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4 novembre 2017

Città resilienti, il richiamo della foresta

Dalle “città spugna” che assorbono le piogge ai boschi verticali replicati in tutto il mondo: ecco le soluzioni per resistere al cambiamento climatico

Attanasio Ghezzi - De Vivo

Dal numero di pagina99 in edicola dal 3 novembre e in edizione digitale

Rivoluzionarsi o morire. Le nostre città non hanno altre alternative. Secondo il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite, infatti, nei prossimi cento anni il livello del mare crescerà in media tra i 13 e i 59 centimetri minacciando di sommergere il 90 per cento delle aree urbane. I mari e gli oceani, che per millenni sono state le infrastrutture naturali per il trasporto e l’incontro di uomini, culture e merci, si sono trasformati nella peggiore minaccia per l’umanità. Calcutta, New York, Rotterdam, Tokyo e Shanghai, solo per fare gli esempi più noti, potrebbero scomparire per sempre.

La Banca mondiale stima circa 360 milioni di persone a rischio perché abitano a meno di dieci metri sul livello del mare. Tra queste, quelle residenti nel 70 per cento delle grandi città europee e in 15 tra le prime 20 megalopoli del pianeta. Nella sola Cina 78 milioni di persone sono a rischio sommersione. E il loro numero cresce del 3 per cento ogni anno. È evidente che è arrivato il momento di fare i conti con le cause e gli effetti dei cambiamenti climatici. E le città sono il nodo fondamentale su cui lavorare. Qui infatti vive il 70 per cento dell’umanità, si consuma due terzi dell’energia globale e si produce il 70 per cento delle emissioni…

[Foto in apertura di Marco Zorzanello]

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Moderne arche di Noè

All’inizio del 2017, lo studio californiano Seasteading Institute ha firmato un accordo con la Polinesia francese per la creazione delle prime città galleggianti. Progetti sul tema stanno raccogliendo le migliori intelligenze dei nostri tempi. Vivremo su una moderna arca di Noè? Non è detto. Si immaginano anche scenari futuristici in cui ci muoveremo con navette pressurizzate tra una bolla di ossigeno e l’altra, sott’acqua o su Marte a nostro piacimento (Shanghai 2117, Studio Boeri e Tongji University). In ogni caso, le nuove città dovranno essere sistemi chiusi e autosufficienti: generare ossigeno e umidità, utilizzare al meglio le acque piovane e azzerare gli sprechi. Le soluzioni più innovative vengono proprio dalla Natura, ed è infatti in questo campo che si sta sperimentando.

 

Città di fondazione

«Bisogna costruire il futuro nel presente», si scalda immediatamente l’architetto Stefano Boeri. «Contenere le cause dei cambiamenti climatici e rimboccarsi le maniche. Proprio per questo sto lavorando assieme a Paul Hawken». L’autore di Drawdown propone ottanta soluzioni concrete che dovrebbero fermare il riscaldamento globale nei prossimi decenni. La sua tesi è che siamo stati tutti troppo concentrati sull’ampiezza del problema senza lavorare alle soluzioni possibili.

Mentre i boschi verticali di Boeri vengono replicati e diventano landmark in tutto il mondo, la vera sfida rimane quella delle città di fondazione. «È chiaro che in Europa non abbiamo né il bisogno né la possibilità di costruire nuove città. La natalità decresce, la popolazione invecchia e le nostre città sono già piene di spazi abbandonati per cui è possibile trovare nuove destinazioni d’uso. In Asia e Africa, invece, ci sono milioni di persone che ogni anno lasciano le campagne per le città. Lì è la sfida più stimolante: creare città medio piccole, molto dense e sostenibili».

Ed è infatti quello che lo studio Boeri sta facendo nel sud della Cina, dove ha vinto un appalto per una città da 30 mila abitanti. Liuzhou sarà la prima «città foresta». Sarà composta da tre quartieri, il primo pronto tra cinque anni, che ospiteranno 40 mila alberi e quasi un milione di piante di oltre cento differenti specie. Il miglioramento della qualità dell’aria, l’abbassamento delle temperatura e il contributo alla biodiversità sono solo alcuni degli effetti. Secondo il piano dell’architetto milanese la città dovrà assorbire 10 mila tonnellate di biossido di carbonio all’anno, l’equivalente di quanto prodotto da duemila macchine, e 57 tonnellate di agenti inquinanti ogni anno. Nello stesso periodo produrrà 900 tonnellate di ossigeno.

 

Integrare le soluzioni

«Costruire da zero una città è qualcosa che permette di mettere a frutto tutte le soluzioni sul tavolo e di integrarle tra loro». Non solo verde, quindi, ma materiali super-permeabili per creare una sorta di «effetto spugna» che aiuti la raccolta e il riciclo delle acque piovane. Nel pensare gli spazi, bisogna poi immaginare come contrapporre specchi d’acqua e aree boschive, in modo che l’alternanza di ambienti naturalmente più caldi o più freddi generi la nascita di correnti d’aria, vitali per disperdere l’inquinamento e il contenere il surriscaldamento. Il progetto prevede anche elementi caratteristici delle smart cities, «sebbene il concetto sia un po’ superato». E ancora non è chiaro quanto l’internet delle cose e dei trasporti risolva gli sprechi energetici e l’aumento della temperatura del globo.

 

L’esempio Berlino

Anche quello delle cosiddette «città spugna» è un modello che si sta diffondendo a macchia di leopardo sul nostro pianeta. In Europa, il comune di Berlino ha lanciato nel 2011 il piano Step Klima Konkret. «Bisogna evitare il più possibile di sigillare il suolo con cemento e asfalto per favorire materiali permeabili all’acqua», aveva spiegato Heike Stock , l’allora delegata municipale al progetto.

Già alla fine degli anni Novanta, il quartiere est di Rummelsburg era diventato una «spugna», «anche se all’epoca non si usava questo termine ma si parlava semplicemente di gestione naturale dell’acqua piovana», dice a pagina99 Heiko Sieker, l’ideatore del progetto. L’idrologo urbano ha progettato una zona residenziale di 1,3 chilometri quadrati abitata da 20 mila persone. Dove lo strato tra i giardini condominiali e i parcheggi sotterranei «è composto da 80 centimetri di ‘sottosuolo artificiale’, un misto di sabbia e materiale organico, che consente di trattenere l’acqua piovana e riutilizzarla per irrigare».

L’evapo-traspirazione genera umidità e impedisce che il calore si accumuli. «È un’idea che ha circa 25 anni», aggiunge. «Ma in questo caso è stato possibile realizzarla senza finanziamenti pubblici come alternativa ai sistemi fognari tradizionali». Una strategia che a Berlino considerano vincente, tanto che, dopo averla replicata in alcune aree vogliono applicarla a tutti i nuovi insediamenti. «Le tecnologie esistono già, l’unico motivo per cui non si adottano è la scarsa apertura di molte amministrazioni», nota ancora Sieker.

 

Le città spugna

La Cina, invece, preoccupata dalla rapida desertificazione del suo territorio, ha già fissato un obiettivo ambizioso: trasformare in spugna l’80 per cento delle aree urbane entro il 2030. Ha cominciato con un piano triennale: tra i 60 e i 90 milioni di dollari all’anno per circa 30 progetti pilota, a partire dalla capitale. Il traguardo è talmente difficile che le stesse amministrazioni locali sono state incoraggiate a cercare finanziamenti aggiuntivi attraverso partnership pubblico-private.

 

La visione olistica

La chiave di volta, sottolinea ancora Boeri, «è avere una visione olistica, un’ecologia integrata che sfrutti al meglio ciò in cui la Natura è maestra». Per questo le strategie del futuro sembrano tutte ispirarsi alla biomimetica, la disciplina che cerca soluzioni sostenibili in modelli già esistenti in natura. Come ci spiega Micheal Pawlyn, l’architetto britannico che più si è speso in questo campo, «si tratta di passare da un’economia lineare a un’economia circolare, un sistema in cui i processi siano interdipendenti tra loro e non producano scarti inutilizzati. Il segreto sta nel coinvolgere nei team di progettazione anche i biologi. Solo loro hanno le competenze per individuare quali sono i modelli esistenti in natura da cui trarre insegnamento».

L’esempio principe è quello del parco eco-industriale di Kalundborg in Danimarca. Ma c’è chi è andato oltre. L’architetto Mick Pearce ha copiato la struttura dei termitai per costruire edifici che non hanno bisogno di impianti di condizionamento in climi come quelli dello Zimbawe e dell’Australia. Secondo Pawlyn, «non è difficile immaginare che tra una ventina d’anni ci saranno intere città costruite su queste basi». «Siamo di fronte a un’epoca che ci chiede soluzioni che possano resistere il più a lungo possibile a fronte di costi minimi». La biomimetica, insiste l’architetto, sarà la risposta proprio perché «l’ottimizzazione è ciò che alla Natura riesce meglio».

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