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12 novembre 2017

Meno testa, più emozioni: così si superano i fallimenti

Le emozioni negative fungono da campanelli d’allarme: segnalano che c’è qualcosa di sbagliato che ci riguarda. Evitarle vuol dire ignorare alcuni bisogni

Giuliana De Vivo

 ► Dal numero di pagina99 in edicola dal 10 novembre e in edizione digitale

In genere il consiglio che si dà, di fronte ai fallimenti e agli errori in cui inevitabilmente si incappa nella vita, è: non lasciarti andare, pensa che le cose sarebbero potute andare peggio. Ma non sarà che questo tipo di pensieri auto-difensivi ci fa perdere dei pezzi, e che esiste un altro lato da guardare, utile magari a non reiterare l’errore? Per esempio mettersi di fronte alle emozioni negative associate ai propri fallimenti? Se lo è chiesto la docente dell’Università dell’Ohio Selin Malkik su The Conversation.

Le emozioni negative, scrive Malkik, fungono da campanelli d’allarme, «ci segnalano che c’è qualcosa di sbagliato sul nostro corpo, nelle nostre relazioni, rispetto al nostro sviluppo». Quindi «evitarle vuol dire ignorare alcuni bisogni». Per esplorare meglio la questione la docente riferisce di un esperimento in cui è stato chiesto ai partecipanti di cercare online il frullatore al prezzo più basso, mettendo in palio un premio in denaro per il vincitore.

C’era un trucchetto: a tutti al termine della ricerca veniva detto che in realtà ne esiste uno dal costo inferiore di 3 dollari. Dopo di che, ad alcuni di loro è stato chiesto di focalizzarsi sulle emozioni legate al fatto di non aver vinto, ad altri di ripensare al modo in cui avevano agito. Entrambi i gruppi sono poi stati sottoposti a una seconda prova: trovare un libro come regalo di compleanno per un amico, a un prezzo che fosse un affare.

Dopo il primo fallimento coloro che si erano concentrati di più nell’ascoltare le proprie emozioni negative si sono rivelati più tenaci nella ricerca, disposti a spenderci più tempo e, al termine, sostenevano che «cercando di più avrebbero potuto trovare di meglio». Chi invece si era concentrato razionalmente su quanto aveva fatto, ha reagito mettendosi sulla difensiva, sostenendo di non tenerci poi tanto e sottolineando che il compito fosse quasi impossibile da portare avanti. Ma di fronte a un obiettivo di ricerca lievemente modificato – cercare un libro che possa piacere all’amico, senza limiti di prezzo – non sono invece venute fuori sostanziali differenze di comportamenti tra i due gruppi.

La conclusione che si trae dall’indagine è che «stare dentro le proprie emozioni negative» può essere utile, sempre che si tratti di situazioni simili o assimilabili; di fronte a fallimenti verificatisi rispetto a obiettivi molto diversi, invece, non è possibile ravvisare differenze nette. Nello stesso tempo, spiega ancora l’articolo, «sarebbe destabilizzante se ciascuno si concentrasse sulle emozioni negative per ogni singolo fallimento o errore» in cui incappa. Sta a ciascuno distinguere quelli su cui vole lavorare e quelli dai quali preferisce, semplicemente, proteggersi. «Ma se hai fallito un obiettivo di lavoro, fermati e ascolta l’amarezza», è il consiglio dell’articolo. Servirà a nutrire il miglioramento.

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