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6 novembre 2017

L’algoritmo si fa nazione, democrazie sotto scacco

Da Mosca a Pechino gli Stati contendono alle grandi aziende il governo dell’innovazione. Rivendicando il controllo sui codici per manipolare il consenso

Michele Mezza

Dal numero di pagina99 in edicola dal 3 novembre e in edizione digitale

Xi Dada, lo zio Xi, il vezzeggiativo con cui vuole ormai farsi identificare dal suo popolo il presidente segretario-factotum cinese Xi Jinping – a conferma che il suo carisma ormai è del tutto sganciato dall’investitura solenne che gli è stata data dal 19° Congresso del partito comunista – ha brigato non poco per farsi assegnare dalla commissione politica dell’assise comunista, insieme alle altre 11 posizioni apicali della piramide di comando, anche il titolo di “Leader del gruppo centrale per Internet e l’informatizzazione del Paese”. Una medaglia che sembrerebbe aggiungere poco alla sostanza del suo dominio sull’intero apparato istituzionale del Paese, ma che invece segnala una svolta radicale della natura e delle funzioni dei nuovi sistemi tecnologici digitali, diventati il baluardo della governance dell’ex Impero di Mezzo.

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Il rituale del congresso si è concluso con un documento che sancisce una nuova idea di politica basata su un concetto di soft power che è molto diverso da quello elaborato a Harvard da Joseph Nye all’inizio degli anni ’90 per sostenere la mutazione materiale dell’impero americano. Pechino intende soft nella più diretta accezione etimologica di software. Il potere cinese vuole essere guida diretta non solo dell’utilizzo delle piattaforme ma proprio dell’architettura del codice…

Prende forma esplicitamente la strategia dell’algoritmo-nazione, di una politica che arruola direttamente le competenze e le pratiche tecnologiche in una idea di governance diretta, contestando ai grandi service provider il controllo dell’innovazione. La potenza di calcolo, la capacità di incrociare dati e soluzioni automatiche sulle piattaforme sociali, diventa in questa concezione un sistema tecnologico prescrittivo, fortemente ancorato a un interesse nazionale, con funzioni semantiche e neuronali, che trasferisce all’utente modelli linguistici e dunque modi di pensare.

La tecnologia, come spiega Emanuele Severino, da tempo ormai non è più un mezzo in vista del raggiungimento di un certo fine, ma diviene un vero e proprio apparato che tende ad affermarsi secondo una propria logica : «La tecnologia», scrive il filosofo, «cos’è se non l’organizzazione di mezzi per produrre scopi?». Questi scopi sono diventati la bandiera di un modo di organizzare gli stati.

 

Il controllo delle preferenze

Non solo i cinesi si stanno attestando su questa linea. La Russia di Putin sta ripensando l’intera sua geopolitica attorno al controllo dei flussi tecnologici. E lo stesso fenomeno Trump non sarebbe correttamente decifrato se non lo vedessimo sullo sfondo di un’insofferenza crescente in larghe aree della società americana rispetto al potere incontrollato della Silicon Valley. L’evoluzione dei sistemi algoritmici verso capacità cognitive più complete e autonome, in grado di interferire direttamente non solo sui gusti e i consumi, ma persino sulla formazione della personalità, ha allarmato i poteri autocratici.

Un esempio per tutti: la comparsa sulla scena due anni fa in versione beta di Release Radar, il nuovo software di Spotify, il provider che fornisce a più 100 milioni di clienti compilation musicali talmente aderenti ai loro gusti che nessuno pensa più di potersele organizzare da solo. Il nuovo dispositivo intelligente non solo profila i gusti, ma traccia l’evoluzione della personalità di ognuno, prevedendo nei prossimi anni quali saranno le sensibilità musicali di ogni singolo utente.

Su quel principio ha lavorato Cambridge Analytica, la società che ha supportato Trump nella sua campagna elettorale, mappando con i suoi grafi 78 milioni di elettori, distribuiti per singole particelle catastali. Il tema non è più il sondaggio di opinione o, appunto, la profilazione, cioè la fotografia statica di cosa pensano i propri utenti o elettori, ma come poter agire direttamente sui processi psico semantici degli individui.

 

La strategia di Xi

Sia Mosca che Pechino si sono sentite direttamente colpite dai processi di mobilitazione virale dei primi anni 2000: dalle mobilitazioni arancioni ai confini dell’ex impero sovietico, alle primavere arabe. «Il potere», spiega Manuel Castells nel suo saggio Reti di indignazione e speranza (Bocconi editore, Milano 2012) che analizza le rivolte digitali ed è stato lungamente studiato da russi e cinesi, «è esercitato tramite la costituzione di significati nell’immaginario collettivo». Il nuovo soft power dell’est vuole sottrarre agli Over The Top, da Google a Facebook, l’esclusiva nella produzione di questi significati.

Proprio Xi Jinping, agli albori del suo primo mandato da segretario, sotto l’effetto del dominio delle sollevazioni arabe, fece approvare dal Consiglio di stato un allora misteriosissimo “Piano per la costruzione di un Social Credit System”. Si tratta di un gigantesco progetto di anagrafe dei comportamenti e delle attività di ogni cittadino, profilato dalla rete. Esattamente come è vagheggiato nel serial tv Black Mirror. Fondamentale nella strategia è l’alleanza con le aziende private cinesi, che diventano le unità operative del controllo sociale politico, fornendo i dati in cambio della piena copertura sui mercati globali nella competizione con i grandi conglomerati multinazionali, da Alibaba in prima fila, a China Rapid Finance, titolare dell’app WeChat, da AliPay, concorrente di Paypall, a Didi Chuxing, avversario storico di Uber. Si cementa così il nuovo apparato economico-militare del digitale cinese.

In questa chiave diventa essenziale l’autonomia e la sovranità nei driver dello sviluppo come le forme di intelligenza artificiale, ma anche come il mercato del mobile, dove il dominio dei dispositivi americani, da iOS a Android, non è più tollerabile in una prospettiva in cui gli smartphone diventano Brainphone.

 

I sogni egemonici del Cremlino

Sulla stessa linea si muove il presidente russo Putin, che trasforma la strategia dell’algoritmo-nazione in una vera policy militare.È in prima persona il capo di stato maggiore russo, Valeri Gerasymov, di cui pagina99 si è occupata per prima in Italia qualche numero fa, che ripensa in termini digitali una nuova teoria di guerra asimmetrica, dove non è più la leggerezza dei combattenti, come sosteneva qualche anno fa l’ex capo del Pentagono Rumfield, quanto la contaminazione dei linguaggi e le determinazione dei profili sociali a imporsi come vincente.

In poco tempo, dopo le incursioni ai propri confini di squadre di social agitatori, palesemente di matrice atlantica, che innestarono sollevazioni di piazza in quello che Mosca considera il cortile di casa (dall’Ucraina alla Bielorussia) i russi si mettono al centro del nuovo scacchiere digitale, ribaltando la capacità di mettere sotto scacco l’avversario, come Hillary Clinton ha potuto testimoniare nelle elezioni presidenziali vinte da Trump. Putin ha a disposizione un armamentario (vedi box) che gli permette di insidiare ormai ogni segreto istituzionale, e soprattutto di giocare in campo aperto la parte della formazione di senso in ogni palcoscenico elettorale.

Anche al Cremlino si lavoro sullo schema classico dell’alleanza fra aziende nazionali e apparati della forza. La nuova strategia dell’algoritmo-nazione viene così perseguita in maniera scientifica a Mosca, componendo e scomponendo i vecchi kombinat (distretti industriali, ndr) tecnologici di origine sovietica, passati poi, avventurosamente nelle mani di ex funzionari , prevalentemente del Kgb, e poi, con pressioni di ogni tipo, arrivati a essere tutti controllati da fedelissimi del presidente russo. Le università sono state setacciate, e soprattutto si è selezionato una schiera di makers slavi, giovani e rancorosi, che attribuiscono il proprio mancato successo rispetto ai loro omologhi della Silicon Valley a uno strapotere americano che non ammette intrusioni.

Una strategia che vede il richiamo della grande Russia estendersi, proprio sull’onda delle sfide digitali, in tutti i Balcani, riunificando patrie etniche, come in Serbia e in Bulgaria, o patrie nazionaliste, come in Macedonia e in Croazia. Per tutti c’è un solo obbiettivo, come ha spiegato il ministro russo delle Telecomunicazioni Nikolai Nikiforov: «Rompere il monopolio dell’eco sistema digitale che regna nel mondo». Lo stesso ministro Nikiforov ha gestito direttamente l’operazione Sailfish, il nuovo sistema operativo di telefonia mobile che sarà adottato in tutto il Paese dalla pubblica amministrazione per poi lanciarlo in alternativa a Apple e Google. Pensando magari a una successiva integrazione con Telegram.

 

Trump pronto a seguire l’amico Putin

Una posizione, questa di contestare ai grandi monopoli del mercato il controllo sull’evoluzione tecnologica, che paradossalmente ritroviamo persino nell’eccentrico profilo del presidente americano Trump, che nella sua corsa vittoriosa al consenso ha usato con forza questa determinazione a ridimensionare il protagonismo della Silicon Valley, mettendo gli interessi del governo al centro della scena. Il cosiddetto populismo diffuso si nutre anche di questa diffidenza rispetto ai destini radiosi dei giovani imprenditori miliardari del Nasdaq.

In Europa è la cancelliera tedesca Merkel a guidare il fronte del nazionalismo del calcolo: in una sua intervista al Guardian, prima delle elezioni , ha stigmatizzare duramente l’invadenza degli Over The Top dicendo pubblicamente che «la trasparenza e la negoziabilità degli algoritmi afferisce ormai alla natura e alla sicurezza della democrazia».
L’algoritmo nazione è dunque una bussola che sta scompaginando la dinamica della rete, e più in generale la geografia dei saperi, al momento guidata dall’ansia di controllo politico da parte delle leadership nazionali.

Siamo agli inizi di una nuova storia, dove i contendenti non saranno più solo i gloriosi makers delle startup e degli spin-off, ma direttamente i leader nazionali, con i loro generali e i loro strateghi digitali.  Sarà bene mandare a memoria l’antica lezione di un padre dell’informatica come Alan Turing: «L’innovazione la troviamo sempre lungo la stretta linea che separa l’intraprendenza dalla disubbidienza».

 

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