutto dalla campagna elettorale. Il suo progetto politico era riportare a sinistra i socialdemocratici, che nel parlamento neo-insediato si scontrano con la Cdu-Csu stando di fatto all’opposizione, pur partecipando ancora con dei ministri al governo bipartisan: tecnicamente in carica fino a un nuovo esecutivo, ma senza maggioranza in parlamento.

Un quadro schizofrenico, come anche le dichiarazioni della cancelliera, criticata anche da una parte crescente del suo partito. In un’intervista alla tivù pubblica Merkel ha affermato di «preferire un nuovo voto a un governo di minoranza». Poi, riunito il partito, si è espressa per un «governo di minoranza» in caso di fallimento con i socialdemocratici, ai quali ha chiesto «negoziati seri e approfonditi» ma premettendo di «non essere disposta a tutto» perché la «base per il governo resta il programma della Cdu-Csu».

Anche i cristiano-democratici devono fare i conti con la performance più bassa (32,9%) dalle prime legislative democratiche nel 1949. La mancanza di flessibilità delle rispettive posizioni, non ultimo per lo choc del recente voto nazionale non ancora accettato e assimilato, rischia di aumentare l’avvitamento.

La prospettiva della frammentazione politica e di artificiali governi di salvezza nazionale è quindi attuale anche in Germania. «Nei Paesi occidentali è davvero molto difficile che una forza di estrema destra populista superi il 20-25%», spiega ancora Dal Lago. Che precisa: «Questi movimenti prendono piuttosto corpo come minoranze consistenti. Anche AfD, come gli altri partiti populisti, ha usato bene la forte propaganda su Internet per canalizzare voti ma resta complessivamente al 12-15%».

Certo una nuova grande coalizione non favorirà i socialdemocratici, svuotati di politiche difformi dai conservatori di Merkel: la Spd è il partito più in flessione negli ultimi sondaggi, al 19%. Der Spiegel, che per l’orientamento progressista è anche un buon rilevatore del clima e delle evoluzioni tra i socialdemocratici, in un editoriale si chiede che fine farà («al 19%? 17%? 15%?»), al prossimo voto tedesco del 2021 o anche prima, il partito di Karl Marx con 150 anni di storia, tra i più grandi, vecchi e importanti d’Europa.

[Foto in apertura di David Klammer / Laif / Contrasto]

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