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25 novembre 2017

Bitcoin è una bolla, la blockchain no

La speculazione in atto sulla criptovaluta nasce da un grande equivoco. Si attribuiscono alla moneta i pregi della tecnologia che la fa funzionare

Gabriele De Palma

 ► Dal numero di pagina99 dal 24 novembre e in edizione digitale

La disputa odierna su bitcoin potrebbe essere ben impersonata da una strana coppia. Da una parte il premio Nobel per l’economia del 2013, Robert Shiller, dall’altra la ricca ereditiera Paris Hilton. Il primo ha recentemente indicato la criptovaluta inventata da Satoshi Nakamoto come uno di quei casi di irrational exuberance con cui ha descritto il comportamento che genera bolle speculative.

La seconda, invece, ha indossato, anche se solo via tweet e per poche ore (il tweet è stato poi cancellato), i panni di testimonial in una delle sempre più frequenti Ico, Initial Coin Offering – meccanismo che combina alcune caratteristiche del crowdfunding e delle offerte pubbliche iniziali (Ipo) della borsa e che permette alle imprese di intercettare sul mercato investimenti in criptovaluta compensandoli con una percentuale della proprietà aziendale o degli utili – di una delle tante criptovalute digitali che stanno spuntando negli ultimi mesi, i Lydian Coin…

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Emergono i primi indizi

Shiller non è uno sprovveduto, né un allarmista. Anzi. Irrational Exuberance, il libro che lo ha reso celebre, è stato stampato nel 2000 proprio nel mese in cui scoppiò la bolla dot com. La quotazione iperbolica raggiunta da bitcoin ultimamente, col superamento di quota settemila dollari (+650% in un anno) – dovuto alla notizia che Cme Group offrirà un contratto future basato sulla valuta digitale e a quella su una variazione del software della blockchain (e al relativo timore di ripercussioni sul valore della moneta) rimasta poi solo sulla carta – parrebbe essere la dimostrazione che ci si trova in una bolla speculativa.

Non solo. A rendere ancora più allarmante la situazione c’è il fenomeno Hilton, sintomo del fatto che le Ico stanno cambiando il contesto in cui nascono le criptovalute. Se prima a finanziarle erano i venture capital, oggi si cercano i soldi degli investitori più piccoli e i sedici milioni di seguaci degli account social di Hilton diventano improvvisamente un target appetibile, ancorché molto più a rischio in caso di bancarotta. La Sec (l’organo di vigilanza sulla borsa statunitense) ha già lanciato qualche monito ma per ora – dopo la cancellazione del tweet – non ha preso ulteriori provvedimenti.

 

Una nuova criptovaluta

Con la dovuta circospezione, e senza soffiare sull’hype che può accrescere le bolle speculative, vale la pena di guardare meglio cosa sono questi Lydian Coin, o meglio a quale famiglia di criptovalute appartengono. Sono infatti uno degli esempi della seconda generazione di gemmazioni da bitcoin.

I primi cloni del software sviluppato da Satoshi Nakamoto sono stati fondamentalmente degli upgrade di bitcoin. Tra questi, ad esempio, Litecoin, che eroga moneta con una frequenza maggiore di bitcoin, e Monero, che esaspera ancor di più l’anonimato delle transazioni. La bontà di questo tipo di alternative è legata alla diffusione che avranno. Essendo basate su un software peer-to-peer sarà la dimensione della rete di computer collegati a determinare la loro fortuna, ma per il resto non portano nulla di nuovo sotto il sole.

La seconda generazione, la più interessante, è quella che ha come capostipite Ethereum, il software sviluppato dal programmatore russo Vitalik Buterin e rilasciato nel 2015. Ethereum sposta i termini della questione, inducendo a concentrare l’attenzione su quello che è il vero aspetto innovativo di bitcoin, e cioè la blockchain.

 

Il valore della blockchain

Spiegata in parole povere, la blockchain è il registro su cui vengono annotate tutte le transazioni che avvengono tra i nodi (pc) della rete costituita da chi ha scaricato il software peer-to-peer. Questo registro è pubblico – anche se l’anonimato dell’individuo a cui corrisponde il singolo nodo è garantito da una doppia chiave cifrata con sistemi a prova di Nsa – e quindi qualunque nodo può andare a controllare tutto quello che è successo in passato su quel registro.

Buterin ha preso la blockchain e l’ha modificata in modo che le transazioni abilitate non fossero necessariamente inerenti al denaro digitale: sulla rete ci si scambia smart contract, contratti il cui contenuto può essere il più disparato. Ed è qui che la blockchain emerge in tutto il suo splendore e versatilità, svestendo le sembianze di bitcoin.

 

Prima venne la finanza

Negli ultimi mesi i convegni, i simposi e le giornate di studio che hanno avuto come oggetto le potenzialità della blockchain e le sue possibili declinazioni d’uso sono state numerosissime. Pochi i settori industriali che sono rimasti insensibili alle possibilità offerte dal registro condiviso. La prima a coglierne le opportunità è stata proprio la finanza, forse anche perché costretta – volente o nolente – ad approfondire l’argomento.

Se da una parte il numero uno di JP Morgan Chase promette di licenziare qualunque dipendente investa in bitcoin e qualche banca stia pensando di ricorrere a criptovalute “aziendali” nella speranza di margini di realizzo interessanti, dall’altra gente come Martin Chavez, responsabile finanziario di Goldman Sachs, con un adattamento della blockchain sta provando a ridurre i costi e migliorare i tempi delle performance della gestione del mercato dei future.

Chavez è stato tra i primi a muoversi, ma ora altri seguiranno, anche perché i consulenti di mercato iniziano a sfornare previsioni e scenari che indicano che grazie alla blockchain i costi dell’infrastruttura necessaria ai grandi fondi di investimento per operare potrebbero essere inferiori – globalmente – di 12 miliardi di dollari all’anno entro il 2025. Così anche Tidjane Thiam, amministratore delegato di Credit Suisse, ha rivelato un piano per la gestione dei mutui con una soluzione analoga.

 

Potenzialità enormi

I campi di applicazione possibili esulano dalla finanza, i tentativi più intriganti interessano oggi la certificazione della filiera produttiva, le assicurazioni, i nuovi strumenti per la gestione dell’advertising online, soluzioni per contrastare le fake news e per riscuotere i diritti d’autore digitali. Siamo nella fase in cui si provano strade e applicazioni; qualcuna resisterà, tutte le altre verranno spazzate via.

 

Arrivano i manager
Se però finora a evangelizzare in fatto di registro pubblico anonimizzato erano sviluppatori, appassionati ed entusiasti della prima ora, presto ci si dedicheranno anche i professionisti del management. Da quest’anno sono infatti stati attivati corsi post universitari nei più rinomati istituti di formazione per manager. La Yale School of Management, il Mba della Wharton e i corsi della Haas School of Business della Berkeley University prevedono anche approfondimenti sulla tecnologia alla base di bitcoin. «Uno studente incapace di valutare il ruolo della blockchain per un’azienda», ha dichiarato Stephen Daffron, docente a Yale, «non è uno studente di cui abbiamo bisogno qui».

A Berkeley i primi 60 partecipanti al corso verranno divisi in dieci gruppi, ognuno dei quali dovrà studiare campi di applicazione possibili per la tecnologia, capire insomma quali contratti verranno scambiati sulle blockchain di domani. Greg LaBlanc, il docente che terrà il corso, spiega molto bene la situazione: «Quando si pensa alla blockchain si pensa subito a bitcoin, ma la maggior parte dei settori ne sarà interessata». È arrivato il momento di capovolgere l’associazione tra i termini e considerare non la blockchain una delle parti di bitcoin, ma bitcoin come una delle manifestazioni di una tecnologia di un livello superiore.

 

[Foto in apertura Jemima Kelly / Reuters / Contrasto]

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