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30 novembre 2017

Icone di stile, 111 pezzi facili

Il Moma di New York espone i capi -simbolo degli ultimi cento anni, dalla t-shirt bianca al tubino nero. Un viaggio nell’immaginario dal tono essenziale e analitico

Irene Alison

 ► Dal numero di pagina99 dal 24 novembre in edizione digitale

Nel 1970 Rudi Gernreich, provocatorio stilista creatore del monokini, fu invitato da Helen Blagden, editor della rivista Life, a immaginare cosa avremmo indossato nel futuro. La sua risposta – un body unisex a collo alto da mettere con stivali impermeabili – passava per la lungimirante intuizione che «gli animali che ora forniscono lana, pelliccia e pelli saranno così rari da essere protetti, e la produzione di tessuti come il cotone sarà troppo difficile, quindi la maggior parte dei vestiti saranno realizzati interamente con fibre economiche e sintetiche»…

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Quasi cinquant’anni dopo questa profezia, una mostra – che include anche alcuni pioneristici pezzi del visionario designer dell’utopia unisex – esplora presente, passato e futuro attraverso 111 articoli di abbigliamento che hanno avuto un forte impatto sulla società nel corso del XX e del XXI secolo. Items: Is Fashion Modern?, al Museum of Modern Art di New York fino al prossimo 28 gennaio, è un itinerario che attraversa storia, cultura, design e immaginario partendo da un t-shirt bianca e passando da capi pop come i Levi’s 501 o le Converse All Star ad abiti e accessori densi di significati culturali e religiosi come il sari, la kippah e la kefiah. Esplorati su tre diversi livelli – archetipo, stereotipo e prototipo – i 111 pezzi facili del MoMA si presentano, all’interno dell’esposizione brillantemente curata da Paola Antonelli, nell’incarnazione che li ha resi iconici negli ultimi 100 anni (lo stereotipo) fino a risalire, attraverso approfondimenti o storie personali, all’archetipo storico che sta alla base dell’ispirazione del designer.

Un’accelerazione in avanti completa, in alcuni casi, il percorso: una nuova generazione di creativi e produttori è stata invitata a ripensare le icone, a riprogettarle secondo una nuova sensibilità formale, tecnologica, economica e sociale, tirando un filo invisibile tra il little black dress concepito da Gabrielle Chanel negli anni ’20 e l’abito nero realizzato con la stampante 3D da Jessica Rosenkrantz e Jesse Louis-Rosenberg. Ma non fatevi ingannare: alla scenografica presenza dei tubini neri proposti in cinque varianti fa da contrappunto quella più prosaica del Wonderbra o della panciera Spanx. Niente abiti da sogno, quindi. Siamo lontani dalla spettacolarità e dal glamour delle mostre del Costume Institute del Met, che ha celebrato in questi anni lo straordinario talento di designer come Comme des Garçons e Alexander McQueen.

Il tono scelto dal MoMA è clinico, analitico, essenziale: la luce dei proiettori del sesto piano del museo illumina gli oggetti piuttosto che gli stilisti, le preoccupazioni quotidiane delle donne piuttosto che i loro desideri e le loro aspirazioni, riflettendo sulla capacità della moda di assorbire e veicolare tensioni divergenti di natura funzionale, politica, estetica, identitaria. Ma proprio l’identificazione della moda con le donne e con l’instabilità di un cambiamento costante sono i fattori che hanno tenuto questo linguaggio, per troppo tempo, fuori dalla porta del museo. Il nome scelto per la mostra ripropone, infatti, la domanda che dava il titolo all’esposizione curata nel 1944 dall’architetto Bernard Rudofsky, Are Clothes Modern?, l’unica che il MoMA abbia mai dedicato a questo settore del design. Ma come Items ci ricorda, la moda non è solo effimero elitarismo né tantomeno semplice roba da donne.

Al numero 91 della lista dei 111 c’è la sport jersey, che sembra sprigionare sudore e testosterone. Inizialmente indossata solo dagli atleti, la maglia sportiva è stata adottata dai tifosi negli anni ’70, ha attraversato lo streetwear negli ’80 e alla fine si è fatta strada nella moda mainstream. Tra i quattro esemplari esposti, c’è anche la maglia della nazionale di calcio brasiliana indossata da Pelé nel 1958 e quella da basket appartenuta a Michael Jordan nei Chicago Bulls: feticci, emblemi, simboli universali dell’idea di sport, ancora oggi indossate da milioni di bambini nei polverosi campetti di mezzo mondo. Perché i sogni, a volte, si incarnano in una “semplice” maglietta.

[Foto in apertura di Indianapolis Museum of Art / Lucille Stewart Endowed Art Fund e Thierry Mugler]

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