Seguici anche su

25 ottobre 2017

Un passato così è fantascienza

Il romanzo storico in un tempo mitizzato è il nuovo rifugio della letteratura americana. Il libro di Egan ambientato nel primo Novecento a New York non fa eccezione

Giulio D'Antona

Dal numero di pagina99 in edicola dal 20 ottobre e in edizione digitale

In Manhattan Transfer, John Dos Passos descrive Manhattan come «l’unica isola al mondo i cui abitanti sono incapaci di vedere il mare». C’è tutta una serie di implicazioni ideologiche in questa affermazione, che vanno oltre l’oggettiva impossibilità di vedere l’Oceano se non da una balaustra all’estremità di Battery Park, e si avventurano nella critica alla società “ruggente”, innamorata al punto della grandeur dei propri grattacieli da perdere di vista il resto del mondo.

Il mare a New York è ciò che si è attraversato per arrivare, la massa di acqua e pericoli che separa da un punto di partenza, difficilmente da un punto di arrivo. Le file di persone sono, proverbialmente, in attesa di sbarcare dai transatlantici, non di salirci. New York è una città nella quale si entra. L’uscirne è, quantomeno, visto con sospetto.

Per scrivere Il tempo è un bastardo – edito da minimum fax nel 2011, per la traduzione di Martina Testa – Jennifer Egan continuava a prendersi pause dalla stesura di un romanzo storico che avrebbe richiesto altri sei anni di ricerche e ricostruzioni per vedere la luce: Manhattan Beach, uscito in questi giorni in America, dopo una lunga attesa, vari rinvii, qualche sospetto e diversi ripescaggi che hanno tradito le aspettative accese dal Pulitzer. Intanto, la prima, strepitosa, raccolta di racconti dal titolo Emerald City, resta l’unico suo libro inedito in Italia per motivi misteriosi.

In Manhattan Beach il mare compare subito, e si ha la percezione di un’inversione di tendenza rispetto alla baia descritta da Dos Passos e chiunque altro abbia raccontato gli arrivi, gli approdi e gli sbarchi. Egan esplora un terreno poco battuto dalla narrativa americana contemporanea: i primi anni Quaranta del Novecento, visti dalla prospettiva di chi, anziché partire per il fronte, resta a guardare gli altri imbarcarsi.

Pur non utilizzando un intrico di trama complicato quanto quello di Il tempo è un bastardo, rimane fedele ai piani paralleli e spedisce i suoi personaggi per sentieri differenti destinati a incrociarsi di tanto in tanto. Anche l’ambientazione richiama uno schema a strati: tutto si svolge sopra e sotto il mare, tra l’asciutto e il bagnato, tra l’acqua e la terra. Tra la costa americana e quella europea, alla quale tendono le masse di divise militari accalcate in uscita sulle banchine dei porti, che si contrappongono a quelle di stracci, berretti e foulard in entrata.

Anna Kerrigan, la protagonista che incontriamo a undici anni su una spiaggia di Brooklyn e che fa da collante per il resto delle vicende, è un palombaro, costretta alla catena di montaggio in un cantiere navale e coinvolta nella ricerca di un corpo scomparso sul fondo del porto di New York: l’anello di congiunzione tra la vita in superficie e la vita sottomarina.

Ci sono i gangster e i truffatori, i marinai, i soldati, gli impresari circensi e un’infinità di esistenze sconosciute, intuite da Anna durante le sue battute di caccia sui fondali. Gli oggetti che rimangono a farsi mangiare dalla salsedine e dai balani tra le profondità e la schiuma testimoniano l’esistenza delle stesse vite raccontate da Dos Passos, però all’inverso e senza mostrarle mai.

Il critico del New Yorker James Wood ha recentemente definito il romanzo storico come «fantascienza alla rovescia», prendendosela con la tendenza a una nostalgia edulcorata verso un passato ormai troppo rivisitato per essere ancora credibile. Egan, pur impegnandosi in una ricerca certosina e non facendosi mancare niente nel tentativo di restituire il periodo che racconta – tra le altre cose ha imparato a immergersi con una vecchia muta da palombaro e l’ha tenuta addosso per parecchie ore sulla terraferma per cogliere al meglio la sensazione di scarsa mobilità che dovevano provare i sommozzatori all’epoca, ottenendo alcune delle più belle pagine del libro – non fa eccezione alla perplessità di Wood e si mette in scia ad altri sfruttamenti storici più o meno arditi che trovano nel Lincoln di George Saunders l’esponente più significativo.

Un esempio fuori dal contesto, ma probabilmente calzante, lo si può trovare nel paragone con Dunkirk di Christopher Nolan: pellicola di indubbia spettacolarità, ma che si presta a troppi paragoni eccellenti per mantenere fresco il valore narrativo. «Se lo hanno già fatto in tanti, aumenta il rischio di farlo peggio», scriveva John Leonard.

Con Tutta la luce che non vediamo – Rizzoli, per la traduzione di Isabella Zani –, Anthony Doerr aveva ovviato al problema abbandonando completamente il conosciuto e ambientando la sua storia nella Francia occupata, lasciandosi andare alla ricerca e superando il rischio di un’ambiguità troppo marcata tra l’invenzione e la ricostruzione storica. Lo stesso, in maniera ancora più evidente, dolorosa e assolutamente sublime, lo aveva fatto nel 2005 Jonathan Littel con Le Benevole – Einaudi, tradotto da Margherita Botto.

Ultimamente, tra varie nostalgie più o meno vicine e l’estetica del vintage, la scelta del romanzo storico sembra la più intellettualmente coinvolgente per gli autori americani, ma questo non significa che sia anche interessante per i lettori. Rimandiamo ai posteri, come si fa di solito, sperando che condividano lo stesso gusto per il passato.

[Foto in apertura di Fox Photos / Getty Images]

Altri articoli che potrebbero interessarti