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25 novembre 2017

Uno vale uno, la fase Grillo di Berlusconi

In Francia il fronte moderato ha isolato la formazione oltranzista di Le Pen. In Italia invece flirta con gli estremismi: da Casapound alla Lega, ogni destra è un voto

Flavia Perina

 ► Dal numero di pagina99 del 24 novembre in edizione digitale

«Credere, obbedire, combattere», dice Silvio Berlusconi in grande spolvero da Bruno Vespa, e tu capisci che si ricomincia da capo. Molti temono una deriva estremista del Cavaliere ma io vorrei rassicurare: il campo dell’estremismo è già troppo affollato perché Berlusconi si vada a impigliare lì.

Assocerà gli ultras, come fa fin dal ’94 con suprema disinvoltura, utilizzerà le loro energie per drenare aree elettorali che gli sono interdette, e amen. Il “voto di pancia” che gli interessa è un altro: gli anziani e le anziane, la piccola impresa, le partite Iva, il pubblico di Striscia e di Barbara D’Urso, le carissime casalinghe, persone che già lo adorano così come è e devono essere solo convinte a tornare ai seggi. Fra l’altro, a dieci anni esatti dalla fondazione del Popolo della Libertà e del famoso predellino (San Babila, 18 novembre 2007) Berlusconi appare decisamente stufo di elaborare strategie, programmi, di tirar fuori idee…

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Copia e incolla

Nei primi discorsi dopo il ritorno sulle scene ha parlato di abolizione della tassa di successione, del bollo auto, persino dell’Imu sulla prima casa (un’imposta che non c’è più da anni), di pensioni minime a mille euro, rimettendo in campo più o meno le stesse proposte delle ultime tre campagne elettorali. Anche il suo schema di gioco è sempre lo stesso: destra più Lega più briciole, cioè il partito democristiano di Rotondi e il partito animalista della Brambilla, cose di cui si parla dal 2008. Chi glielo fa fare di cambiare registro? E perché dovrebbe tentare l’azzardo della svolta estremista quando in curva ha già Matteo Salvini e Giorgia Meloni che lavorano per lui?

 

Battute e fasci littori

I giochi di parole sul fascismo sono il suo modo di rassicurare chi lo ama e di dirgli: non sono cambiato. Peraltro l’evocazione mussoliniana l’ha sempre usata secondo convenienza: un anno l’elogio al Duce («fece anche cose buone»), l’anno dopo l’uso del termine «ex-fascista» come un insulto per affossare la candidatura della Meloni a Roma e imporre il suo Guido Bertolaso. L’estremismo per Berlusconi è un giocattolo.

Nel 2008 benedisse la scissione de La Destra di Francesco Storace, e gli spedì la sua front-woman Daniela Santanchè come supporter d’eccellenza immaginando un rassemblement dell’estremismo (aderiranno anche il Fsn di Adriano Tilgher, Forza Nuova di Roberto Fiore e Fiamma Tricolore di Luca Romagnoli). Quando i voti non arrivarono, si riprese la Santanchè, la fece sottosegretario per ricompensarla, e ciao a tutti.

 

Insieme alla Lega

Con la Lega, stesso andirivieni: Bossi «totalmente inaffidabile» un giorno e fratello di sangue il giorno dopo. Insomma: la deriva oltranzista viene attivata se conviene, sparisce quando non porta risultati. Più che deriva, è una calcolatissima marea che si alza e si abbassa a misura di sondaggio. Anche per questo tutti i tentativi di trasferire in Italia il modello francese, e cioè il cordone di sicurezza che ha isolato la destra oltranzista di Marine Le Pen rendendola impraticabile e non-alleabile, sono miseramente falliti. Come molte altre cose, da noi anche le contaminazioni con l’ultradestra – e l’ultradestra stessa – sono preparazioni all’amatriciana, alle vongole, non fanno paura a nessuno, e l’allarmismo dei media sul “rischio democratico” si scontra contro una convinzione interiorizzata da molto tempo: «Vabbè, al lupo al lupo lo gridate da vent’anni, ma ‘sto lupo dov’è? Noi non l’abbiamo visto mai?».

 

L’estremismo del potere

L’unico estremismo che il Cavaliere ha coltivato con costanza e grandissima competenza nel suo ventennio è l’estremismo del potere, e cioè l’idea che la politica sia niente senza potere. I suoi veri ultras sono i Verdini, i De Gregorio – al limite, e assai più in basso nelle gerarchie, i Razzi e gli Scilipoti – cioè chi condivide fino in fondo la propensione a “farsi imprenditore di se stesso” anche in politica, soprattutto in politica, e l’idea che le bandiere siano solo il metro di stoffa in cui si avvolge l’ambizione personale.

«Credere, obbedire, combattere», dice il Cavaliere, ma in realtà il motto suo è «Vincere Necesse Est»: nella inaspettata opportunità che gli ha assegnato la prossima campagna elettorale solo a questo penserà e solo a questo si dedicherà. Proprio per motivi pratici, funzionali, l’ultima curva di Silvio Berlusconi pare segnata da un passaggio diametralmente opposto all’estremismo, riassumibile nel vecchio aforisma di Pitigrilli: si nasce incendiari, si muore pompieri.

 

Che destra farà

L’adolescenza politica del Cavaliere è stata densa di fervore guevarista, una corsa con «un fuoco dentro al cuore», come diceva l’inno di Forza Italia scritto da lui personalmente: la rivoluzione liberale, il milione di posti di lavoro, le “Tre I” per la scuola (inglese, Internet, impresa), il sistema fiscale rovesciato come un guanto per abbassare al 33 per cento le tasse portate alle stelle da una sinistra «che ha messo il Paese in ginocchio». Quel piglio fuori dal canone, l’anomalia dell’outsider sceso da Arcore come dalla Sierra Maestra, le bandane, le corna in pubblico, il pane-al-pane nelle invettive contro i suoi nemici, hanno sorretto il mito del Presidentissimo per tanto tempo fino a trasformarlo in rockstar, qualcosa tra Evita Peron e Mick Jagger.

L’odierna resurrezione è affidata a messaggi di segno opposto. Dudù. L’aranciata bevuta da McDonald’s. Gli agnellini a Villa Certosa. «Pensioni, il Piano Berlusconi», come titolava qualche giorno fa Il Giornale. È arrivato il momento dei pompieri. Berlusconi pompiere. Ecco il prossimo progetto. L’estremismo del potere non prevede battaglie inutili, e quindi il Cavaliere non perderà tempo a lavorarsi fasce elettorali già perse da un paio di elezioni. Lui non è toccato dall’idea di riprendersi i voti perduti che ossessiona la sinistra.

 

Giovani perduti

I giovani, che pure lo votarono in massa al suo debutto politico, sono perduti. Gli abitanti dei grandi centri metropolitani, pure. E comunque, anche se quell’elettorato fosse in qualche modo ricontattabile, a 81 anni Silvio non può fare il Macron. Chissà, se avesse l’età di Matteo Salvini o di Luigi Di Maio ci proverebbe pure a rimettere la giacca camouflage del guerrigliero e a farsi strada nel mondo degli imperativi categorici, ma ha il doppio della loro età. E anche il doppio della loro furbizia.

L’unico schema possibile che vede dopo le prossime elezioni è quello di un’intesa con Matteo Renzi, e in quel caso sarà proprio l’anagrafe a fornire la rima baciata, la famosa “narrazione” da regalare al Paese: il giovane rottamatore e il vecchio saggio che stipulano un patto tra generazioni – oltreché tra filiere politiche – per il bene dell’Italia e degli italiani.

 

Uno vale uno

Tranquilli, insomma. Il «credere, obbedire, combattere» più che riferimento ideologico è citazione da vecchio per i vecchi, un «tiremm’innanz» rivolto alla sua generazione. Non abbandonate la partita. Venite a votare. Il resto lo scopriremo soltanto a ridosso delle urne. Berlusconi è un teorico delle campagne elettorali-lampo, combattute nelle ultime due settimane, appena il corpaccione degli indecisi comincia a smuoversi: ha usato sempre questo schema, fino all’ultimissima sfida in Sicilia, quando si è presentato in piazza a tre giorni dall’apertura dei seggi dopo un lunghissimo silenzio, e farà lo stesso in primavera.

La “deriva estremista” la lascerà ai suoi alleati, al limite ai suoi campioni televisivi – Renato Brunetta, Daniela Santanchè, Alessandro Sallusti – che possono sempre essere smentiti. Così come ha lasciato correre le baionette di Umberto Bossi, ignorerà le ruspe di Salvini, o qualsiasi altra fesseria venga in mente al capo della Lega. Coccolerà Giorgia Meloni, che deve portargli i voti di Roma. E se la sinistra riproporrà lo schema visto in questi mesi – l’associare al Cavaliere un qualche “pericolo nero”, il voto di Casapound, il voto dei clan, il voto degli impresentabili di ogni tipo, il razzismo, la xenofobia, l’odio per le donne – si guarderà bene dal prendere le distanze: lo slogan “uno vale uno” lo ha inventato Beppe Grillo ma nessuno lo ha praticato meglio di Berlusconi, che in passato ha difeso persino la P2 («Raccoglieva gli uomini migliori del Paese») e figuriamoci se ha problemi col resto. I voti, a differenza delle azioni, si contano e non si pesano. Tutto il resto è fuffa per i moderati del potere, quelli che ancora lo vedono come un mezzo e non come l’unico fine ammissibile in politica.

 

[Foto in apertura di Paolo Tre/ A3/ Contrasto]

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