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30 novembre 2017

Così Walmart tutela il consumo

Il piano è di adattare la blockchain alle esigenze di tracciabilità della filiera produttiva

Gabriele De Palma

 ► Dal numero di pagina99 dal 24 novembre e in edizione digitale

Tra gli scaffali dei supermercati Walmart si aggirano in queste settimane degli ingegneri di Ibm. Non stanno facendo la spesa ma mettendo a punto l’ultima soluzione che il colosso della grande distribuzione ha in mente per tutelarsi dai prodotti contaminati e, ancor più, dal danno di immagine e dal crollo delle vendite che puntualmente ne conseguono. I dati diramati qualche tempo fa dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) parlano chiaro: ogni anno nel mondo 600 milioni di persone accusano malanni causati dal cibo contaminato, e di questi più di 400 mila non riescono a sopravvivere…

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L’attuale sistema di certificazione della filiera produttiva è farraginoso e non codificato, in parte su carta, in parte in digitale, formulato spesso in lingue diverse. Insomma una babele di tessere che richiede qualche giorno, a volte settimane, per essere ricomposta. Giorni in cui i consumatori si muovono con molta cautela, giorni in cui crollano le vendite della tipologia di prodotto contaminata e più in generale il numero di clienti nei supermercati.

Walmart si è mossa col solito largo anticipo rispetto ai concorrenti, e in estate ha aggregato un consorzio di produttori, di cui fanno parte i colossi del food come Nestlé e Dole, e assoldato Ibm come partner tecnologico. Il piano è di adattare la blockchain sviluppata da Big Blue, tra le più solerti ad appropriarsi dell’innovativa tecnologia che sta alla base di bitcoin, alle esigenze di tracciabilità della filiera produttiva.

Ogni fornitore, dall’agricoltore locale alla multinazionale svizzera, annoterà sul registro pubblico distribuito i dati di ogni prodotto. Questi dati, immodificabili una volta registrati, verranno aggiunti alla consuete informazioni in etichetta e, al presentarsi di un problema con qualsiasi alimento, permetteranno di scoprirne la provenienza andando a consultare la blockchain. Individuato il lotto contaminato, tutti i prodotti provenienti dalla stessa partita saranno eliminati e i clienti potranno fare la spesa in totale sicurezza.

Nelle aspettative del management di Walmart la blockchain non solo consentirà una precisione chirurgica nell’eliminazione dei prodotti contaminati, ma anche una rapidità di esecuzione oggi sconosciuta. Si dovrebbe passare dai diversi giorni necessari oggi, a pochi minuti.
La blockchain in questo caso è mutuata non da Bitcoin ma da Ethereum, e quindi consente che vengano scambiati dati e informazioni, tramite la formula degli smart contracts.

In tre mesi è stata allestita la piattaforma che in questi giorni ha iniziato la prima fase di test su prodotti realmente sugli scaffali dei punti vendita Walmart. Uno dei prodotti è il maiale proveniente dalla Cina, l’altro è ignoto, si sa solo che è confezionato e ha il marchio di una multinazionale. Nonostante il numero limitatissimo di prodotti, il test sarà affidabile in considerazione dell’enorme numero di punti vendita interessati, che servono 260 milioni di statunitensi ogni settimana e sono diffusi capillarmente su tutto il territorio.

Il responsabile della sicurezza dei prodotti alimentari di Walmart, Frank Yiannas, gongola all’idea di riuscire a risparmiare tempo, limitare l’eliminazione ai soli prodotti realmente contaminati (senza sprecare cibo sano), e salvaguardare la salute dei consumatori e la loro fiducia nei distributori. Ma questi vantaggi, di per sé notevoli, potrebbero essere solo i primi assicurati dal registro pubblico condiviso. Una volta andata a regime la blockchain, sarà facilmente possibile integrare altri servizi di certificazione oltre a quelli che permettono di eliminare il cibo contaminato. Le certificazioni bio, o perché no, quelle relative al trattamento dei lavoratori.

[Foto in apertura Jemima Kelly/ Reuters /Contrasto]

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