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24 novembre 2017

Genova piange: il bancomat è vuoto

Ha fatto affari con destra e sinistra, Chiesa e cooperative, bruciato quattro miliardi. Banca Carige è la storia di una grande truffa

Samuele Cafasso

 Dal numero di pagina99 del 24 novembre e in edizione digitale

Quanto possono essere bugiarde e beffarde le pubblicità. A giugno del 2014, Genova fu invasa da grandi cartelloni sei metri per tre che raffiguravano una bitta per le navi e una scritta: “Un porto sicuro della nostra città”. Quel porto sicuro doveva essere Carige. Da allora la banca ha dovuto fare tre aumenti di capitale: prima 800 e 850 milioni, l’ultimo 560. È stata costretta a vendere sedi, attività, crediti deteriorati. Tagliare il numero dei lavoratori. Le azioni, che viaggiavano sopra i 5 euro e riempiono il portafoglio di 50 mila piccoli azionisti, oggi valgono poco più di dieci centesimi e solo per il rotto della cuffia la banca ha scampato la messa in risoluzione dalle autorità europee. In cinque anni sono stati bruciati quattro miliardi…

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La verità è che a Genova da tempo non ci sono più porti sicuri. Adesso il presidente della Regione Giovanni Toti, immemore della figuraccia rimediata da Matteo Renzi quando spacciò l’acquisto di azioni Mps come un affare, dice che l’istituto «ha fondamentali solidi» e che «la liquidità e il patrimonio immobiliare di Carige sono sufficiente garanzia perché non si ripetano brutti episodi». Nel prospetto Consob che accompagna l’aumento di capitale si legge tutt’altro: partecipare all’operazione di rifinanziamento è «fortemente rischioso», inoltre potrebbero essere necessari nuovi rafforzamenti di capitale e per la Bce l’istituto di credito ha problemi di redditività. Difficile che la banca rimanga autonoma, anche l’ad Fiorentino in conferenza stampa non ha escluso l’ipotesi che la banca rientri nel prossimo giro di merger e acquisizioni. Nessuno ha interesse a fare di Carige una clava da usare contro gli avversari politici: con la “Cassa” ci hanno mangiato tutti e i i fili che la legano alla politica sono tutt’altro che recisi.

 

Valigette di denaro in Austria

Questa storia inizia nel 1993 quando l’allora direttore generale della banca Giovanni Berneschi sale in macchina con una valigia di lire alla volta dell’Austria. Porta i suoi risparmi all’estero perché, sosterrà in un interrogatorio anni dopo, teme il fallimento del Paese. È il primo passo che sfocerà in una grande truffa quando, a partire dal 1997, il patrimonio del manager si gonfierà a dismisura con soldi sottratti illecitamente all’istituto e trasferiti in Svizzera. Lo schema è il più classico di sempre: compravendite di immobili a valori gonfiati con controparti compiacenti. Nell’ottobre del 2013 tornano in Italia grazie allo scudo fiscale un po’ meno di 13 milioni di euro che la magistratura ritiene siano in buona parte frutto di una truffa per cui il manager è stato condannato a otto anni e due mesi.

La giornalista Carlotta Scozzari ha ricostruito in Banche in sofferenza. La vera storia della Banca Carige (goWare editore) una vicenda rocambolesca fatta di valigette di soldi e telefonate in codice dove Berneschi era “il magro” e sua moglie “la tunisina”. Per dirla con le parole del figlio Alberto, colte in una intercettazione mentre va in carcere per parlare con la moglie: «Il problema è tu lo vedi di ’sto cretino qua (il padre appunto, ndr), che questi soldi che sicuramente ha rubato… perché ha rubato… no, non sono due milioni di euro… se fossero stati due milioni di euro nessuno diceva niente… ma ’sto qua è un folle, è un pazzo questo».

 

La grande rete

Non era pazzia: Berneschi garantiva tutti e per questo credeva di farla franca. Ghignava quando nel 2010 gli chiedevano se la crisi del credito americana avrebbe toccato anche noi, e ai giornalisti fatti arrivare in pullman da Milano per conoscere i piani della quinta banca italiana, lui che si vantava di avere il semplice diploma di ragioneria e di essere entrato alla “Cassa” a 19 anni con un colloquio in genovese, diceva: «I subprime hanno lasciato le banche in braghe di tela, quelli che non avevano nemmeno quelle a culo scoperto. Noi siamo diversi». Risolini e imbarazzi per il manager che, sussurravano in cda, «parla come uno scaricatore di porto».

È difficile raccontare in pochi tratti “la diversità genovese”. Controllata per oltre il 45% dalla Fondazione omonima e quindi dalla politica, Banca Carige ha avuto per anni come vice di Berneschi il fratello del ministro Claudio Scajola, Alessandro. A sinistra i legami erano più mediati, ma solidi: Carige ha finanziato i traballanti progetti di riqualificazione del Ponente cittadino sponsorizzati soprattutto da Claudio Burlando e ha generosamente sostenuto la compagnia portuale. Ha avuto e ha ancora tra i soci Coop Liguria, rappresenta in cda da Remo Checconi nonostante una sanzione di Bankitalia da 173 mila euro gli imputi una carenza di controllo negli anni di Berneschi.

La banca, inoltre, ha sostenuto Giovanni Consorte nella tentata scalata di Unipol a Bnl e nel 2010, mentre il cardinale Tarcisio Bertone era segretario di Stato Vaticano, insieme allo Ior e Fondazione Crt ha provato a far nascere una nuova banca per il territorio piemontese, progetto poi fallito. Fumo di fabbrica e incenso. Berneschi è stato poi vice di Giuseppe Mussari all’Abi, accreditato inoltre come molto vicino ad Antonio Fazio. Soprattutto, Carige finanziava tutta la asfittica imprenditoria sul territorio ligure ben oltre il consentito: quando a settembre del 2013 Bankitalia mette infine (troppo tardi) le mani ben dentro il calderone Carige, ci trova una montagna di crediti difficilmente recuperabili a imprenditori come i Gavio, Enrico Preziosi, la famiglia Orsero (già azionista Alitalia e finanziatore di Matteo Renzi), armatori come Scerni, Coopsette (ha costruito mezza Genova negli ultimi trent’anni), politici-imprenditori come Vito Bonsignore (già eurodeputato Udc). Troppi soldi, sostenne Bankitalia allora, dati a parti correlate (azionisti) o nomi del salotto buono, quelli a cui non bisognava mai dire di no.

 

Quando scoppia la bolla

L’effetto è stato quello di una grande bolla che, quando è scoppiata, ha lasciato una città e una Regione già ampiamente in crisi lanciate verso il baratro senza più freni. Da quando, tra 2013 e 2014, il caso Carige è deflagrato costringendo Berneschi alla porta e poi in galera, l’imprenditoria locale è collassata, quella meritevole di essere sostenuta come quella no, perché a quel punto i soldi non c’erano per nessuno. In meno di cinque anni il cartello vendesi ha conquistato tutta la città: in vendita terminal marittimi (Negri e Spinelli), flotte (Messina), giornali (Il Secolo XIX di Perrone). Piaggio Aerospace vicina al fallimento, l’Esaote, gioiello del biomedicale, in cerca di investitori.

Tra i sopravvissuti, l’ex presidente di Confindustria Genova Marco Bisagno, (costruzioni navali) racconta così la Carige di quel Berneschi che, diceva suo figlio, rubava come un pazzo. «Con tutti i suoi problemi e difetti, aveva anche lati positivi. Tante piccole e medie imprese dovrebbero accendere un cero. Ha aiutato molto le industrie, oggi questo manca». Si spiega solo così l’eterna infatuazione di Genova per la banca del territorio a tutti i costi, anche adesso che Carige ha lasciato con il culo per terra 50 mila azionisti che si erano fidati del “porto sicuro”, piazzando lì dentro milioni di euro di risparmi di una città che vive di patrimoni e muore di mancanza di lavoro.

Tutto pur di drogare ancora un po’ il sistema e non guardare negli occhi la crisi: Genova ha perso dal 1971 ad oggi 233 mila abitanti, il dato regionale segna un tasso di occupazione di cinque punti inferiore alla media del Nord Ovest. Nonostante l’appealing turistico, il mercato immobiliare ligure ci dice che una casa che nel 2010 valeva 100 oggi ne vale 82-83. Il capoluogo ha poi un tasso di invecchiamento del 250% contro una media nazionale del 150%: vuol dire che ogni cento under 14 ci sono 250 over 75. La piramide demografica (qui in pagina) è rovesciata.

«C’è uno scarto evidente tra una lettura enfatica della regione e delle sue potenzialità e la sua realtà», sbuffa Luca Borzani, una delle menti migliori della sinistra cittadina che invano il Pd ha provato a convincere a candidarsi come sindaco. «Isolamento logistico e bassa vocazione imprenditoriale stanno condannando una città che, solo tra il 2009 e il 2016, ha perso settemila posti di lavoro e che adesso affronta la crisi di Ilva, di Carige, la chiusura della Rinascente… In Liguria abbiamo 40mila giovani tra i 15 e i 25 anni che non studiano e non lavorano e solo 30mila iscritti all’Università».

Le nubi non sono dappertutto: ma una buona ripresa del turismo e dei traffici portuali, unita a qualche buona notizia sul fronte dell’hi-tech, non cancellano la frana occupazionale che sta incattivendo le periferie, dove si marcia contro i migranti lasciando sbigottita una sinistra nostalgica che ancora vive nel mito dell’aristocrazia operaia e delle magliette a righe antifasciste contro il governo Tambroni.

 

L’eterno ritorno?

Genova è così spaventata dal futuro che nemmeno quando sa bene che la nave fa acqua da tutte le parti si rifiuta di abbandonarla, e il caso Carige ne è la dimostrazione. Piazza pulita è un concetto inesistente. La Camera di Commercio è guidata da 20 anni dallo stesso imprenditore, Paolo Odone, consigliere della banca ai tempi di Berneschi (sanzionato da Bankitalia) e che evidentemente guardava dall’altra parte quando ne succedevano di cotte e di crude. Così come sedeva in consiglio e siede tutt’ora per le cooperative rosse lo stesso uomo, Remo Checconi. Di più: quando si chiuse l’era Berneschi, non si trovò nulla di meglio per la presidenza di un ex consigliere della vecchia gestione («ma in posizione critica», si disse), Cesare Castelbarco, poi silurato dai nuovi azionisti e destinatario di un’azione di responsabilità.

Anche adesso che l’istituto si è affidato alla famiglia Malacalza  (decimato il suo investimento iniziale di oltre 250 milioni, ma sta comprando ancora), nota alle cronache per un investimento in Pirelli conclusosi dopo una lite furibonda con Tronchetti Provera, gli echi del passato non sono ancora spenti, mentre si sono susseguiti management e piani di risanamento.

E che echi: secondo azionista in lotta con la famiglia Malacalza e alleato con la famiglia Spinelli (azionista da tempo e beneficiario di generosi finanziamenti) è il patron della squadra di pallanuoto Pro Recco Gabriele Volpi, ricco grazie al petrolio nigeriano e già indagato a Como per autoriciclaggio. Fosse solo quello: il consigliere di Volpi è Gianpiero Fiorani, già furbetto del quartierino impegnato nella scalata di Bnl a fianco di Unipol, partita in cui anche la Carige di Berneschi giocò – ma nulla di irregolare – una parte. Sarà per questo che i Malacalza, si dice, vedono rosso ogni qualvolta le cronache finanziarie parlano di un rinnovato interesse di Unipol per la banca.

Ciliegina sulla torta: Volpi e Fiorani sono stati recentemente immortalati in una foto accanto a Giovanni Toti mentre si bevono in tutta tranquillità un prosecco a un ricevimento organizzato dal presidente della Pro Recco. Perché tutti i politici vogliono una banca o almeno un amico ben piazzato, anche se pochi si fanno beccare mentre lo dicono al telefono.

 

[Foto in apertura di Vincent Kohlbecher / Laif / Contrasto]

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