Seguici anche su

27 novembre 2017

Banche e debito, fine di un amore

Basta ai titoli di Stato concentrati nelle casse degli istituti di credito nazionali: l’Europa vuole evitare il “modello Giappone”. Ma l’Italia rischia grosso

Giovanna Faggionato

► Dal numero di pagina99 del 24 novembre in edizione digitale

Bruxelles – «Sbaglio o l’Italia non potrà più fare il Giappone?». L’interrogativo è di Brad Setser, influentissimo ricercatore del Council for Foreign Relations e autore di un blog, “Follow the Money”, punto di riferimento del dibattito economico internazionale. L’analista si riferisce al fatto che in Giappone il debito pubblico (al 234% del Pil, il più alto del mondo) è protetto dagli investitori interni e dai privati cittadini, che ne detengono la quasi totalità. Dagli Stati Uniti Setser guarda alle proposte tedesche sulla riduzione del rischio sovrano in pancia alle banche dell’Eurozona e osserva che l’Italia non potrà più fare affidamento sui propri istituti di credito come compratori del debito…

Leggi l'articolo per 0,10 €

PAGA CON
Paga con Tinaba

Ciò di cui parla Setser è in realtà un nuovo capitolo dell’Unione bancaria, un capitolo che, dati alla mano, potrebbe costringere le nostre banche a liberarsi di circa 145 miliardi di titoli di Stato, ma che non è ancora ufficiale. I dossier europei funzionano sempre così: iniziano con una dichiarazione, un tema che fa l’ingresso nel dibattito grazie a una voce istituzionale, una riga in un documento. E poi si ingrossano. E da rivoli che erano diventano un vero corso d’acqua. E sul legame tra banche e debito sovrano l’acqua ha iniziato a scorrere da un po’.

 

La necessità di una garanzia europea

L’11 ottobre la Commissione europea ha presentato un nuovo percorso per arrivare ad avere una garanzia realmente europea sui depositi. Si tratta del terzo pilastro dell’Unione bancaria su cui gli stati si erano accordati nel 2013, ma dopo l’entrata in vigore del bail in Germania, Olanda e altri Paesi del Nord Europa hanno frenato al punto da renderlo un miraggio. La nuova proposta della Commissione cambia profondamente l’approccio: da una condivisione dei rischi si è passati a condizionarne la condivisione alla previa riduzione. Il periodo è propizio. «Il peggior momento per concentrarsi su debito e riduzione del rischio è una recessione. Ora l’economia dell’Eurozona sta crescendo e è giusto occuparsi di questi problemi», osserva Barry Eichengreen professore di Economia all’università di Berkley.

E tuttavia la sequenza è importante: mettere la riduzione prima della condivisione può fare la differenza. Alla nascita, il mercato unico europeo, solo per citare un esempio, doveva essere accompagnato dalla famosa Europa sociale. Margaret Thatcher volle prima il mercato, e l’Europa sociale non si è più vista. Ora la riduzione si concentra soprattutto sui crediti deteriorati (i cosiddetti Npl, non performing loans) e ci sono già tutte le premesse perché si arrivi anche a misure che limitano il possesso da parte delle banche dei titoli di Stato del proprio Paese.

 

Un tetto all’acquisto dei titoli?

La dichiarazione più esplicita è arrivata da Jens Weidmann: il 17 novembre il governatore della Bundesbank ha dichiarato che senza la riduzione dei titoli di Stato domestici, la garanzia dei depositi europea semplicemente non può essere messa in pratica. Alla Commissione sono più cauti: «Stiamo cercando di aiutare le banche a diversificare l’esposizione al rischio sovrano», ha dichiarato il 21 novembre il vicepresidente della Commissione con delega all’Euro, Valdis Dombrovskis. E infatti nel documento dell’11 ottobre si ipotizza il lancio delle sovereign bond security, cioè una cartolarizzazione dei titoli di Stato dei diversi Stati membri: un prodotto finanziario attualmente allo studio del Comitato per il rischio sistemico dell’Ue che potrebbe essere acquistato dalle banche dell’Eurozona.

«La cartolarizzazione», osserva Eichengreen, «potrebbe essere molto utile per diminuire i rischi del vostro settore bancario. Se sia politicamente percorribile, in Germania in particolare, rimane però da vedere». Resta poi da chiarire come le banche potrebbero essere incentivate a preferire questo titolo rispetto ai debiti dei Paesi con tripla A. E non è escluso nemmeno che vengano introdotte nuove regole che obblighino gli istituti alla diversificazione.

 

Le proposte sul tavolo

Gli approcci finora sul tavolo sono due. Il primo, difficilmente digeribile per l’Italia, è quello di modificare nettamente le regole contabili. Oggi i titoli di Stato hanno rischio zero per le banche e sono utilizzati per aumentare la patrimonializzazione, ma c’è chi vorrebbe “prezzarli” differenziando il rischio in base al rating del Paese. Il secondo, invece, è quello di imporre una ponderazione di rischio agli istituti di credito solo se superano una certa percentuale di patrimonio costituito dai bond del proprio Paese. In un paper per il parlamento europeo, Nicolas Veron, ricercatore del think tank Bruegel e dell’Institute for International Economics di Washington ha proposto un tetto del 33%. «In termini di analisi», spiega Veron a pagina99, «il primo approccio vede il rischio nei titoli di Stato, il mio nella loro concentrazione. E in termini di rischio, assegnare un peso ai titoli di debito pubblico è una misura prociclica – cioè amplifica le perdite nei periodi di crisi, ndr – e crea una distorsione competitiva a livello internazionale».

Secondo i calcoli di Veron, con questo metodo le banche francesi dovrebbero ridurre la loro esposizione sui titoli della Republique di 250 miliardi, quelle tedesche di 242 miliardi, l’Italia di 145 miliardi di Bot e Btp. Piazzare titoli con la tripla A dovrebbe essere assai più semplice. Eppure secondo Veron i timori italiani – diffusi – non son giustificati. «In Italia», dice, «tra gli stakeholder c’è molta paura e un approccio pessimistico. Ma molti italiani sottostimano la ripresa, la situazione delle banche e la sostenibilità del debito pubblico».

 

I conti non tornano

La Commissione considera la persistenza dell’alto debito italiano preoccupante. Sull’ultima legge di bilancio tra i calcoli dell’esecutivo Ue e quelli del nostro ministero dell’Economia ballano 3,5 miliardi. Ma, rispetto al percorso di aggiustamento del debito, rischiano di non tornare nemmeno i saldi sul 2017.

Finora Roma ha ottenuto tutta la flessibilità richiesta. Lo ha fatto coscientemente per evitare i costi politici di una linea troppo rigida in un momento economicamente complicato. E quando ci è stata negata quella per gli investimenti, questo è accaduto perché non siamo stati capaci di trovare chi volesse investire. Con Pierre Moscovici, commissario agli Affari economici – pronto a confidare all’ultimo summit del partito socialista europeo: «Sono orgoglioso che durante il mio mandato nessun Paese sia stato sanzionato» – le relazioni sono ottime.

Con Jyrki Katainen, il vicepresidente finlandese che accusa il governo italiano di non dire la verità, sono invece pessime. Ma la posizione di entrambi, peraltro uniti nella ricerca di un nuovo incarico in Europa, conta fino a un certo punto. La decisione sui nostri conti viene presa collegialmente. E il problema è che la replica del nostro ministero dell’Economia si basa esclusivamente su due punti: la differenza nelle stime sulla crescita del Pil e il differente modo di calcolare l’output gap, cioè la differenza tra Pil potenziale (al netto della congiuntura) e reale.

Il ministro Pier Carlo Padoan sostiene da tempo che il modello utilizzato nell’Ue riduce l’outgap e di conseguenza i margini di manovra fiscale. Dalla sua parte sono schierati molti economisti, tra cui Carlo Cottarelli, di certo non sospettabile di difendere l’indebitamento. Ma la Commissione ha tenuto conto anche di questo. E i problemi che sottolinea sono altri: per esempio l’annacquamento della riforma pensionistica e la scelta di destinare un miliardo di risparmi sulla spesa pubblica a finanziare sussidi, come quelli alle Ferrovie. Alla fine il giudizio finale è rinviato a maggio, quando i dati economici saranno definitivi. Che poi non cambi nulla e che serva una doppia manovra correttiva, sarà un altro problema del prossimo esecutivo.

 

[Foto in apertura di Tim Wegner / Laif / Contrasto]

Altri articoli che potrebbero interessarti