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24 novembre 2017

Ogni promessa è debito

Abbiamo 236 miliardi di titoli di Stato da rifinanziare nel 2018. Dopo tante ricette, la proposta di tre economisti per non farci schiacciare dal debito

Attanasio Ghezzi - De Vivo

► Dal numero di pagina99 del 24 novembre in edizione digitale

«Siamo fragili come una lastra di vetro. Ci basta un piccolo shock esterno per andare in pezzi». Carlo Cottarelli, mister Forbici della spending review dell’allora governo Renzi e neodirettore dell’Osservatorio sui Conti Pubblici alla Cattolica di Milano, è preoccupato per la tenuta economica del Paese. Siamo in campagna elettorale. Una data precisa per il voto ancora non c’è, nessuno ha presentato un programma definitivo ma già «tutte le forze politiche in campo parlano di aumentare deficit e debito pubblico», osserva. Le promesse in effetti fioccano…

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Quella a Cinque Stelle, riassunta dal candidato premier Luigi Di Maio in visita a Washington, è abbassare le tasse, tagliare il costo del lavoro, aumentare gli investimenti pubblici senza dimenticare, ovviamente, il reddito di cittadinanza. Forza Italia si affida al redivivo Silvio Berlusconi che, a quasi vent’anni del “meno tasse per tutti”, ci riprova con il raddoppio delle pensioni minime, la flat tax e l’abolizione delle imposte di successione, sulla casa e sulla prima auto. Il Pd di Matteo Renzi, tra una lotta e l’altra con i fuoriusciti, insiste sul «Back to Maastricht», ovvero rimettere in discussione i vincoli di bilancio del Fiscal Compact siglati nel 2012 (con l’allora placet tanto dei democratici quanto dei forzisti) e far risalire il deficit fino al 2,9% del Pil, liberando così risorse per – anche qui – ridurre le tasse. In ogni caso la conseguenza è la stessa: aumentare l’indebitamento. Ma ce lo possiamo permettere?

 

Osservati speciali

Lunedì 27 novembre la legge di Bilancio approda in Aula, ma le reprimende di Bruxelles sono già arrivate. Dopo i primi timori espressi a fine ottobre, il 22 novembre la Commissione ha chiesto all’Italia un aggiustamento strutturale del deficit dello 0,3% del Pil nel 2018: servirà, come già accaduto lo scorso anno, una manovra correttiva di 0,2 punti: 3,5 miliardi. Entro maggio – quindi a carico del prossimo governo – quando l’Ue darà un giudizio definitivo.

Il nodo irrisolto del nostro Paese è sempre lo stesso: il rapporto debito/Pil. Nel 1969 era al 35 per cento e da allora è cresciuto esponenzialmente fino a raggiungere un primo picco (il 117%) nel 1994. Nel decennio successivo è leggermente calato. Nel 2008 era al 102%, poi ha ricominciato a salire fino all’attuale 132%, oltre 2.200 miliardi di euro. Un livello impressionante, tanto che la crescita del Pil dello 0,5% nel terzo trimestre, e dell’1,8% su base annua, salutata dal premier Paolo Gentiloni come il miglior risultato degli ultimi sei anni, non basta. Nell’anno che verrà i titoli di Stato in scadenza saranno quasi il doppio di quelli dell’anno corrente: 236 miliardi contro i 163 del 2017, ha calcolato il centro Studi Unimpresa. E con il bazooka di Draghi dimezzato e le difficoltà delle banche italiane, come sarà possibile rifinanziarli?

 

Con più deficit si rischia il crac

«Il debito è sostenibile solo nel sentiero proposto dall’Europa, la tabella di marcia per arrivare in tempi più rapidi possibili a un pareggio di bilancio. Ogni altra strada è impercorribile», spiega categorico Mario Deaglio che ricorda come nel 2011 la paura che il Paese non potesse più ripagare i suoi debiti aveva fatto schizzare lo spread sopra ai 500 punti, innescando la crisi che segnò la fine del governo Berlusconi. Non è detto che ci troveremo di fronte a una situazione così grave, ma certo, sottolinea ancora l’economista, «fare più deficit vuol dire avvicinarsi in tempi rapidi verso la crisi e, tenendo conto che oltre il 60 per cento del debito pubblico è in mano a banche e famiglie italiane, se qualcuno avallerà una manovra del genere dovrà anche assumersi la responsabilità di portare l’Italia al fallimento».

 

Chi riduce il debito?

Sul tema è perplesso anche l’economista Francesco Daveri, docente alla Bocconi, in passato consulente per ministero dell’Economia, Banca Mondiale, Commissione e Parlamento europeo. «Mi sembra che tutta la politica si stia avviando alle elezioni con un’unica ricetta. Le forze in campo fanno a gara su tasse da tagliare e aumenti di spesa, ma nessuno si preoccupa di come ridurre il debito». Sul rifinanziamento del debito in scadenza è invece più ottimista. «Il presidente Mario Draghi ha sì annunciato un ridimensionamento del quantitative easing (Qe), ma ripete in continuazione che gli impegni della Bce non verranno meno qualora ve ne fosse necessità. Il suo successo come banchiere centrale – prosegue – non sta negli acquisti di titoli fatti fino ad oggi ma nell’aver sempre assicurato che avrebbe fatto tutto quanto necessario».

Un’iniezione di fiducia, insomma, non solo di liquidità.  Il ricorso agli eurobond, invece, sembra un’ipotesi ormai tramontata. «Non si capisce perché l’Europa dovrebbe farsi carico del nostro debito», dice Deaglio. «Neanche negli Stati Uniti, che pure hanno un’unità politica, è concepibile che uno Stato si accolli i debiti di un altro», chiosa Cottarelli.

 

I tentativi del passato

Il problema del debito non è certo nuovo. Nel 2004, agli albori dell’euro, il giurista Giuseppe Guarino auspicava sul Corriere della Sera «una cura choc» per quello che definiva come «il vero freno dell’economia italiana». «Siamo prossimi a un punto di non ritorno», avvertiva già allora. La causa? Sempre la stessa: crescita insufficiente e mancanza di altre risorse. Due anni prima, l’allora ministro del Tesoro Giulio Tremonti aveva istituito la Patrimonio dello Stato, società per azioni pubblica che doveva servire come veicolo per concentrare immobili pubblici di valore in vista della loro dismissione. Ma nel 2010 la Patrimonio Spa fu svuotata di fatto, con il trasferimento del grosso di quegli immobili all’Agenzia del Demanio.

Operazione consolidamento

Due anni più tardi Giuliano Amato presentò insieme al presidente della Cassa depositi e prestiti (Cdp) Franco Bassanini una piano, nato in seno al centro studi Astrid, che secondo i calcoli avrebbe fruttato fino a 200 miliardi nel 2017 e altri 150 nel lustro successivo: vendere asset di Stato ed enti locali e imporre agli enti previdenziali l’acquisto di titoli a lunga scadenza. Una visione non tanto diversa da quella dell’allora ministro Vittorio Grilli (cui la proposta Amato-Bassanini fu inviata), fautore anche lui della linea della cessione di asset, non solo sul mercato ma anche alla stessa Cdp. Il presidente del Consiglio di allora, Mario Monti, pensava a una cessione interamente all’interno della Cdp o di Fintecna, in modo da garantire liquidità ma mantenere il controllo pubblico.

Altri ancora, come l’economista Paolo Savona, ipotizzavano la costituzione di una società ad hoc, al cui interno collocare il patrimonio pubblico; il piano prevedeva poi, con la successiva vendita, l’emissione di obbligazioni a 5-10 anni da rivendere a banche, fondazioni, società assicurative, imprese e privati. Partite di giro su un patrimonio costituito in parte da edifici di proprietà del demanio e degli enti locali, che – dalle caserme in su – sono spesso vincolati e non facili da vendere.

 

L’opzione patrimoniale

L’altra proposta che torna ciclicamente è quella della patrimoniale, sostenuta tra gli altri dall’economista Pellegrino Capaldo, da pagare subito con lo sconto o nei successivi anni, oppure da lasciare in capo agli immobili, ma con gli interessi. Un’ipotesi sulla quale – se operata una tantum – si è mostrato ottimista anche Cottarelli, intervistato a ½ h in più da Lucia Annunziata.

Ma soprattutto, a sentire oggi i tecnici, non servono cure choc. Bensì pazienza e piani a lungo termine. «Rendere più efficiente la spesa», dice Deaglio, ipotizzando che proseguendo su questa strada, «se non ci giochiamo quella poca credibilità che ci siamo guadagnati in Europa, è possibile che chi andrà al governo a primavera potrà portare a Bruxelles una crescita del 2% e guadagnare un po’ di spazio di manovra per avviare le riforme necessarie a rimettere in moto il Paese: semplificazione, informatizzazione e razionalizzazione dell’impiego nelle pubbliche amministrazioni».

Sull’efficientamento della spesa insiste anche Cottarelli: «Bisogna avere il coraggio politico di ammettere che il modello di crescita fin qui adottato è sbagliato. Basterebbe mantenere costante per tre anni la spesa primaria al netto dall’inflazione e nel 2020 raggiungeremmo il pareggio di bilancio», dice, ancora convinto del piano di tagli proposto nel 2014 e mai realizzato. Il problema, riflette Daveri, è che «il mandato che Letta aveva dato a Cottarelli era sbagliato perché è la politica che deve indicare gli obiettivi di taglio della spesa pubblica. Solo dopo si può affidare al tecnico il compito di realizzarli, guardando ai costi standard. Nelle amministrazioni pubbliche servono più manager e ingegneri, capaci di fare questo tipo di analisi, e meno giuristi. Se invece i partiti fanno a gara a chi promette di più, allora continueremo a vedere il debito crescere». Fino alla prossima emergenza. E al prossimo governo tecnico.

 

[Foto in apertura di Berthold Steinhilber / Laif / Contrasto]

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