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27 novembre 2017

Migranti climatici, in fuga dal deserto è peggio della guerra

Il clima sta creando una nuova emergenza umanitaria. Ma la convenzione di Ginevra non concede lo status di rifugiato alle vittime del riscaldamento globale

Luigi Mastrodonato

 ► Dal numero di pagina99 del 24 novembre in edizione digitale

«Duemila, tremila persone». Tanti sono i profughi climatici irregolari in Nuova Zelanda secondo Michael Kidd, avvocato specializzato in diritto delle migrazioni. Vengono dalle isole del Pacifico dove uragani, allagamenti e innalzamento del livello del mare stanno mettendo in ginocchio l’ecosistema e la popolazione locale. Ma l’assenza di un riconoscimento giuridico internazionale del fattore climatico come causa di trasferimento forzato, obbliga chi scappa a vivere, almeno per il momento, nella clandestinità…

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Anni roventi: siccità, tempeste e inondazioni

La questione dei profughi ambientali non è un tema che si può confinare alle sole isole del Pacifico. L’Internal Displacement Monitoring Center denuncia che solo nel 2016 i disastri naturali hanno costretto 24,2 milioni di persone a migrare. E questi dati sono specchio del surriscaldamento globale. Nell’ultimo secolo la temperatura del pianeta è aumentata mediamente di 0,85 °C e buona parte del cambiamento si è verificato negli ultimi 40 anni. Nel 2015 a Parigi è stato previsto di limitare tale incremento a meno di 2 °C sui livelli pre-industriali. Un target che, secondo gli analisti, è di difficile realizzazione.

Uno studio della University of Washington pubblicato su Nature Climate Change, dà al 90 per cento di probabilità un aumento della temperatura media entro la fine del secolo compreso tra i 2 e i 4,9 °C. Già il 2016 è stato l’anno più caldo mai registrato. Nell’estate 2017 abbiamo assistito a eventi meteorologici estremi che non hanno eguali nel passato, l’uragano Irma ad esempio. E in futuro ci dobbiamo aspettare un proliferare di tempeste, siccità e inondazioni. Tutto questo avrà un impatto economico-sociale rilevante e andrà a gonfiare ulteriormente il già imponente flusso dei migranti climatici.

 

Sempre più persone in fuga dal clima

Una ricerca della Cornell University prevede che nel 2060 ci saranno già 1,4 miliardi di rifugiati climatici nel mondo e che nel 2100 cresceranno a due miliardi. Da questo punto di vista sarà determinante l’innalzamento del livello degli oceani, dovuto principalmente allo scioglimento dei ghiacciai. Solo in Groenlandia la loro fusione riversa in mare circa 270 miliardi di tonnellate di acqua ogni anno. In un prossimo futuro verranno cancellati interi tratti costieri, alcune isole saranno sommerse e città come Miami potrebbero scomparire sotto l’Atlantico. Queste le proiezioni e i modelli statistici, ma c’è chi questa crisi la sta già vivendo.

Nel periodo 2005-2015, l’Institute for Environment and Human Security ha condotto uno studio su Tuvalu, nazione insulare polinesiana situata nell’oceano Pacifico, tra le isole Hawaii e l’Australia. Si voleva comprendere la correlazione tra il cambiamento climatico e il boom di migrazioni. Il 97 per cento delle famiglie intervistate ha dichiarato di essere stato colpito da disastri naturali almeno una volta nei dieci anni in esame. Siccità e irregolarità delle piogge erano tra gli eventi più citati, ma anche problemi relativi all’innalzamento del livello del mare come inondazioni e infiltrazioni di acqua salata.

Il 9 per cento delle migrazioni che ha riguardato l’isola tra il 2005 e il 2015 sono state dettate da motivi ambientali. Le proiezioni poi, non sono affatto incoraggianti. Si tratterebbe di un innalzamento tra i 5 e i 15 cm entro il 2030 e tra i 20 e i 60 cm entro il 2090. E, nel caso in cui il cambiamento climatico dovesse peggiorare ulteriormente le loro condizioni di vita, la maggior parte degli abitanti locali considera la migrazione l’unica strategia possibile. Scenari dello stesso tipo si ripetono in altre isole dell’area. Ad esempio nell’arcipelago di Kiribati.

 

Il caso Kiribati

Nel 2014 fece il giro del mondo il caso di Ioane Teitiota. Cittadino di Kiribati, nel 2007 aveva lasciato l’isola per trasferirsi in Nuova Zelanda. Quando nel 2010 gli era scaduto il visto è rimasto insieme alla sua famiglia come irregolare ma presentando richiesta per lo status di rifugiato «sulla base di trasformazioni nella terra d’origine causate da un aumento del livello del mare associato al cambiamento climatico».

La Corte Suprema neozelandese respinse la richiesta perché non sussistevano rischi di persecuzione per razza, religione, nazionalità o appartenenza a specifici gruppi politici, in pratica le categorie su cui si fonda la Convenzione di Ginevra del 1951. La sentenza ha però aperto il tema dello status di rifugiato per i profughi climatici. «Kiribati è un luogo dove si alternano siccità, inondazioni, grandi caldi e contaminazioni delle acque su base regolare. È un posto pericoloso dove vivere», ci spiega Michael Kidd, che ha seguito la sua causa. «Abbiamo una responsabilità sociale verso i Paesi come Kiribati, che stanno lentamente scomparendo sotto le onde».

 

Servono nuove regole per i visti

La storia di Teitioia e della sua famiglia è solo una piccola tessera di un grande mosaico fatto di migliaia di persone giunte in Nuova Zelanda negli ultimi anni, nella quasi totalità dei casi senza ricevere protezione ufficiale. Come mi spiega Alberto Costi, professore di diritto ambientale internazionale alla Victoria University «un’eccezione recente è quella di una famiglia di Tuvalu. Il loro status di rifugiato era stato respinto, ma il Tribunale per l’Immigrazione e la Protezione ha rilevato che i legami familiari con la Nuova Zelanda sarebbero stati gravemente compromessi in caso di espulsione. La famiglia è stata dunque autorizzata a rimanere per circostanze eccezionali di carattere umanitario». Una formula che ha permesso di aggirare l’assenza del fattore climatico nella Convenzione di Ginevra del 1951.

Di fronte al flusso crescente di persone provenienti dal Pacifico, quella della Nuova Zelanda rischia di trasformarsi a breve in una piccola tragedia umanitaria. Ecco perché James Shaw, ministro per il Cambiamento climatico, ha aperto all’introduzione di visti speciali per questioni ambientali. «Nel prossimo futuro ci sarà un afflusso di migranti sempre più grande dalle isole del Pacifico», mi spiega Costi. «E – a meno di un emendamento alla Convenzione sui rifugiati che dubito ci sarà – un visto speciale come quello prospettato potrebbe essere l’unica soluzione possibile».

 

Tutto il mondo è Paese

Ma la Nuova Zelanda non è l’unico fronte. In Mongolia, negli ultimi trent’anni le migrazioni interne per cambiamento climatico hanno riguardato oltre 600 mila persone. Dal 1950 a oggi la temperatura del Paese è aumentata di 2,07 °C, con tutte le conseguenze del caso. In Louisiana l’isola di Jean Charles ha perso il 98 per cento del suo territorio per l’innalzamento dei mari. La totalità della popolazione – a parte 85 persone – se n’è andata.

 

E l’Italia?

«Il nostro Paese è meta di rifugiati climatici che scappano da desertificazione e siccità del centro Africa», ci spiega Valerio Calzolaio, autore di Ecoprofughi (Nda Press, 2010). «Ma anche l’Italia è affetta dai fenomeni di siccità e desertificazione. Per l’Onu si possono definire a rischio cinque regioni: Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna». C’è poi il capitolo Venezia. «Secondo stime di quest’anno, nel 2100 l’innalzamento delle acque nella laguna sarà tra gli 80 e i 140 cm», ci riferisce Federico Nejrotti, autore per Motherboard Italia del documentario Venezia 2100. «Nonostante siano stime strettamente legate al fenomeno globale dei cambiamenti climatici, gli interventi sulla città non sono lungimiranti, né la popolazione sembra rendersi conto del rischio che sta correndo». Se il fenomeno dovesse aggravarsi, l’Italia da meta di rifugiati diventerebbe un punto di partenza.

 

[Foto in apertura di Josh Haner/ The New York Times/ Redux/ Contrasto]

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