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9 ottobre 2017

Un bianco tra i good hombres nelle cucine di New York

Documenti falsi, 10 ore di lavoro al giorno, paga in nero regolarmente versata su un conto Bank of America: viaggio nei ristoranti stellati della Grande Mela

Paolo Mossetti

L’industria della ristorazione newyorchese è fatta di competizione esasperata, identità fittizie, cameratismo: può un rappresentante della borghesia declassata sopravvivervi? Mi fa la colombiana, senza alzare lo sguardo: «Entonces che nome hai scelto?». E poi continua a dipingersi le unghie delle mani. Sbuffando in fila alle mie spalle, dei suoi connazionali mi fanno capire che è arrivato il momento di decidermi, mentre io mi guardo attorno e fisso un ventilatore impolverato, che dal soffitto ci benedice con dell’aria fresca. Ed ecco che al terzo tentativo, butto giù il nom de plume che per un attimo non riuscivo a ricordare: «Errico Malatesta».

Poi nel mio cervello parte un flashback: Londra, pochi mesi prima. Un ufficio qualsiasi. Io sto seduto alla scrivania, intento a raccogliere le briciole del mio sandwich puntualmente incastrate nella tastiera del computer. Non ci sono dubbi: è la pausa pranzo. Altre cinque ore a battere tasti, compilare fogli di calcolo, rispondere a email di cui non m’importa nulla e poi a casa. Così, ogni settimana. Mi guardo le mani: erano morbide e senza bruciature, allora…

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[Foto in apertura di Dina Litovsky / Redux / Contrasto]

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